Non abbiate paura
21 giugno 2026
Mt 10,26-33 (Ger 20,10-13)
XII domenica del tempo ordinario
di sorella Silvia
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 26«Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. 27Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. 28E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l'anima e il corpo. 29Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. 30Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
32Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; 33chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».
“Non abbiate paura”: ecco la buona notizia che ci attende questa domenica. Nei vangeli torna più volte questa parola di Gesù, che è esortazione e rassicurazione, promessa e slancio verso il compimento: perché lui è con noi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo”, come chiosa il Vangelo secondo Matteo (Mt 28,20). In questo stesso Vangelo, dal quale è tratto il nostro brano, altre volte ricorre questo stesso invito.
Pensiamo al momento della Trasfigurazione quando “i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: ‘Alzatevi e non temete’” (Mt 17,6-7). Il momento è di fortissima densità, e Gesù non esita a mostrare la sua cura molto umana: si avvicina e li tocca, a rinfrancarli della sua presenza, della loro esperienza condivisa.
Pensiamo ancora alla fine del Vangelo, quando “l’angelo si rivolse alle donne e disse: ‘Voi, non temete; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso’” (Mt 28,5). E poi il Risorto stesso le consola e le invia verso una nuova comunione: “Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno” (Mt 28,10).
Il nostro racconto fa parte del cosiddetto “discorso missionario” che Gesù rivolge ai dodici discepoli che chiama a sé e insieme chiama a partire (rendendoli “apostoli”, ossia inviati), perché “strada facendo” annuncino che “il regno dei cieli è vicino” (Mt 10,7). Il regnare di Dio si è avvicinato con la presenza di Gesù, con il suo “potere” che condivide con loro: non lasciar dilagare il male e guarire, o curare, ogni malattia o infermità (cf. Mt 10,1). Questo annuncio però, come per ogni parola profetica che viene da Dio, non è senza opposizione: Gesù infatti esorta a guardarsi dagli uomini che, dopo aver perseguitato lui, il maestro, perseguiteranno anche loro.
Il nostro brano segue queste parole, illuminate anche dalla Prima lettura, tratta dal libro del profeta Geremia (Ger 20,10-13). Quando parla, Geremia deve gridare: “Violenza! Oppressione!”, tanto che la parola del Signore è diventata per lui “causa di vergogna e di scherno tutto il giorno” (Ger 20,8). Il suo compito è decisamente gravoso e lo espone al pericolo di venire ucciso. Il profeta cerca di allontanarsene eppure deve ammettere: “Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo” (Ger 20,9). Così, a fronte di tutti coloro che “attendevano la sua caduta” (cf. Ger 20,10), non può che riconoscere: “Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere” (Ger 20,11).
La paura, che in vari modi attraversa il cammino dei credenti, è superata con la certezza interiore di avere il Signore accanto, di non essere soli, di non essere abbandonati. Questa certezza pertiene alla verità della fede. È il sapere di potersi fidare di Dio, di poter contare sempre e comunque su di lui. È la certezza di sentire che, anche nelle situazioni più dolorose, Dio non ci abbandona, non ci lascia soli in balia del male. È la certezza che può aiutare a dilatare la nostra libertà interiore, la nostra libertà di amare e lasciarci amare.
Nel nostro vangelo Gesù ricorda che quel che è nascosto non può che venire prima o poi alla luce, così come la verità della storia nel tempo emerge. La verità è luminosa e le tenebre non possono vincerla (cf. Gv 1.5).
Gesù esorta a non temere “quelli che uccidono il corpo, ma non hanno il potere di uccidere l’anima” (Mt 10,28). Non è un invito alla noncuranza di sé o all’inconsapevolezza. Credo sia piuttosto un incoraggiamento a prendersi tenacemente cura del cuore, del nucleo profondo della nostra esistenza: così possiamo pensare all’anima, a quello spazio interiore in cui Dio ci viene incontro, dove possiamo incontrarlo, e incontrare anche noi stessi in verità. Dio ci viene incontro, e qui Gesù ci narra la cura del Padre per ciascuno, con immagini quotidiane e commoventi insieme: Dio conta i capelli del nostro capo, come a dire che passa il suo tempo a tener conto di ogni dettaglio della nostra vita.
E bisogna fare attenzione a leggere l’immagine dei passeri: sta scritto infatti non che nessun passero cadrà a terra “senza il volere del Padre”, bensì, “senza il Padre”: è radicalmente diverso! Persino i passeri, che ai nostri occhi possono contare poco, non muoiono a causa di una presunta volontà arbitraria di Dio: anche la fine della loro vita è invece sempre accompagnata dalla presenza di Dio, che è Padre e non lascia nessuno “senza” la sua presenza, non lascia nessuno solo.