La fatica di esistere

Il compito di esistere può farsi molto difficile. C’è la rivolta contro il dover essere se stessi: perché mai devo? Ho forse chiesto di essere? ... C’è la sensazione che non valga la pena essere se stessi: che cosa me ne viene? Mi vengo a noia. Mi ripugno. Non ce la faccio più a sopportare me stesso ... C’è la sensazione di essere ingannati riguardo a se stessi; d’essere imprigionati in se stessi: sono soltanto così, eppure vorrei essere di più.

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“Adamo, dove sei?”

Ogni volta che Dio pone una domanda di questo genere: “Adamo, dove sei?” (Genesi 3,9), non è perché l’uomo gli faccia conoscere qualcosa che lui ancora ignora: vuole invece provocare nell’uomo una reazione suscitabile per l’appunto solo attraverso una simile domanda, a condizione che questa colpisca al cuore l’uomo e che l’uomo da essa si lasci colpire al cuore.

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Avere un corpo

Se ci volgiamo alle immagini che oggi la società veicola a proposito del corpo, ci troviamo stretti tra, da un lato, esaltazione, idolatria, sublimazione, esibizione e, dall’altro lato, disprezzo e rimozione: esaltazione dell’immagine di un corpo giovanile, sempre sano, desiderabile, seducente, e rimozione del corpo sofferente, malato, morente. Oggi si privilegia l’immagine del corpo, ma dobbiamo chiederci se siamo ancora capaci di coglierne la simbolicità

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Un corpo che desidera

La nostra natura umana (questo indefinito miscuglio della nostra anima e del nostro corpo) “sa”, con un’incredibile perspicacia che travalica i concetti, che la pienezza di vita si ottiene soltanto nella reciprocità della relazione. Nella reciproca e integrale offerta di sé. Per questo la nostra natura investe nell’eros tutta la sua sete, abissale, di vita. Sete del corpo nostro e dell’anima nostra.

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Conoscere se stessi

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La lettera a Tito esorta i giovani alla ponderazione (Tt 2,6), cioè capacità di riflettere, di pensare per acquisire sapienza e discernimento. Sì, pensare, prestare attenzione ai moti del proprio cuore pensieri che più invadono la propria mente, rileggere alla sera propria giornata, non è facile. C'è una sorta di istintivo rigetto ripulsa nei confronti della vigilanza su di sé, del guardare in faccia se stessi e ciò che abita il proprio cuore, che è paragonabile al rifiuto veemente che il corpo oppone alla fatica e alla sofferenza.

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Trasformazione interiore

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Fino a quando Cristo non inizia a operare il cambiamento interiore venendo ad abitare al posto del nostro ego, a unire a noi le sue qualità e a inserirci tra le fila di coloro che attendono il loro turno celeste, saremo in realtà semplici coloni terrestri, e la nostra nostalgia del cielo resterà una semplice nostalgia. Dobbiamo rivestirci del Signore ora, perché è un diritto che abbiamo acquisito nel battistero “poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27). Dobbiamo praticare questo mistero quotidianamente.

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Beata debolezza

La maggior parte di noi è inquieta, se non addirittura smarrita, quando ci appare, in modo più o meno brutale, la nostra debolezza. Alcuni arrivano perfino a fuggire: bisogna aver già una certa esperienza dell'amore di Dio per osare permanere nella debolezza e riconciliarsi con il proprio peccato.

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