Perdonare è dimenticare

 La vita comune è fatta di piccoli perdoni e di conseguenza di piccoli oblii. Il non volere dimenticare ci irrigidisce ed il nostro irrigidimento radica ancor più il nostro fratello nell’atteggiamento che ci ha ferito. Quasi tutti siamo suscettibili. La suscettibilità è un rifiuto della nostra croce personale. Essere riconoscenti per un atteggiamento che ci ferisce è una ricetta insuperabile per vincere la suscettibilità. Non prendere ciò che è umano per ciò che è soprannaturale, ma neppure scambiare malumori umani per mancanza di carità. Ci si può amare molto e sinceramente anche se vi sono malumori. Bisogna lottare contro di essi valutandoli per quello che sono: delle piccole cose. Considerarli cose grosse, può suscitare delle tentazioni a mancare gravemente di carità. La carità, qui come altrove, ha sempre come base la verità. La suscettibilità richiama tenerezza: rischia invece di richiamare l’educazione e l’educazione rovina tutto. L’educazione è quasi un istinto difesa contro reazioni che noi temiamo. La tenerezza è l’amore del cuore di Gesù verso i nostri fratelli e sorelle sempre infermi. La rigidità è un altro istinto di difesa. Sembra dire: “attenzione!”. Il cuore di Gesù non ci dice “attenzione”, esso è disposto in partenza ad accogliere le piccole sofferenze che ripara soffrendole. Il dimenticare le pene sopportate da noi o da coloro che amiamo ci colloca nella semplicità di un cuore “liberale”, cioè libero verso ogni ricordo, fuorchè il ricordo del cuore di Cristo che sempre si dona, che sempre mostra benevolenza e fiducia, che sempre spera il meglio dal cuore che incontra.

Madeleine Delbrel, Comunità secondo il vangelo, Gribaudi1996 

Fraternità che resta umana

La nostra vita comune non deve essere una parvenza di fraternità umana, in nome della fraternità “soprannaturale” che è. Sarà un’autentica fraternità soprannaturale soltanto se è una fraternità umana autentica. L’interdipendenza che lega i membri della fraternità li sottomette gli uni agli altri. Ognuno deve considerare gli altri come persone che gli sono affidate, tutti devono essere consapevoli che ognuno dei fratelli gli è stato affidato; affidato come si affida qualcuno ad un amico prima di morire. E’ vero che questa responsabilità è compito particolare dei responsabili; ma nessun responsabile potrebbe assumerla se prima non possiede questo senso della fraternità, e se nella comunità stessa fosse assente questo senso concreto ed esigente della fraternità. E’ estremamente facile dilapidare questo tesoro. Bastano dei comportamenti inumani: accettare delle fatiche oltre le proprie possibilità, accettare per altri condizioni di vita anormali che non si condividono con loro e alle quali non si cerca di rimediare dando un aiuto eccezionale fornito dalle nostre persone. L’umile campo della casa e della tavola, se sono in comune, sono da soli una miniera di carità. Non dimentichiamo che nulla ci è di aiuto, né delle abitudini comuni, né una comune origine geografica, né un atavismo e neppure una età comuni. Si potrebbe essere tentati di ricercare un’atmosfera prossima all’amicizia, ma si sceglierebbe una strada sbagliata. L’amicizia infatti ha una base di conoscenza; nasce da una conoscenza reciproca. Nella fraternità si parte da un fatto reale: la scelta da parte di qualcuno, che fino a ieri non conoscevamo, del nostro medesimo fine. Questa scelta ci lega in una medesima volontà di Dio. Noi dobbiamo sempre agire in funzione di un cuore che esiste. Siamo cattivi figli di Dio se noi non cerchiamo di assomigliargli nel cercare di essere per i nostri fratelli causa di gioia. Ci facciamo delle illusioni se pensiamo di poter adottare una specie di immobilismo neutrale. Quando non diamo felicità, è raro che non causiamo almeno un po’ di disagio, un po’ di disturbo. Soprattutto dobbiamo puntare al cuore quando un fratello ha qualche cosa che, normalmente, può farlo soffrire. Non è bello soffrire soli quando Dio non lo ha espressamente voluto. Anche il Signore ha cercato di non soffrire da solo. Egli ha gridato contro l’abbandono di Dio dopo aver subito l’abbandono degli uomini. Davanti alla sofferenza non dobbiamo allontanarci da una duplice linea di condotta: - non bisogna negare che i nostri fratelli soffrano di cose di cui noi non soffriremmo noi - almeno così crediamo; - quando li colpisce un avvenimento doloroso, non bisogna aspettare che ci manifestino la loro sofferenza per aiutarli. Infine, non è forse inutile aggiungere che, per essere fraterna, la compassione deve comprendere il corpo e l’anima ed immedesimarsi totalmente nel dolore che compatisce. Nella fraternità, deve essere considerato sbagliato e ingiusto, giudicare uno di noi in base all’intelligenza o alla sua cultura. Quello che vale è l’equilibrio fra la mente e il cuore, e più ancora la trasformazione della propria cultura in carità. In questa prospettiva acquisterà il suo valore ogni conoscenza, e non soltanto quella dei libri.

Madeleine Delbrel, Comunità secondo il vangelo, Gribaudi1996.

 

Vita comune e fraternità

Come base e nerbo della nostra vita comune, noi non possiamo non contare che sulla carità fraterna. La comunione alla vita di Dio è la sola fonte di un amore reciproco per la particella della chiesa che noi siamo. Qualunque sia l’aspetto di questo amore che fra di noi abbia bisogno di venir rigenerato, non vi è che questa sorgente capace di rigenerarlo. La fraternità trae forza per noi dall’essere partecipi di un appello comune. La vita comune è sopra ogni altra cosa il terreno dove affonda le sue radici la nostra carità. Nella vita comune noi possiamo soprattutto verificare, fortificare, espandere il nostro stato di carità. Questo non avverrà mai a poco prezzo. Ma ogni difficoltà può essere, con l’aiuto di ognuno, meno difficile per ognuno, come può per ognuno divenire troppo difficile a causa di ognuno. Questa vita non deve renderci giudici gli uni degli altri. Dei fratelli non si giudicano fra di loro, ciò di cui possono dare un giudizio è se la vita di famiglia è lesa, deviata, disonorata. La gravità di un torto che si verifica nel’ambito della vita di una comunità non coincide necessariamente con una colpevolezza. Una piccola inezia può impedire di essere esternamente fedele dopo avere fornito un lungo e prolungato sforzo; una piccola inezia può permettere di essere fedele dopo sforzi minori; soltanto Dio conosce quanto gli è stato rifiutato. Spesso noi dimentichiamo di prendere a nostro carico la piccola inezia che ci ha impedito di essere fedeli fino in fondo nella misura del visibile. “Fare amare l’amore” in ognuno, ad ognuno nella vita comune, è tutta un’arte, una delle arti più belle che esistano. La sua iniziazione sarebbe lunga. Occorrerebbe la volontà di una certa apertura, di una certa attenzione, di scoprire ciò che è “altro” negli altri, persino nelle grazie di Dio.

Madeleine Delbrel, Comunità secondo il vangelo, Gribaudi1996

Perchè ci si riunisce in comunità?

Se dei cristiani vivono in comunità hanno come primo intento quello di essere una risposta a quella proposta di amore che il Cristo ha rivolto ai cristiani: ci si riunisce insieme per vivere, spingendosi il più lontano possibile, il vero amore del Cristo, il vero amore degli altri. Ci si riunisce per fare corpo con il Cristo che può cambiare il mondo. Una debolezza per la comunità sarebbe quella di accontentarsi dell’amicizia, del cameratismo, dell’affetto: deve essere l’amore di Cristo a cementarci gli uni agli altri. La fortuna della comunità sta nell’incontrare persone che sono decise ad amarsi insieme fino in fondo, senza cedere ad inutili indulgenze degli uni verso gli altri. Affinché il regno di Dio venga, è necessario che vi sia unità: una comunità viva è una piccola parte del Regno di Dio e non può quindi esservi vero conflitto tra missione e comunità. Il gruppo rischia la consuetudine, l’invecchiamento, se si riduce a rapporti di gentilezza. Una delle sue regole è il principio: “chi perde, vince”; nessuno ha dei diritti sulla comunità, ma la comunità deve assumersi i diritti di ognuno. L’amore non fa rivendicazioni. Naturalmente bisogna anche bene mettersi in testa che unità non vuol dire uniformità : esiste, più o meno, sempre la tentazione dell’unità confortevole, in cui tutti avrebbero voglia di fare tutto nello stesso modo e nello stesso momento. Dobbiamo invece cercare di vedere la personalità di ognuno nel Signore e di sbarazzarci di tutti i pregiudizi che si hanno sugli altri. Il mondo ha diritto che le nostre comunità siano sane e sante: quando un gruppo cessa di essere tale, significa che la presenza del Signore è scomparsa... Non esistono ricette per essere persone che amano; bisogna scendere fino al cuore di Cristo per scoprirne il modo. Tutto il resto non è che espediente. 

Madeleine Delbrel, Comunità secondo il vangelo, Gribaudi 1996

Agape e comunità

Agape non è amore debole, passivo. E’ amore in azione. Agape è amore che cerca di preservare e creare comunità. E’ cura perseverante per la comunità anche quando qualcuno cerca di frantumarla. Agape è la volontà di coprire qualunque distanza per restaurare la comunità. Non si ferma al primo miglio, ma percorre anche il secondo miglio per restaurare la comunità. E’ volontà di perdono, non sette volte, ma settanta volte sette per restaurare la comunità. La croce è l’espressione eterna della lunghezza del percorso che Dio farà per poter restaurare la comunità frantumata. La risurrezione è un simbolo del trionfo di Dio su quelle forze che cercano di bloccare la comunità. Lo Spirito santo è la realtà in movimento che continuamente crea comunità attraverso la storia. Chi opera contro la comunità opera contro l’insieme della creazione. Perciò, se io rispondo all’odio con un odio ricambiato, non faccio altro che intensificare la frattura nella comunità disgregata. Io posso solo colmare il divario nella comunità disgregata venendo incontro all’odio con l’amore. Se io rispondo all’odio con l’odio, mi spersonalizzo perché la creazione è fatta in modo che la mia personalità può essere pienamente realizzata solo nel contesto della comunità. Brooker Washington aveva ragione quando diceva: “Non lasciare che nessuno ti spinga tanto in basso da costringerti a odiarlo”. Quando ti spinge così in basso, ti porta al punto di resistere alla creazione, e quindi di spersonalizzarti. In ultima analisi, agape significa un riconoscimento del fatto che ogni vita è interrelata. Tutta l’umanità è coinvolta in un singolo processo, e tutti gli uomini sono fratelli. Fino al punto che se io faccio del male a mio fratello, qualsiasi cosa lui faccia a me, faccio del male a me stesso. (Martin Luter King in “An experiment in Love – A Testamento f Hope”)