Saluti conclusivi di fr. Enzo Bianchi

 

XXV Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa
IL DONO DELL'OSPITALITÁ
Monastero di Bose, 6-9 settembre 2017
in collaborazione con le Chiese ortodosse

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Vanto dei cristiani è l’accoglienza
dei forestieri e la compassione verso di loro.

Vanto e salvezza dei cristiani
è avere sempre come commensali alla propria tavola
poveri,
orfani e forestieri,
poiché da una tale casa Cristo non si allontanerà mai!

Sant᾽Efrem il Siro


Amatissimi vescovi e metropoliti!
Cari padri, monaci e monache, cari amici e ospiti!

Siamo giunti al termine di questo cammino che abbiamo compiuto insieme, gli uni incontro agli altri, ma soprattutto sperimentando insieme l’ospitalità e la misericordia del Signore.

Le tappe di questo itinerario ci sono state ricordate ora nelle conclusioni. Queste mie parole di congedo vogliono soprattutto esprimere un ringraziamento, come già all’inizio del nostro convegno, ma arricchite dalla strada che abbiamo percorso insieme, in un’esperienza di condivisione e accoglienza reciproca che vorrei definire “sinodale”…

Quello che abbiamo acquisito, ricevendolo gli uni dagli altri, in ascolto della Parola del Signore, nella preghiera condivisa, è forse la consapevolezza che il primo ospite, colui che per primo fa a noi “il dono dell’ospitalità”, è il Signore stesso: lo hanno rilevato con forza e profondità teologica le prolusioni di Sua Santità Bartolomeo, patriarca ecumenico di Costantinopoli, e del patriarca Teodoros II di Alessandria e di tutta l’Africa, lo stesso papa Francesco nella sua lettera, ma più volte questa coscienza è affiorata nei messaggi che i capi delle chiese hanno inviato a questa assemblea e che abbiamo ascoltato dalla voce dei loro rappresentanti.

È Dio stesso che ci accoglie nella sua creazione, è Dio stesso che ci accoglie nella mensa che prepara per noi; è il Signore che ci invita e ci riveste dell’abito nuziale, di quell’abito battesimale che ci fa partecipi della morte e della resurrezione di Cristo, ci rende degni d’essere commensali alla sua tavola.

Per affrettare il tempo in cui coloro che credono in Gesù Cristo possano riconoscersi insieme nell’unico calice, dobbiamo esercitarci nell’arte del discernimento dei doni che sono nell’altra chiesa, nell’altra tradizione cristiana, dobbiamo essere costantemente disponibili alla conversione del cuore, ad acquisire quel cuore ospitale che Dio trovò in Abramo e in tanti suoi testimoni nell’Antica e nella Nuova Alleanza.

Non è semplicemente un augurio: è un lavoro serio, un lavoro di studio teologico, di ricerca, di lotta contro l’ignoranza e il pregiudizio. Ma soprattutto è un lavoro spirituale, che lo Spirito Santo può fare nei nostri cuori se noi manteniamo i cuori docili. Il battesimo no è un’iscrizione, il battesimo sigilla una conversione che noi dobbiamo fare giorno dopo giorno, rinnovare sempre perché solo così siamo figli di Dio, e non semplicemente ci diciamo figli di Abramo perché siamo della sua stirpe.

Il Signore è il signore di casa, ma è anche l’ospite che sempre viene a noi, nello straniero, nel povero, nel diseredato, nella sofferenza di milioni di profughi che lasciano la loro terra, come più volte ci è stato ricordato. È proprio questo dramma dei profughi, dei poveri che arrivano alle porte del Mediterraneo che deve scuotere noi e le nostre chiese e impegnarci in una carità che faccia risplendere davvero la luce del Vangelo.

Qui noi cristiani siamo chiamati a rendere conto della speranza che è in noi, perché le nostre divisioni sono un ostacolo davanti agli uomini perché possano accedere a questa speranza di vita e di resurrezione che sono aperte a tutti: la possibilità di una terra abitabile nella giustizia, nella pace, nella riconciliazione. È anche la grande sfida per il cristianesimo, in un mondo in cui i cristiani ritornano ad essere sovente minoranze perseguitate, ma sempre chiamati a essere fedeli al loro Signore.

Sì, veramente il grande peccato del nostro tempo – e spesso non ce ne rendiamo conto – è il peccato della non accoglienza. Solo accogliendo veramente l’altro come altro, senza rivestirlo della nostra identità, ma lasciando che sia il Signore a donare a tutti il suo abito nuziale, potremo a nostra volta riconoscerci stranieri accolti, pellegrini verso il regno che vivono nella xenitéia ma sono capaci di filoxenía, di ospitalità.

È questa ospitalità del Signore il dono che abbiamo ricevuto in questi giorni, e di cui vorrei ancora ringraziare. Ringrazio tutti i vescovi e i rappresentanti delle chiese qui presenti, che ci seguono con assiduità, e a cui voglio assicurare la preghiera costante della nostra comunità per il loro ministero  e per le loro chiese. Un grazie fraterno e riconoscente anche ai monaci e alle monache d’oriente e d’occidente, che ci danno molta gioia con la loro presenza fedele, la loro amicizia, che ci fanno sentire la solidarietà monastica, il sentirci in un’unica vocazione in oriente e in occidente. Certamente, grazie anche ai membri di questo comitato scientifico, che preparerà anche l’incontro del prossimo anno, sempre all’inizio di settembre; un ringraziamento ai relatori, al loro lavoro di ricerca, che hanno arricchito questo convegno. Un ringraziamento agli interpreti e ai tecnici di sala, ma soprattutto ai fratelli e alle sorelle di Bose, che ci hanno aiutato a vivere questo convegno nella pace, nella gioia e anche, oserei dire, in una grande possibilità di convivialità. Un grazie a tutti voi, che ci incoraggiate con la vostra partecipazione e continuate a offrire questo servizio anche alle vostre chiese, per le quali voi siete venuti qui.

Il prossimo anno, il convegno certamente continuerà perché vogliamo fare finché siamo capaci questo servizio alle chiese e alle comunità d’oriente e d’occidente.

Non mi resta dunque con voi tutti se non di ringraziare, ringraziare il Signore di doni gratuiti che noi non meritiamo, doni che ci stupiscono ma che ci fanno anche sentire la sua misericordia. Grazie a tutti voi.


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