Chi accoglie
28 giugno 2026
Mt 10,37-42 (2Re 4,8-11.14-16a)
XIII domenica del tempo ordinario
di sorella Silvia
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: 37«Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; 38chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. 39Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
40Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 41Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. 42Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d'acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
“Chi ama padre e madre più di me, non è degno di me”: queste le prime parole rivolte da Gesù agli apostoli a conclusione del cosiddetto “discorso missionario” che l’evangelista Matteo sviluppa in tutto il capitolo decimo. Non sembra così immediato intendere queste parole come buona notizia. Tuttavia questo versetto si sviluppa e si amplia, parlando di un “di più” e una “dignità”.
È un “di più” rispetto alla storia che ci precede, e a quella che può nascere da noi (“chi ama figlio o figlia più di me”), un “di più” di ricerca di voler bene: anche amare ha in sé sempre un cercare, un desiderare. Ed è necessaria una presa di distanza per acquisire la libertà di amare, un distacco anche da chi ci ha donato la vita, perché il dono della vita non presuppone un legame che chiude, bensì un’apertura creativa alla capacità di amare.
Gesù non chiede di rigettare dei legami né di diventare anaffettivi: l’uomo è stato creato come un essere che ha passione e (dovrebbe avere) com-passione. Gesù stesso si commuove, di fronte a Gerusalemme (Lc 19,41) o alla morte dell’amico Lazzaro (cf. Gv 11,35.38).
Nel nostro quotidiano possiamo riconoscere la sua presenza, il suo “di più” che è fuoco che sostiene ogni nostro bene, che dona senso e sapidità a ogni legame, che “ordina” in noi gli affetti.
Chi non ha questo “di più” di amore, dice Gesù, “non è degno di lui”. Ma chi potrebbe ritenersi “degno” di lui? In che senso possiamo intendere questo? Forse il seguito delle parole di Gesù può orientarci: “Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me” (Mt 10,38). Quel “di più” ha forse allora a che fare con un seguirlo fino alla croce, un guardare al suo modo di vivere fino a morire per altri. Fino a risorgere con lui. Perché una vita donata, come la vita di Gesù, il Figlio amato, che donando la sua vita ha donato vita, è dono che resta, è dono capace di andare al di là della morte.
Gesù parla infatti del “tenere per sé” la propria vita, o del “perderla per causa sua”. Come non ritrovarci in questa tensione tra l’istinto di trattenere, di preservare quel che siamo e che abbiamo, e il desiderio, più o meno travagliato, di uscire da noi stessi, di donarci ad altri? Certo, uscire da noi stessi comporta sempre un perdere, un lasciar andare, senza poter tutto controllare, tutto prevedere. Forse è proprio vero che si comincia ad amare quando si è disposti a perdere.
E il “perdere la vita” si può motivare solo “per causa sua”, a motivo di Cristo, della sua vita, una vita che non può non passare anche dalla croce, dalle contraddizioni, ma che è e resta presenza affidabile, luminosa. “Perdere” la vita è allora “trovarla”, e trovare vita è in realtà donarla. Perché donarsi è ritrovarsi, trovare un senso al proprio vivere, lasciarsi accogliere e accogliersi.
Di accoglienza ci parla anche la prima lettura, tratta dal Secondo libro dei Re. È il noto racconto dell’accoglienza che l’“illustre donna” (2Re 4,8) di Sunem, senza figli e il cui marito è avanti nell’età (cf. 2Re 4,14), offre al profeta Eliseo. Dapprima gli offre da mangiare. In seguito, riconoscendolo come “un uomo di Dio, un santo” (2Re 4,9), di concerto con il marito, vuol preparargli “una piccola stanza al piano superiore, in muratura” con “un letto, un tavolo, una sedia e un candeliere”, perché, dice, “venendo da noi, vi si possa ritirare” (2Re 4,10-11). Questa donna vuol predisporre tutto per poter accogliere Eliseo: riconoscendone l’identità profonda, mette a disposizione l’essenziale della cura. E lui intende ricompensarla annunciandole l’arrivo di un figlio. La cura per la vita apre a ulteriore vita, donarsi per qualcun altro concede di ritrovarsi in modo sovrabbondante.
Nel prosieguo del nostro Vangelo, Gesù si sofferma sull’accogliere. Annuncia ai suoi, inviati ad annunciare l’avvicinarsi del Regno dei cieli (cf. Mt 10,7), che coloro che li accolgono, in verità accolgono lui stesso, e quindi il Padre che lo ha mandato. Questa accoglienza crea lo spazio perché sia Dio a regnare sulla storia, sulle nostre storie pur ferite e contraddittorie. E, continua Gesù, “chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta” (Mt 11,41). Forse l’altro è in qualche modo sempre un profeta per noi, “parla a nome di un Altro”, rivelandoci a noi stessi. “L’altro è sempre profeta perché mi costringe a interrogarmi, mi provoca, mi induce a rivedere il mio equilibrio, mette in questione le mie abitudini, spariglia le carte con cui stavo giocando il solitario della mia esistenza” (Gaetano Piccolo).
Per accogliere l’altro occorre allora, prima, accogliere noi stessi, far pace con le parti che ci sono estranee così come con quelle che riteniamo più o meno “giuste”. Per accogliere l’altro e noi stessi è bene farsi piccoli, “perdere”: così potremo creare quello spazio in cui la vita può essere irrorata da acqua fresca, dall’acqua fresca che “per causa sua” sempre ci è donata come ricompensa. Perché la vera ricompensa è la presenza del Signore Gesù.