L’amore non muore con la morte

La Boheme è una delle storie d’amore più passionali, tormentate e coinvolgenti mai raccontate in musica. L’amore sboccia in una Parigi allegra per poi muoversi attraverso la lontananza e la malattia. In questa foto la rappresentazione ideata da Damiano Michieletto per il Festival di Salisburgo del 2012.
La Boheme è una delle storie d’amore più passionali, tormentate e coinvolgenti mai raccontate in musica. L’amore sboccia in una Parigi allegra per poi muoversi attraverso la lontananza e la malattia. In questa foto la rappresentazione ideata da Damiano Michieletto per il Festival di Salisburgo del 2012.

29 marzo 2020

Gv 11,1-45
V domenica di Quaresima
di Luciano Manicardi

In quel tempo 1 un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. 2Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. 3Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
4All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». 5Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. 6Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. 7Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». 8I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». 9Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».
11Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo». 12Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». 13Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. 14Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto 15e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». 16Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!». 19e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. 20Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. 21Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! 22Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». 23Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». 24Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno». 25Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». 27Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». 28Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». 29Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. 30Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. 31Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.
32Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». 33Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, 34domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». 35Gesù scoppiò in pianto. 36Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». 37Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».38Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. 39Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». 40Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». 41Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. 42Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». 43Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». 44Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». 45Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.


La narrazione della resurrezione di Lazzaro presenta una pedagogia alla fede cristologica (che culmina nelle parole di Marta: “Io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”: v. 27), ma contiene anche un profondo spessore umano che si può sintetizzare così: l’amore fa vivere, l’amore dà vita, l’amore fa passare dalla morte alla vita.

Il testo inizia con l’annuncio a Gesù: “Colui che ami è malato” (v. 3). Il passaggio di Lazzaro dalla tomba alla compagnia dei vivi avviene tra le lacrime che Gesù versa per l’amico, spingendo i Giudei presenti a riconoscere: “Guarda come lo amava” (v. 36). Il narratore specifica che “Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro” (v. 5). Se l’episodio della resurrezione di Lazzaro è il segno che anticipa la Pasqua di Gesù, questo segno - il passaggio dalla morte alla vita - è reso possibile dall’amore. Un amore concreto, personale, quotidiano, amicale, come quello che lega Gesù a Lazzaro, un uomo che non faceva parte del gruppo dei Dodici, ma che, insieme alle sue sorelle, accoglieva Gesù quando questi andava a Betania (Gv 12,1). Di Maria, si ricordano i gesti concreti di amore che aveva riservato a Gesù: “Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli” (v. 2). Ma l’amore non impedisce che la malattia e la morte colpiscano chi si ama, anzi proprio l’amore per l’amico che si ammala e muore rende ancor più doloroso il nostro vivere e il nostro amare. Noi conosciamo qualcosa della morte a misura del nostro amore, e questo è a volte il motivo che ci spinge a fuggire l’amore, a porvi resistenze, a non voler amare e a non voler lasciarci amare. La paura delle sofferenze che ne possono derivare può inibire l’amore. Ma questo equivale a licenziarsi dalla vita, a non voler vivere.

Gesù ama dunque Marta, Maria e Lazzaro ma è lontano quando gli viene annunciato che Lazzaro è malato. L’amore vive anche nella distanza, nella non prossimità fisica, nella non immediatezza del contatto. E quando Lazzaro morirà egli si tratterrà ancora due giorni là dove si trovava. Per due volte viene rimproverato a Gesù dalle sorelle la sua non presenza fisica accanto a Lazzaro (vv. 21.32) nella convinzione che questa avrebbe salvato Lazzaro da morte. Anche i Giudei presenti si allineeranno a questa contestazione (v. 37). Marta e Maria legano amore e vicinanza fisica. Gesù vive un amore assolutamente autentico (e riconosciuto come tale dalla stessa folla: v. 36), ma in un’alternanza di vicinanza e distanza, di prossimità e lontananza. Gesù vive l’amore anche nell’attesa e sa che l’amore non impedisce la morte. C’è un limite dell’amare, l’amare non è onnipotente. E anche se Lazzaro è ritornato in vita - a significare che l’amore può operare il passaggio dalla morte alla vita - tuttavia Lazzaro dovrà andare incontro alla morte, perché l’amore non può impedire la morte. Al tempo stesso, la morte non inibisce l’amore. Ecco un primo messaggio di questo racconto: il fatto che si debba morire non può e non deve trattenere dall’amare, né l’amore può essere visto come ciò che scampa dalla morte.

Gesù, avvertito che Lazzaro è malato, afferma che quella malattia non è per la morte ma per la manifestazione della gloria di Dio. E in realtà, quando Lazzaro morirà, si rivelerà che anche la morte è occasione per manifestare la gloria di Dio che per il IV vangelo è la gloria dell’amore. Gesù non invita a lottare per prolungamenti estenuanti e penosi della vita, Gesù non fa della vita nella sua dimensione biologica un feticcio, ma afferma che il vivere come l’essere malati e il morire sono luoghi di possibile manifestazione della gloria di Dio, la gloria dell’amore. E la gloria di amare si manifesta già nel coraggio con cui Gesù affronta il viaggio per andare in Giudea sfidando la morte: Gv 11,8. Siamo di fronte all’amore che vince la paura di perdere la vita a causa dell’amore. Da sempre l’uomo vive questa strana condizione per cui da un lato teme la morte e il morire, prova ripugnanza per il disfacimento del corpo, ma, al tempo stesso, trova la forza di dare la vita per un altro, di morire per una persona amata, per una causa giusta. Qui, l’amore per Lazzaro spinge Gesù a intraprendere un viaggio che potrebbe costargli la vita. Anche questo dice l’importanza accordata da Gesù all’umanissimo rapporto dell’amicizia. Le obiezioni che si possono muovere a Gesù sono diverse. Non è forse un motivo troppo intimo, slegato dalla missione salvifica e al Regno di Dio, il correre rischio di morte per andare da un amico? Se succedesse, si tratterebbe della morte di un martire o di un imprudente che ha accordato troppo peso a relazioni umane? Eppure la ripetizione dei termini affettivi che legano Gesù a Lazzaro (colui che tu ami, il nostro amico, guardate come lo amava) indicano che la realtà vissuta da Gesù con Lazzaro è l’amicizia, e che la rivelazione di Dio che Gesù compie nella sua umanità, comprende anche la vicenda dell’amicizia, dell’affetto umano. Anche nell’amicizia Gesù narra la gloria di Dio, narra la potenza dell’amore più forte della morte.

Gesù e i discepoli si recano dunque da Lazzaro. Ed ecco il grido di Tommaso: “Andiamo anche noi a morire con lui” (v. 16). Grido che esprime il suo desiderio di condividere il cammino di Gesù che, andando in Giudea, può effettivamente incontrare la morte. Grido che indica la sua volontà di non lasciarlo solo anche in quell’eventualità estrema.

Giunti a Betania, il narratore annota che Lazzaro era ormai da 4 giorni nella tomba e Marta va incontro a Gesù facendo quella che al contempo è una confessione di fede e una rimostranza: v. 21. Marta soffre per la morte del fratello, perché non comprende, a dispetto di ciò che sa. Lei sa che tutto ciò che Gesù chiede a Dio, Dio la concede. Perché allora Gesù non è venuto scongiurando la morte dell’amico con la sua vicinanza? Gesù mostra un amore che permane anche oltre la morte avvenuta, un amore che non ha come prima priorità quella di evitare a ogni costo la morte. E fa compiere a Marta il passaggio da un articolo di fede, la credenza nella resurrezione dei morti nell’ultimo giorno, alla fede nella vita in Cristo, al vivere come Gesù, all’immergersi nella realtà di cui Gesù vive, che è il vero luogo della vita (vv. 25-26). Chi si coinvolge con Gesù, crede in lui e cerca di vivere la vita di Gesù, abita l’amore che rimane anche attraverso la morte.

L’incontro con Maria è segnato dalle stesse parole che aveva pronunciato Marta. Ma manca tutta la parte di dialogo teologico sulla resurrezione. I toni sono più affettivi, il contesto è di lacrime e pianto (vv. 31.33.35.36). Anche Maria abita l’idea di amore per cui la vicinanza scongiura la morte. Ma è più ripiegata sul passato, sugli affetti vissuti e ora interrotti e solo il pianto può esprimere tale dolore. Non c’è la preoccupazione di Marta per il futuro, la resurrezione a venire, l’ultimo giorno. A fronte di questi due atteggiamenti Gesù vive il presente della morte di Lazzaro, assume tale morte e afferma che l’amore non muore con la morte. L’amore vive ancora dopo la morte e ha il potere di creare un ponte tra chi è vivo e chi è morto. I vv. 32-37 rappresentano il climax emotivo del racconto. Gesù entra in un gorgo di sentimenti che lo portano a scoppiare in lacrime. Si turba, si commuove, viene contagiato dal pianto altrui e freme per la morte dell’amico. Gesù scoppia nel pianto liberatore che riorienta le sue emozioni che, da interiori che erano, diventano visibili, si esteriorizzano, diventano corporee. L’amore non resta nascosto, ma si manifesta. Le lacrime sono l’eloquenza discreta dell’anima, il linguaggio del cuore. Sono la parte visibile, materiale, per quanto tremula e trasparente, del nostro desiderio. Esse uniscono mirabilmente interiorità ed esteriorità, corpo e anima. E ci dicono qualcosa sulla sapienza del corpo esprimendo una dimensione della verità insita nel corpo che le parole e il discorso concettuale non sanno manifestare.

Ed ecco che, di fronte alla tomba, Gesù comincia ad agire, Marta sembra voler frenarlo. “Già manda cattivo odore” (v. 39). Marta è legata alla morte e tiene il fratello ancorato a essa, ma per Gesù anche la morte è luogo di manifestazione della gloria di Dio. Il problema non è evitare la morte, ma cogliere che in essa si può manifestare la gloria di Dio, il suo amore. Solo un amore che assuma in toto la tragicità e l’ineliminabilità della morte è un amore che conduce al passaggio dalla morte alla vita. Gesù crede l’amore anche davanti alla morte, Gesù continua ad amare anche davanti al cadavere. E significativamente il comando che Gesù impartisce dopo aver chiamato Lazzaro è “liberatelo e lasciatelo andare” (v. 44). Il comando riguarda gli astanti: Lazzaro già si sta muovendo senza problemi. Il problema sono quelli che lo attorniano che devono lasciarlo andare, perché l’amore non trattiene, non tiene per sé ma, più ama, più lascia libero l’amato. Gesù sta insegnando ad amare: non conduce a sé il morto ritornato alla vita, ma insegna ad amare con libertà. Amare è liberare l’altro. E neanche la morte può trattenere l’amore. Il passaggio dell’amato Lazzaro dalla morte alla vita, anticipa ciò che Gesù farà di lì a poco quando, avendo amato i suoi, li amerà fino alla fine (Gv 13,1), consegnandosi a quella morte che non potrà trattenerlo perché la potenza dell’amore scioglie i legami degli inferi.