La morte di Gesù come smascheramento della violenza

  La non violenza di Gesù si radica sulla sua esperienza di fiducia e di abbandono al Dio dell’alleanza, suo Padre e padre di tutti gli uomini. Gesù non crede che tutto ciò che accade è riconducibile agli dèi ma che il male è voluto dall’uomo che con la sua libertà ha il potere di negarsi a Dio e negandosi a Dio al bene e al fratello; non pensa che il male colpisce il corpo ma non l’anima perché sa che sia il corpo che l’anima sono dono inseparabile dello stesso amore creatore; non condivide l’idea che la vera patria è altrove per cui morire è bene per raggiungerla, ma che la terra è patria, la prima patria, perché dono dell’amore del Padre. Ma allora perché accetta la morte ingiusta e violenta, perché non si ribella al destino crudele, perché invoca il perdono sugli uccisori, perché non grida la propria innocenza, perché non reagisce con determinazione alla violenza, perché risponde con la nonviolenza alla violenza? Gesù ha risposto alla violenza con la non violenza perché il Padre glielo ha chiesto e non perché impietoso o adirato ma perché innamorato della creatura violenta di cui ne ha preso a cuore la sorte nonostante la violenza. Gesù si è posto di fronte alla sua morte ingiusta e violenta non negandola, con la rimozione, l’estetizzazione o il ricorso alla filosofia, ma riconoscendola e attraversandola, e così liberando l’uomo dalla paura della morte, alla radice di ogni ingiustizia e violenza, e riconsegnandolo alla verità di figlio e di fratello. La ragione per cui Gesù ha assunto la morte tragica, trascrizione della tragicità della morte e di ogni morte in un mondo dove l’uomo non ha più la coscienza di essere creatura, figlio e fratello, non è per sottrarsi al mondo ma per riaprire nel mondo la dimensione della creazione e della bontà che la coltre dell’ingiustizia e della violenza occulta. Alla radice della convinzione quasi universale del mondo come luogo ostile e inospitale non c’è forse infatti l’esperienza innegabile della sofferenza e deal violenza che sono superabili solo postulando un mondo altro da questo mondo? Assumendo su di sé la violenza che lo uccideva e assorbendola come la spugna e deviandola come il parafulmine, Gesù ha sottratto al male (sofferenza e violenza) la sua inesorabilità e incontestabilità e ha riaperto nel mondo la possibilità di abitarlo come mondo buono, secondo il disegno creatore. Gesù con la morte ha raggiunto l’aldilà ma non l’aldilà opposto a questo mondo dove l’io, libero dalla pesantezza del corpo, avrebbe contemplato finalmente il vero e il bello, bensì l’aldilà dell’amore del Padre che ha creato il mondo e lo ricrea quotidianamente donandolo e ridonandolo all’uomo per amore. Morendo Gesù ha riaperto questo aldilà, dissotterrando la bontà del mondo, la creazione, sotto la crosta dell’ingiustizia e della violenza che, imperforata, si voleva imperforabile e, per questo, pensata come dato fatale o naturale e legge stessa dell’esperienza. Rispondendo alla violenza con al non violenza Gesù ha decostruito la legge della violenza e riaperto nella storia come possibilità la legge della fraternità (C. di Sante, La passione di Gesù, Città Aperta, Troina 2007, pp. 266-268).

 

Quale gioia per noi, o nostro Gesù

Quale gioia per noi,
o nostro Gesù,
quando incontriamo il tuo volto nelle persone intorno a noi.

Quale meraviglia, o nostro Gesù,
quando percepiamo la forza della tua resurrezione tra di noi,
nella nostra vita quotidiana, nel nostro lavoro quotidiano.

Rimani con noi, Gesù Cristo,
in una multiforme presenza
e lasciati riconoscere da noi nella donna che partorisce
nel dolore per dare al mondo una nuova vita e nel contadino
che si prende cura di un campo di riso con amore e fatica.

Colmaci della forza della tua resurrezione.

(In God’s hands, a cura di H. MC Cullum e T. Mac Arthur, WCC Publications, Ginevra 2006, p. 167)

L’amore dei nemici

  “Amare gli amici lo fanno tutti, i nemici li amano soltanto i cristiani” Queste parole di Tertulliano (Ad Scapulam 1,3), che vogliono esprimere la differenza cristiana, vertono significativamente sull’amore per i nemici. Questo appare come vera e propria sintesi del Vangelo: se tutta la Legge si sintetizza nel comando dell’amore di Dio e del prossimo (Marco 12,28-33; Romani 13,8-10; Giacomo 2,8), la vita secondo il Vangelo trova il suo compimento nelle parole e nei gesti di Gesù che indicano nell’amore del nemico l’orizzonte della prassi cristiana. Dice infatti Gesù: “Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano” (Luca 6,27; cfr. Luca 6,28.29.35; Matteo 5,43-48) e tutta la sua vita – fino al momento della lavanda dei piedi anche a Giuda, colui che si era fatto suo nemico; fino alla croce, luogo del suo amore “fino alla fine” per i suoi (Giovanni 13,1); fino alla preghiera per i suoi carnefici mentre lo crocifiggevano (Luca 23,33-34) – attesta questo amore incondizionato rivolto anche al nemico. Il cristiano, chiamato ad assumere il sentire, il pensare, il volere di Cristo stesso (cfr. Filippesi 2,5), si trova dunque sempre confrontato con questa esigenza.?Ma occorre chiedersi: è realmente possibile amare il nemico, e amarlo mentre manifesta la sua ostilità e inimicizia, il suo odio e la sua avversione? È umanamente possibile tale scandalosa simultaneità? L’esperienza infatti ci rivela che il fascino per l’assolutezza dell’amore del nemico svanisce in assoluta dimenticanza e diviene incapacità di dargli consistenza esistenziale di fronte alle precise e concrete situazioni di inimicizia. E forse già questo rappresenta un primissimo, e umanamente fondamentale, momento del cammino verso l’amore del nemico. Inoltre il cristiano è portato dal Vangelo a vedere in se stesso il nemico amato da Dio e per cui Cristo è morto: questa è l’esperienza di fede basilare da cui soltanto potrà nascere l’itinerario spirituale che conduce all’amore per il nemico! Scrive Paolo: “Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo peccatori e nemici, Cristo è morto per noi” (cfr. Romani 5,8-10). Su questa esperienza di fede occorre innestare la progressività di una maturazione umana che conduce ad acquisire il senso positivo dell’alterità, la capacità dell’incontro, della relazione e quindi dell’amore. Già l’Antico Testamento, quando invita l’israelita ad amare il prossimo come se stesso, propone una sorta di itinerario: “lo sono il Signore, non coverai odio verso tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. lo sono il Signore” (Levitico 19,17-18). Anzitutto è richiesta l’adesione di fede a colui che è il Signore, quindi l’israelita è chiamato a impedirsi sentimenti di odio (atteggiamento negativo), poi a correggere colui che fa il male (atteggiamento positivo) proibendosi di farsi vendetta da sé (atteggiamento negativo) e amando così il suo prossimo come se stesso (atteggiamento positivo). All’amore si arriva attraverso un cammino, un esercizio.?L’amore non è spontaneo: esso richiede disciplina, ascesi, lotta contro l’istinto della collera e contro la tentazione dell’odio. Così si perverrà alla responsabilità di chi ha il coraggio di esercitare una correzione fraterna denunciando “costruttivamente” il male commesso da altri. L’amore del nemico non va confuso con la complicità con il peccatore! Anzi, proprio la libertà di chi sa correggere e ammonire chi compie il male nasce dalla profondità della fede e da un amore per il Signore che sono la necessaria premessa per l’amore del nemico. Chi non serba rancore e non si vendica, ma corregge il fratello, è infatti anche in grado di perdonare; e il perdono è la misteriosa maturità di fede e di amore per cui l’offeso sceglie liberamente di rinunciare al proprio diritto nei confronti di chi ha già calpestato i suoi giusti diritti. Chi perdona sacrifica un rapporto giuridico in favore di un rapporto di grazia! Anche Gesù, quando chiede di amare il nemico, immette il credente in una tensione, in un cammino. Dallo sforzo per superare sempre di nuovo la legge del taglione, cioè la tentazione di rendere il male che si è ricevuto, il credente deve pervenire a non opporsi al malvagio, a contrapporre al male l’attivissima passività della non violenza, fidando nel Dio unico Signore e Giudice dei cuori e delle azioni degli uomini. Anzi, mossi dalla convinzione che il nemico è il nostro più grande maestro, colui che può veramente svelare ciò che abita il nostro cuore e che non emerge quando siamo in buoni rapporti con gli altri, i credenti possono obbedire alle parole del loro Signore che invitano a porgere l’altra guancia, a devolvere anche la tunica a chi vuole toglierci il mantello...?Ma perché tutto questo sia possibile è indispensabile ciò che sempre è ricordato dai Vangeli accanto al comando di amare i nemici, e cioè la preghiera per i persecutori, l’intercessione per gli avversari: “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori” (Matteo 5,44). Se non si assume l’altro – e in particolare l’altro che si è fatto nostro nemico, che ci contraddice, che ci osteggia, che ci calunnia – nella preghiera, imparando così a vederlo con gli occhi di Dio, nel mistero della sua persona e della sua vocazione, non si potrà mai arrivare ad amarlo! Ma dev’essere chiaro che l’amore del nemico è questione di profondità di fede, di “intelligenza del cuore”, di ricchezza interiore, di amore per il Signore, e non, semplicemente di buona volontà (E. Bianchi, Le parole della spiritualità, Rizzoli, Milano 2004)

La conoscenza di sé

 Uno degli elementi più distintivi della spiritualità cristiana è sempre stata l’attenzione alla dimensione dell’interiorità: la santità non consiste in un insieme di prestazioni, fossero pure buone, sante o eroiche, ma si colloca sul piano dell’essere e tende alla conformazione a Cristo dell’intera persona. Questo significa che la sequela di Cristo esige che l’umano non venga mai disgiunto dallo spirituale e che al movimento di conoscenza del Signore si accompagni sempre il parallelo movimento di conoscenza di sé. È questo un tema che traversa tutta la tradizione cristiana la quale non ha esitato a riprendere e riformulare nei termini suoi propri l’iscrizione posta sul frontone del tempio di Apollo a Delfi: “Conosci te stesso”. Così Origene e i Cappadoci, Ambrogio e Agostino, Gregorio Magno, Guglielmo di Saint-Thierry e Bernardo, i padri Certosini e Vittorini hanno ripreso e approfondito il senso di questo movimento essenziale all’uomo per umanizzarsi (“Non conduce vita umana chi non si interroga su se stesso”, Platone) e al cristiano per iniziare autenticamente la propria sequela Christi (il rinnegamento di sé chiesto da Cristo deve poter essere attuato in libertà e per amore, e questo comporta la conoscenza di sé). Senza vita interiore, senza sforzo di conoscenza di sé, non sarà possibile una vita spirituale cristiana e neppure la preghiera!?Purtroppo oggi si assiste a quel deprecabile scollamento fra chiesa e vita spirituale, fra chiesa e vita interiore, che è elemento di crisi molto più grave di quello “numerico-quantitativo”, perché dice che la chiesa è venuta meno al compito di iniziazione sia alla vita che alla vita secondo lo Spirito. Non si può inoltre tacere che l’attenzione oggi prestata all’”io” e alle istanze della soggettività presenta molte ambiguità: il narcisismo culturale (“Quando la ricchezza occupa un posto più alto della saggezza, quando la notorietà è più ammirata della dignità e quando il successo è più importante del rispetto di sé, vuol dire che la cultura stessa sopravvaluta l’immagine, e deve essere considerata narcisistica”, A. Lowen), la pornografia dell’anima (l’esibizione dell’intimo, la scomparsa del pudore nel dare in pasto a milioni di telespettatori le confessioni personali o i problemi familiari), la compressione dell’individualità da parte della cultura tecnologica (a cui interessa un esecutore funzionale di un lavoro già programmato) che provoca l’ipertrofia dell’io negli altri ambiti esistenziali, sono tutti elementi che rendono, da un lato, prudente, dall’altro, urgente, un discorso sulla conoscenza di sé. Ne va infatti della libertà dell’uomo! È veramente libero chi conosce se stesso, perché questi può nutrire un rapporto equilibrato con la realtà e con gli altri e scoprire motivi di speranza e di fiducia nel futuro.?Il processo della conoscenza di sé consiste nella risposta a un appello: l’appello che si fa sentire in noi, per esempio, quando proviamo il bisogno di starcene soli per un po’di tempo per riflettere e pensare, per “tirarci fuori” dal quotidiano che rischia di intontirci con la sua ripetitività o di travolgerci con i suoi ritmi esasperati. Si tratta della chiamata a compiere un esodo verso l’interiorità, un viaggio all’interno di se stessi, viaggio che si svolge ponendosi domande, interrogando se stessi (Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Che senso ha ciò che faccio? Chi sono gli altri per me?...), riflettendo, pensando, elaborando interiormente ciò che si vive di fuori. Solo così, attraverso l’interiorizzazione, si diviene soggetti della propria vita e non ci si lascia vivere. Certo, questo cammino nella propria interiorità, questa discesa nel proprio cuore sono molto faticosi e dolorosi: normalmente noi li respingiamo, ne abbiamo paura, perché temiamo ciò che di noi può emergere, ciò che di noi può esserci svelato. Nietzsche ha parlato del grande dolore di cui fa uso la verità quando vuole svelarsi all’uomo.?La conoscenza di sé esige attenzione e vigilanza interiore, quella capacità di concentrazione e di ascolto del silenzio che aiuta l’uomo a ritrovare l’essenziale grazie anche alla solitudine. Allora si perviene ad habitare secum, ad abitare la propria vita interiore, e si consente alla propria verità interiore di dispiegarsi in noi: è allora che la conoscenza di noi stessi diviene anche conoscenza dei limiti, delle negatività, delle lacune che fanno parte di noi e che normalmente tendiamo a rimuovere pur di non doverli riconoscere. La conoscenza della propria miseria, accompagnata dalla conoscenza di Dio, può allora divenire esperienza della grazia, della misericordia, del perdono, dell’amore di Dio. Ciò che prima si conosceva per sentito dire ora diviene esperienza personale. Si tratta di mai scindere questi due momenti dell’itinerario spirituale: la conoscenza di sé e la conoscenza di Dio. Infatti la conoscenza di sé senza la conoscenza di Dio ingenera la disperazione, e la conoscenza di Dio senza la conoscenza di sé produce la presunzione (E. Bianchi, Le parole della spiritualità, Rizzoli, Milano 2004).

Signore Gesù, tu che non hai detto tua nessuna casa


Signore Gesù,
tu che non hai detto tua nessuna casa
e sei vissuto in case che non erano tue,
conosci la nostra vita da abusivi,
la paura che ci incute il grugnito arrabbiato dei bulldozers
pronti a radere al suolo le nostre case
rizzate su una terra che non possiamo dire nostra.

Tu che hai digiunato nel deserto s
otto il volteggiare degli avvoltoi
e hai provato le fitte della fame col passare dei giorni,
conosci i nostri sentimenti quando la nostra pancia brontola
ignorando l’ora del prossimo pasto,
e vediamo i nostri figli crescere denutriti.

Tu che hai camminato sotto lo spietato sole del deserto,
e hai provato la calura che brucia le spalle,
conosci il caldo che fa quando il sole picchia forte stordendoci,
mentre il tetto di lamiera sopra di noi cuoce e il sudore gocciola sulla fronte.
Eppure, in qualche modo, tu sei in mezzo a noi,
sei tra noi nello miseria e nell’immondizia,
tu conosci la nostra vita fatta di disperazione e dolore,
quando al sorgere del sole s’apre un’altra dura giornata
e ci attende un faticoso lavoro per guadagnare il pane quotidiano.

Signore Gesù, da chi andremo?
Non ci abbandonare. Tu sei il pane di vita, la nostra stella luminosa.
Nelle tenebre delle nostre vite senza speranza
non accenderai un raggio di speranza?

Anil Netto (Malesia)

(Wisdom is calling, a cura di G. Duncan, Canterbury Press – United Church Publishing House, Etobicoke 1999, p. 320)