Chiedere che cosa
5 marzo 2026
Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 7,1-11 (Lezionario di Bose)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 1«Non giudicate, per non essere giudicati; 2perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi. 3Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? 4O come dirai al tuo fratello: «Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio», mentre nel tuo occhio c'è la trave? 5Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello.
6Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.
7Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 8Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. 9Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? 10E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? 11Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono!».
La pagina evangelica viene a noi, si rivolge alla nostra attenzione, suscita in noi interrogativi che danno da pensare. Pagina che per ottenere il suo scopo, l’illuminazione, chiede fiducia in chi parla, Gesù, chiede di credere a ciò che dice, la sua parola, il suo messaggio.
Il primo interrogativo può essere così formulato: non erigetevi a giudici sugli altri puntando il dito contro, condannando, perché, asserisce Gesù in armonia con la tradizione rabbinica del ‘misura contro misura’, “con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi” (Mt 7,2), da Dio ovviamente.
Chiedetevi pertanto: che metro di misura usate nel giudicare l’altro, la condanna o la misericordia? Il discorso della montagna in cui sono inseriti questi versetti non lascia dubbi sulla risposta, è in gioco la questione della ‘giustizia superiore’ (Mt 5,20) introdotta e ribadita da Gesù: “Misericordia voglio, e non sacrificio” (Mt 11,13). Una opzione di fondo rimarcata con perentorietà dall’apostolo Giacomo: “Il giudizio sarà senza misericordia contro chi non ha avuto misericordia. La misericordia ha sempre la meglio sul giudizio” (Gc 2,13), sulla condanna. Si tratta di agire secondo “verità nella carità” (Ef 4,15), condanna assoluta al male, misericordia incondizionata a chi fa il male, prolungamento dello sguardo di Dio in Gesù sugli ingiusti, su di noi. Ad essi volontà di bene. “L’amore, scrive Papa Francesco nella Amoris Laetitia, si prende cura dell’immagine degli altri, con una delicatezza che porta a preservare perfino la buona fama dei nemici” (n.112).
Tema di decisiva importanza su cui Gesù ritorna apportandovi nuove sfumature, invitando i suoi uditori-lettori ad un’opera di discernimento, il cui primo atto investe il ‘guardare e l’accorgersi’ (Mt 7,3): accade di vedere, soffermarsi e ingigantire la pagliuzza che è nell’occhio dell’altro, il suo limite, le sue imperfezioni e le sue lievi infedeltà, fino a farne una trave, e accade di non accorgersi della trave che è nel nostro occhio, l’invidia, l’ostilità, il disprezzo, l’indifferenza, la calunnia, fino a farne una pagliuzza. Operazione ipocrita (Mt 7,5).
Gesù risveglia la coscienza e chiama, secondo atto del discernimento, a conversione: “Togli la trave dal tuo occhio” (Mt 7,5); solo allora, vedendoci bene, puoi, terzo atto del discernimento, adempiere il compito fraterno della correzione fraterna, togliere la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello. È così data risposta all’interrogativo sul come leggiamo noi stessi, con quali occhi ci vediamo. Migliori degli altri, giudici implacabili, o disgraziati a cui è stata fatta grazia, chiamati a prolungare lo sguardo d’amore del Padre in Gesù verso ogni ingiusto che lo sarà sempre meno di noi?
Appartengono al genere delle “cose sante e delle perle” (Mt 7,6) il non condannare, l’acquisizione di uno sguardo semplice e sapiente che solo occhi di amore sanno offrire, l’arte dell’abbellire l’altro aiutandolo a liberarsi dei suoi chiaroscuri. Cose sante, genericamente il Vangelo, che domandano di essere conservate integre per i cercatori di alte ragioni di vita, mai svendute, mai strumentalizzate per trarne vantaggi, mai addomesticate per ragioni di proselitismo, mai banalizzate. Un no alla grazia a basso prezzo, un sì alla ‘disciplina dell’arcano’, il rispetto, la venerazione e l’amore per il Vangelo e per le genti, i popoli, per le quali va conservato e a cui va annunciato in fedeltà, genti a cui veniva da ebrei riservato il nome di cani e porci, impuri nella loro distanza da Dio.
Ed eccoci giunti al terzo interrogativo, una serie di domande sulla preghiera. Chi pregare, a chi rivolgerci? Al Padre di Gesù (Mt 7,11) che è anche Padre nostro (Mt 6,9). Cosa chiedergli? “Cose buone” (Mt 7,11), ad esempio l’amore di Dio, l’amore del prossimo e la vita eterna. Luca riassume le “cose buone” di Matteo nello ‘Spirito Santo’ (Lc 11,13), la cosa buona che le riassume tutte, ci apre a leggere Dio come Padre materno, noi stessi come suoi figli e figlie, l’altro come fratello e sorella, il futuro come ingresso nell’eternità di Dio. Come chiedere? Nella certezza di essere esauditi senza ombra di dubbio, se buone sono le cose che cerchiamo bussando al cuore buono del Padre.
fratel Giancarlo