I segni del Risorto

Davide Benati
Davide Benati

12 maggio 2024

Ascensione del Signore
Marco 16,15-20
di Sabino Chialà

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «15Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. 16Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. 17Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, 18prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».

19Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.
20Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.


Seguendo la cronologia lucana (At 1,3), la liturgia colloca l’ascensione del Signore al quarantesimo giorno dalla resurrezione. In questo tempo Gesù ha accompagnato i suoi discepoli nel loro non facile cammino di rielaborazione di quanto era accaduto e di ricominciamento dell’avventura comunitaria.

Nell’ascensione quel cammino condiviso giunge a un ulteriore passaggio. Gesù è nuovamente sottratto ai suoi, anche se in forma diversa e certo meno traumatica della prima volta. Tuttavia anche l’ascensione segna una sottrazione, come indica il verbo greco (analámbano) impiegato all’inizio e alla fine della narrazione di tale evento nel libro degli Atti degli apostoli (At 1,2.11).

Gesù è sottratto e i discepoli sono spinti oltre, a riprendere il cammino. Questo evento segna certamente una fine e un nuovo inizio, ma soprattutto segna il passaggio a una nuova forma di presenza del Maestro con i suoi e nel mondo. Il Signore Gesù torna al Padre, ma al contempo resta presente e operante nella vita e nell’azione della sua comunità. Questa è la prospettiva da cui il brano evangelico previsto per questa domenica ci invita a guardare all’evento che celebriamo. Un brano che al racconto dell’ascensione dedica un solo versetto (v. 19), mentre dà più ampio spazio a quello che Gesù affida ai suoi prima di tornare al Padre (vv. 15-18) e a come tale missione inizia a inverarsi (v. 20).

Nella prima parte (vv. 15-18) sono raccolte le ultime parole di Gesù secondo il vangelo di Marco (nella cosiddetta “finale lunga”, una delle aggiunte al testo originario, che terminava al v. 8). Si tratta di parole che il Maestro rivolge a un gruppo di discepoli ancora oppresso da incredulità e durezza di cuore (v. 14), e per di più ferito dalla mancanza di un fratello che li rende “Undici” (v. 14). Eppure proprio a loro, con un’immediatezza che può stupire, Gesù affida l’annuncio del vangelo, in vista della fede: “Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvato, chi non crederà sarà condannato” (vv. 15-16). Rimproverati per la loro incredulità, sono mandati a chiamare altri alla fede. Nulla di strano in questo. Anzi vi si descrive la dinamica della fede e dell’annuncio: ad essere mandati non sono dei credenti saldi e sicuri di sé, ma esseri umani chiamati a diventare essi stessi sempre più credenti, anche grazie all’annuncio che rivolgeranno ad altri. Di tale dinamica sono testimonianza eloquente i primi passi degli annunciatori così come sono narrati negli Atti degli apostoli.

Questo ricorda che primi destinatari del vangelo sono gli stessi che lo annunciano. Potrebbe sembrare un’affermazione banale. Invece è utile perché ricorda che quel loro messaggio descrive per tutti, anche per loro, uno spazio di salvezza e uno di condanna. Non lascia indisturbati: o ci si lascia attrarre in un cammino di fede e si riceve la vita, o ci si arena in un cammino di rifiuto e ci si condanna alla morte.

Vita e morte che appaiono da quelli che Marco chiama i “segni” della fede: “Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono” (v. 17). E anche qui, credenti sono da intendersi sia coloro che annunciano sia i destinatari della loro parola. Il movimento è unico, se i primi a dover diventare credenti sono gli annunciatori.

L’Evangelista enumera segni diversi, ma accomunati da un tratto che li riassume tutti: descrivono azioni che fanno arretrare il potere del male. Non il “male”, ma il “potere del male”. In questa enumerazione, infatti, Gesù parla di liberazione dai demoni e di malattie che vengono alleviate: “scacceranno demoni” (v. 17) e “imporranno le mani ai malati e questi guariranno” (v. 18). Ma anche di un male che non è tolto; con il quale si entra in contatto, senza però riceverne danno. Non è né evitato né distrutto, ma reso innocuo: “prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno” (v. 18). Tutti questi segni rimandano alla vita e all’azione di Gesù durante la sua predicazione. Ora però sono affidati ai discepoli che, facendo spazio al vangelo, rendono ancora presente nel mondo la forza di vita del Maestro.

Infine, segno della fede è la capacità di parlare “lingue nuove” (v. 17), che Luca descriverà come il dono dello Spirito a Pentecoste, quando gli apostoli sapranno farsi comprendere nelle lingue dell’intera terra abitata (At 2,4-11). Segno della fede è anche la capacità di una parola chiara, libera, nuova e comprensibile.

Tutti questi segni ricordano che Gesù non manda i suoi a costituire degli adepti. Chiede invece loro di diventare e generare uomini e donne liberi, capaci di percorrere cammini di liberazione dal male. Altrimenti la loro sarà solo propaganda per uno dei tanti falsi profeti della storia. Detto in altri termini: la fede nel Risorto si rende evidente dalla libertà che essa genera, sia in chi annuncia sia in chi riceve l’annuncio.

A questo punto, precisato il mandato, Marco descrive brevemente l’evento dell’ascensione: “Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio” (v. 19). Siamo al momento del passaggio, che inaugura il tempo nuovo della chiesa, in cui il Signore continua ad agire attraverso i suoi discepoli. La descrizione è scarna perché gli occhi del lettore non siano rapiti in cielo, ma restino sulla terra, ad osservare come la missione appena affidata agli Undici si realizza.

Essi, infatti, continua il testo nell’ultimo versetto: “Partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano” (v. 20). La descrizione di questo nuovo inizio è essenziale quanto accurata.

La missione è affidata ai discepoli, ma è il Signore ad “agire con loro (synergéo)” e a renderla efficace. Sono essi ad annunciare la Parola, ma è il Signore a “confermarla (bebaióo)” con i segni che la accompagnano; quei segni descritti sopra come evidenza della fede. Si comprende allora la ragione per cui Gesù parla di “segni” che accompagnano coloro “che credono”: perché non di tratta di poteri magici messi nelle mani dei discepoli, ma di segni del Risorto che avvengono in loro e per loro mezzo, e che per questo presuppongono la fede.

L’ascensione inaugura dunque un nuovo tempo di comunione, un’altra modalità di azione del Signore che non opera più alla presenza dei suoi, ma dentro di essi e attraverso di essi; e questo in forza del suo essere nel Padre e dal Padre.


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