La lotta spirituale per l'unità della chiesa

XVII Convegno Ecumenico Internazionale di spiritualità ortodossa
LA LOTTA SPIRITUALE NELLA TRADIZIONE ORTODOSSA
Bose, 9-12 settembre 2009
in collaborazione con le Chiese Ortodosse

Georges del Monte Libano – Patriarcato di Antiochia LA LOTTA SPIRITUALE PER L'UNITÀ DELLA CHIESA
Bose, 12 settembre 2009

Metropolita GEORGES del Monte Libano
Patriarcato di Antiochia

 

 


Ascolta la conferenza in lingua originale, francese:

 

Ciò che ci viene normalmente in mente parlando di unità della chiesa è il dialogo tra oriente e occidente che è un atteggiamento intellettuale che ha a che fare con una dogmatica costruita soprattutto da concetti, dottrine, da una coerenza logica, essendo tutte le logiche ugualmente sostenibili. Ora, e lo si è detto, un’idea respinge sempre un’idea. Ci dimentichiamo che gli incontri tra le chiese sono incontri tra uomini così come la vita li ha resi con tutti i gradi immaginabili che han potuto raggiungere sulla Scala delle virtù, prendendo il titolo del libro di Giovanni Climaco. E le comunità ecclesiali sono formate da questi uomini che costruiscono o demoliscono la casa di Dio.

Le comunità sono il prodotto della storia. Non si dice né si fa alcuna cosa senza le tristezze storiche, senza la passione delle culture, di più anche, e spesso, senza gli interessi politici che si aggirano nel nostro cuore. Agendo sul piano razionale spesso siamo agiti da questa confusione interiore che ci agita. Per questo motivo Barsanufio di Gaza ha scritto: “Ogni pensiero in cui non dominano la calma e l’umiltà non è da Dio”. Il pensiero allo stato puro è una visione dello spirito. L’uomo è un tutto capace di Dio se la fiamma incandescente della divinità brucia il suo cuore. Da qui il titolo di questa conferenza: “La lotta spirituale per l’unità della chiesa”.

È ovvio che in tutti i periodi della storia della chiesa ci furono dissensi personali legati oppure no a controversie dottrinali e canoniche. I fautori di scismi, di tensioni spesso non erano pervenuti a quella pace interiore che ne collocava gli spiriti nella giustizia. Con una grande serenità vanno trattate le dispute teologiche. Ora, satana cerca di abitare il santuario, di governalo per gerarchi che credono di rendere gloria a Dio con controversie poco amabili. Se nella stessa chiesa si formano fazioni mosse da uno spirito partigiano, da interessi personali o di gruppo, diviene evidente che questa chiesa non è più il luogo in cui ci si affatica per la gloria di Dio e la ricerca d’unità. Diventa anche chiaro che gli uomini sensibili a ogni grande causa come quella dell’unità dei cristiani possano essere allontanati dalle decisioni di ordine ecumenico capaci di far tremare il potere dominante.

Prendo come esempio le manovre di Cirillo di Alessandria per ottenere la condanna di Nestorio. Al di là della persona di chi fu dichiarato eretico, si tratta per la sede di Alessandria di dominare quella di Antiochia. Un altro esempio è quello del cardinale Umberto al momento dello scisma del 1054. Gli interessi dei suoi alleati politici da una parte, il suo odio per la sede di Costantinopoli dall’altra sostennero la sua azione di opposizione contro il patriarcato ecumenico. La scomunica di Michele Cerulario e soprattutto del suo gregge non aveva alcun fondamento nel diritto canonico orientale. Questi assurdi anatemi da entrambi le parti furono tolti quando due gerarchi mossi da uno spirito d’amore, Paolo VI e Athenagoras I, intavolarono il dialogo dell’amore. Riconoscere da parte dei capi della chiesa che anche l’altra chiesa è amata da Dio è riconoscere in modo manifesto che è una chiesa sorella. Quale che sia la nostra analisi degli eventi storici e la nostra teoria del movimento della storia, non vi è alcun dubbio che i decisori ecclesiastici hanno avuto un ruolo considerevole nelle divisioni.

La lotta spirituale non è solo quella di ciascun cristiano contro la tentazione del fanatismo, del tribalismo, del disprezzo ereditario dell’altro. La chiesa e le chiese sono anche impegnate contro il principe di questo mondo. Avendo come modello della lotta quella della donna in Apocalisse 12 si tratta in permanenza della lotta della chiesa rappresentata dalla donna contro il drago. La donna è incinta perché noi siamo i suoi figli. Il racconto mette in evidenza la donna vestita di sole e dominatrice della luna. C’è qui una nozione della purezza totale il cui nemico è il rosso fuoco che esce dall’inferno. La donna fugge nel deserto che non è solo il luogo di rifugio dei perseguitati ma quello degli spiriti impuri contro cui la chiesa condurrà la lotta con la sua forza ascetica. Coloro che saranno, dal III secolo, i combattenti ideali per perpetuare il martirio faranno dei deserti il luogo delle lotte ideali contro la potenza del male. La chiesa e le chiese raggiungeranno l’assoluto della loro testimonianza solo morendo a se stesse nella rinuncia totale al mondo, luogo del principe di questo mondo. Forte del sangue del martirio e del sacrificio incruento dei monaci la chiesa sarà in grado di dire: “Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, perché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte. Ma essi lo hanno vinto grazie al sangue dell’Agnello e alla parola della loro testimonianza” (Ap 12,10-11).

La lotta spirituale personale e quella ecclesiale sono strettamente solidali. Nel libro dell’Apocalisse, infatti, il Cristo risorto e glorioso indirizza alla sette chiese dell’Asia minore delle lettere per incoraggiarle e correggerle: sono esortate a divenire ciò che sono per mezzo del dono di Dio, della conversione e della fedeltà alla fede apostolica. L’angelo di ciascuna chiesa cui si rivolge il veggente, altri non è, secondo il vescovo Kassian Bezobrazov, che la chiesa stessa. Egli riprova le chiese in quel che possono essere nella vita di fede e ne mostra le grandezze. Ma la cosa più importante del messaggio è colui che lo ha pronuncia. Si rivolge alle chiese a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù (Ap 1,9). La sua forza deriva dal vedere uno simile a un figlio d’uomo (Ap 1,13). Ha compreso che chi gli parla è il risorto. Qualcuno parla a chi non ha visto come lui la forza del Signore della gloria. Le chiese devono rivestire il Cristo totale e perfetto per poter farsi il suo corpo a partire dal capo. Le chiese che a un momento dato della storia sperimentano la luce esortano quelle che ne sono ancora lontane. Questo è il modo con cui Cristo governa la chiesa. Da qualche hanno sono giunto alla convinzione che la decadenza della chiese è la prova più eloquente che lo Spirito santo mantiene la presenza di Cristo tra di noi.

Nella decadenza la lotta spirituale contro il principe di questo mondo, come spiega Basilio il Grande nel suo piccolo trattato sulla fede, è anzitutto quella dei martiri durante le persecuzioni. “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13). Il sangue è la parola più eloquente. Solo i martiri non sono convocati a giudizio. Chi vive come i martiri riprova e insieme esorta nella propria chiesa e nelle altre chi ha rinunciato alla lotta. Chi ha consegnato la propria vita nelle condizioni di oppressione politica o chi ha accettato costantemente la persecuzione larvata o aperta e ha combattuto con la testimonianza del silenzio “per la fede, che fu trasmessa ai santi una volta per sempre” (Gd 3) fonda la chiesa cui appartengono e le altre sulla Roccia. Questa forza rende la chiesa incrollabile nei secoli dei secoli. Le chiese costantemente crocifisse possono intonare il canto pasquale con una convinzione messa alla prova. Tali chiese manifestano dei movimenti di rinnovamento imprevedibili. Cristo sceglie in esse i suoi testimoni per trasmettere la vita ai membri considerati come morti. E la vita nuova crea una teologia nuova con parole mai udite, una teologia che è soffio e dunque preghiera.

Questo soffio lo troviamo nella grande preghiera sacerdotale di Gesù in Giovanni 17. Questa preghiera è l’esempio che colpisce di più dell’unità della chiesa. Perché il soffio dello Spirito anima tutta la cristianità, il diacono nella grande ektenía prega per tutte le chiese di Dio. La liturgia della Parola, perché sia accolta nella sollecitudine del Padre, si offre a lui come un’obbedienza detta dalla stessa bocca e sentita in un medesimo cuore. Il Figlio suscita in noi la capacità di rivolgerci a Lui: “le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte” (Gv 17,8). È il mistero dell’unità della preghiera in tutte le assemblee eucaristiche del mondo. Se è vero che il sacrificio incruento, nella forza del Logos, è celebrato su tutti gli altari, non è men vero che l’entusiasmo degli uni sostiene le sorelle e i fratelli più deboli e meno innamorati della bellezza di Dio. alcuni sono capaci di una più grande audacia per osar dire “Abba” e abbracciano nel loro slancio chi fu incapace d’audacia.

Il capitolo 17 rimane il punto culminante di questo incanto unico che ci procura il discorso dopo la cena. Il nostro amore per tutte le chiese di Dio vuole che esse aderiscano completamente a ciò che ha detto il Signore: “Io sono la via, la verità e la vita “ (Gv 14,6). La chiese si sorpassano a vicenda nel loro amore per Gesù. Questa corsa verso l’amore costituisce un aspetto della cattolicità della chiesa.

Forse Giovanni 17 riprende la benedizione di Giacobbe sui dodici figli: “Radunatevi e ascoltate, figli di Giacobbe, ascoltate Israele, vostro padre!” (Gen 49,2). Giacobbe chiama all’unità fraterna dopo il dramma del fratricidio. Nella chiesa non si perdona all’uomo dei sogni. Egli ha altre attese, altre visioni. Vede il volto nascosto della chiesa e cerca di scoprirlo perché ne vede la bellezza. La liturgia della grande e santa settimana parla della bellezza e della castità di Giuseppe. Una chiesa è bella solo se è indipendente dal corpo di questo mondo. La sua virtù le procura il senso della fraternità con le altre chiese di Dio e partendo dal loro servizio. Il racconto di Genesi 37-50 può essere letto come una lotta spirituale per l’unità. Prima del risplendere della sua bellezza nella terra stranera d’Egitto, Giuseppe fu venduto come schiavo dai fratelli. Questi per mezzo delle loro prove acquisiscono consapevolezza della loro colpa. Questo pentimento culmina con Giuda che si offre al posto di Beniamino (Gen 44). A questo punto Giuseppe che ha certamente lottato per perdonare i fratelli si fa riconoscere: “‘Avvicinatevi a me!’. Si avvicinarono e disse loro: ‘Io sono Giuseppe, il vostro fratello’” (Gen 45,4). Si tratta di riconoscere la chiesa sorella come tale a causa del suo essere ecclesiale anche se ci ha ignorato o addirittura ha peccato contro di noi.

In questo grande racconto di Giuseppe ci sono numerosi elementi su cui meditare circa questa lotta spirituale: il pentimento, il perdono, avvicinarsi gli uni gli altri e poi parlare. All’inizio della storia di Giuseppe i suoi fratelli “lo odiavano e non riuscivano a parlargli amichevolmente” (Gen 37,4), mentre al momento del loro incontro in Egitto “baciò tutti i fratelli e pianse. Dopo, i suoi fratelli si misero a conversare con lui” (Gen 45,15). Rimandando i fratelli a suo padre Giacobbe raccomanda loro di non litigare durante il viaggio (Gen 45,24). La ritrovata concordia fraterna è ancora sotto minaccia.

L’apostolo Paolo, con il suo stile personale, traduce per le giovani chiese il vangelo della pace e della comunione. L’origine e la fonte della comunione ecclesiale è l’amore di Gesù Cristo non condizionato dalla nostra situazione spirituale: “Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi” (Rm 5,6). Riprende questa idea poco dopo sottoforma di un crescendo spirituale e dice: “Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8). L’unità della chiesa è un dono di comunione attraverso la morte e resurrezione del Messia. Essa è a immagine dell’unità trinitaria manifestata nel mistero della salvezza. La chiesa vive della teologia nell’economia. Esortandoci nella Lettera agli Efesini a custodire l’unità dello Spirito per il vincolo della pace, Paolo non dimentica che questo sforzo è possibile perché c’è “un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Ef 4,5-6). È qui che si vede il riflesso della vita trinitaria nella vita ecclesiale. Quando sopraggiunge una discordia in una chiesa o tra le chiese, è un attentato degli uomini alla loro conformità alla Trinità. Paolo desidera che “Arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Ef 4,13). Egli pone questa perfezione della fede di fronte alle eresie che sono in agguato contro di noi. Ci si aspetterebbe da lui una trattazione concettuale delle eresie ma egli non parla che di dimorare nell’amore e ci invita a credere “in ogni cosa a lui, che è il capo, Cristo” (Ef 4,15). Per lui l’amore è la guarigione dalle eresie e la sorgente dell’ortodossia della fede. Non si dà mai nell’apostolo delle genti un’indipendenza tra fede, amore e ordine ecclesiale. Le sorgenti dell’unità sono per lui nello stesso tempo la presenza attiva dello Spirito, del Signore e del Padre (cf. Ef 4,4-6) e l’attività convergente dei ministeri (cf. Ef 4,7-13). I ministeri sono l’opera dello Spirito. Sono vissuti nella loro distinzione ma nella oro unità “allo scopo di edificare il corpo di Cristo” (Ef 4,12). Lo Spirito rimane l’ipostasi della varietà dei carismi e della loro unità. Siamo nella medesima economia del Figlio e dello Spirito come dell’unità e delle diversità ecclesiali.

Meditando il mistero della chiesa così come appare a Paolo possiamo comprendere che nell’unità della chiesa non sparisce la diversità delle chiese a causa della molteplicità dei carismi delle chiese diverse. Confesso che questa distinzione non è formale nel corpus paolino ma ne troviamo fondamento. Questo ci permette di dire che la diversità di genio delle chiese locali è un dono di Dio e niente ne permette l’assorbimento che sarebbe un attentato a tale ricchezza voluta da Dio. La lotta spirituale così vista consiste nel riconoscere la diversità nella ricchezza e la visione delle ricchezze nell’unico “tesoro di tutti i beni” di cui parla la preghiera inaugurale al Paraclito nelle chiesa ortodossa. Perciò dobbiamo beneficiare insieme della bellezza dei doni ricevuti dai patriarcati e dalle diverse chiese autocefale. Non so se presso i greci, i russi, gli arabi e gli altri vi siano diverse maniere di sentire l’ortodossia. Ma vi è indiscutibilmente una diversità di sensibilità nell’approccio di questo o quell’aspetto della vita ecclesiale. Per esempio, rivolgendosi agli ortodossi arabi non si può dimenticare l’esegesi, perché il loro milieu storico e culturale è stato colmo d’esegesi nei primi sei secoli e arricchito qualche tempo dopo l’invasione araba dalla filosofia greca. Benché tutti gli ortodossi amino la liturgia, è innegabile che i russi vivono del canto, degli uffici molto lunghi, della musica, della bellezza dell’icona. Dobbiamo conservare questi tesori delle chiese locali. C’è una lotta spirituale da condurre per la conservazione di tutti i nostri tesori.

In una visione più ampia l’occidente è l’occidente e l’oriente è l’oriente. Essi possono e devono incontrarsi in Cristo senza perdere la propria inculturazione. Non è desiderabile che la sobrietà liturgica degli occidentali sparisca per acquisire la gloria di Bisanzio. Dobbiamo lottare perché la chiesa romana custodisca il suo senso dell’ordine gerarchico. Dobbiamo cogliere come il Signore abbellisca la chiesa romana. Dobbiamo divenire sensibili alla sua grande pietà, alla serietà del suo approccio alla storia e alla cultura, alla sua volontà molto forte di trovare religiosi e presbiteri. Niente nella cultura che essa vive sfugge all’analisi della fede.

Non possiamo nemmeno ignorare quello di cui il Signore ha dotato le chiese uscite dalla Riforma. Vivere della parola di Dio mostra in modo manifesto l’amore che i protestanti hanno mantenuto per la persona di Gesù. Questa costante preoccupazione di studiare la Bibbia è un lascito per tutti noi. La chiesa dei padri fu ugualmente biblica e liturgica. Qui si impone la correzione fraterna.

Riprendo Paolo che tante volte parla della preghiera per la chiesa e le chiese. “In ogni occasione, pregate con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, e a questo scopo vegliate con ogni perseveranza e supplica per tutti i santi” (Ef 6,18). Affida chiaramente tutti i fedeli gli uni gli altri. L’apostolo affida il proprio ministero ai cristiani di Colossi. Scrive loro: “Perseverate nella preghiera e vegliate in essa, rendendo grazie. Pregate anche per noi, perché Dio ci apra la porta della Parola per annunciare il mistero di Cristo. Per questo mi trovo in prigione” (Col 4,2-3). L’annuncio, la fecondità, l’intelligenza della parola sono dovuti in parte al sostegno dei fedeli coinvolti nella propagazione del vangelo tra di loro, tra gli altri e nella missione. Tutti i missionari comprendevano che la riuscita del loro compito dipendeva in una grande misura dalle preghiere della chiesa che li aveva inviati. Avevano il sentimento che l’intera chiesa, uscendo dai suoi limiti geografici, annunciasse il vangelo in terra di missione. E i fatti mostrano che il vangelo è stato accolto più profondamente all’estero nella misura in cui era fedele la chiesa che inviava i missionari.

Quando una comunità apprende che un’altra è nell’afflizione, salgono delle preghiere vigilanti per le sorelle e i fratelli colpiti da prove fisiche o morali. È l’espressione diretta della koinonia. Testimonia questo aspetto comunionale anche la confessione di alcuni cristiani di vivere spiritualmente delle preghiere promesse loro da amici. Dei fratelli mi hanno confidato di aver ritrovato la salute grazie ai legami spirituali che gli sono noti.

Quando nel grande ingresso il patriarca commemora i suoi confratelli che presiedono le altre chiese o quando lo fa il diacono secondo un’altra usanza abbiamo qui l’immagine verbale dell’unità della chiesa. Al di là della dichiarazione, la concelebrazione in cui viviamo un’autentica unità eucaristica è garanzia del mantenimento dell’unità ecclesiale in tutte le sue dimensioni.

Malgrado lo splendore dell’eucaristia e, riprendendo l’espressione della liturgia dopo l’anafora, malgrado il suo essere la perfezione o il compimento del Regno, il tesoro rimane in vasi d’argilla. La fragilità degli uomini nasconde il mistero. I conflitti nella chiesa sono di ogni epoca, perché non è vero che tutti i fedeli hanno la tensione alla santità. Se la gloria non è ancora qui, se la theosis non trasfigura di continuo la comunità, non custodiamo il tesoro e manifestiamo la nostra natura di vaso d’argilla. Già dagli albori della chiesa di Corinto Paolo parla di divisioni e litigi in essa. L’apostolo dichiara che i fedeli vivono relazioni di lealtà con persone diverse. “Io sono di Paolo. Io invece sono di Apollo. Io invece di Cefa. E io di Cristo” (1Cor 1,12). Nelle chiese ortodosse dove il popolo di Dio ha una parola da dire nell’elezione del vescovo, si conoscono i candidati alcuni dei quali cercano di manifestare la loro popolarità o l’alimentano. Spesso vi sono delle tensioni nel sinodo prima del voto. Prima dell’elezione del patriarca vi è spesso un’autentica crisi. Talvolta prosegue in sordina. La chiesa appare come un’assemblea di ordine sociologico.

Al disordine della chiesa a Corinto Paolo oppone questo: “La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio” (1Cor 1,18). Al posto di una certa sapienza mondana che ispirò le fazioni a Corinto l’apostolo non può fare a meno di dire: “È piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione” (1Cor 1,21b). In questa o quella eparchia, in questa o quella parrocchia ci si è ridotti a risolvere le difficoltà sorte tra i fedeli con i mezzi della sapienza mondana.

In Galazia la situazione è più grave. Paolo dice: “Mi meraviglio che, così in fretta, da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo voi passiate a un altro vangelo. Però non ce n’è un altro, se non che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo” (Gal 1,6-7).

C’è disordine nell’insegnamento, c’è la volontà di insegnare di predicare un vangelo altro da quello di Paolo. Paolo scrive ai cristiani della Galazia come a quelli di Corinto: “Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gal 6,14). C’è un’impossibilità radicale di affrontare i conflitti nella chiesa con i mezzi di questo mondo. L’unità sarebbe nel compromesso delle categorie sociali ma non una riconciliazione in Cristo. In alcune parti del mondo ortodosso il vescovo di fatto è un etnarca soprattutto in assenza di ogni catechesi preparatoria a ogni dialogo tra il pastore e il suo gregge che non è sempre sensibile alla fede a cui il presbitero o il vescovo fan riferimento. Ci sono in questo modo nella comunità due linguaggi differenti e, con un po’ di esagerazione da parte mia, una Babele permanente.

Possiamo interrogarci se le divisioni della chiesa non siano la conseguenza dell’infedeltà all’alleanza. È un’interpretazione possibile di Levitico 26,36.37: “Cadranno uno sopra l’altro”. Le terribili maledizioni sono la conseguenza della non-osservanza dell’alleanza da parte del popolo. Ciascuno cerca di salvare la pelle senza preoccuparsi del bene comune. In alcuni luoghi sono i ripiegamenti identitari familiari o politici. Molti battezzati “si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno scambiato la gloria del Dio incorruttibile con un’immagine e una figura” (Rm 1,21b-23). Il dramma di alcune parrocchie è la condanna al silenzio quando in pochi adorano Dio e gli altri, invece, adorano le immagini, cioè se stessi.

Nella lotta spirituale per l’unità della chiesa la credibilità della chiesa in terra è in funzione della sua testimonianza di comunione ecclesiale. Ora, la comunione ecclesiale ha un linguaggio, anzitutto quello dell’amicizia. L’amicizia è il minimo che si possa sperare per istituire un linguaggio evangelico, condizione dell’essere ecclesiale teso necessariamente alla missione.

L’autentica preoccupazione della fede autentica è espressa dalla liturgia di Giovanni Crisostomo con queste parole: “Amiamoci gli uni gli altri affinché nello stesso slancio confessiamo il Padre, il Figlio e lo Spirito santo”. In vista dell’intelligenza della fede coltivate “sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri” (Col 3,12-13).

Con tali disposizioni si impara gli uni dagli altri ad ascoltare la parola di Dio. In altri termini, accettare di divenire sempre di più discepoli di Cristo ascoltando ciò che lo Spirito dice per mezzo del fratello o della sorella. Chi ha parole divine le dica. Perché la chiesa viva, il dono di Dio va condiviso. L’obbedienza al Signore esige che noi riconosciamo la sua volontà per mezzo delle parole da lui deposte nel cuore dei suoi discepoli amati. Ciò richiede una grande umiltà da parte di tutti, in particolare dei gerarchi che devono saper ascoltare ciò che il Signore dice alle chiese, cioè spesso a dei laici dal cuore puro che frequentano abitualmente le Scritture. Accanto ai vescovi e ai presbiteri Dio sceglie chi vuole e gli comunica i misteri del regno e della parola che ci riconforta nell’oggi di Dio.

Un altro mistero della salvezza della chiesa intera è la comune diakonia dei “poveri” che ci dà la certezza di servire il Signore stesso in essi.

Dobbiamo ricordarci che è ai poveri che il regno è predicato, che sono i fratelli minimi di Gesù e che il loro pascolo è Dio. Non c’è manducazione celeste per noi se non viviamo la condivisione con loro. Sono essi quell’altare su cui offriamo un sacrificio superiore all’altare della liturgia, riprendendo un’esaltante espressione di Crisostomo.

Infine, lungo questa via di distacco che prepara all’unità, possiamo essere fondati in Dio solo rinunciando ai nostri interessi personali e al nostro orgoglio confessionale. La verità ti corona e non serve la tua vanità storica quali ne siano le attrattive. In questo senso Paolo parla di coloro che “cercano i propri interessi, non quelli di Gesù Cristo” (Fil 2,21). Nella medesima direzione diceva di coloro che “predicano Cristo anche per invidia e spirito di contesa” (Fil 1,15), in antitesi a Cristo che “svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2,7-8).

La kenosi è il cammino di noi tutti vero la nostra resurrezione permanente in Cristo in una vita di preghiera per la chiesa intera. “Dio gradisce la preghiere di chiama la pace. Il sacrificio più grande offerto a Dio è la nostra pace, la nostra concordia fraterna; infatti per l’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito santo il popolo è uno” (Cipriano di Cartagine, La preghiera del Signore 23).

Ciò ci fa dire che la lotta spirituale l’unità della chiesa sono una sola cosa. Lotta di ciascuno e di tutte le chiese per la chiesa di Dio. Lotta per mezzo della parola salvifica e la santità di vita. Santità e unità sono una sola cosa. La preoccupazione unica dell’unità ne fa un discorso teologico nel senso stretto del termine, mentre la lotta spirituale avvicina l’unità alla sua profondità, che è la vita in Cristo che non è altro, attraverso il nostro movimento d’ascensione, che il nostro dimorare con il Padre, il Figlio e lo Spirito santo.

Quanti ostacoli in questa ascensione! Li abbiamo evocati. Lo scopo di questa ascesi e di questa contemplazione divina sul nostro cammino verso il nostro fine ultimo nella gloria è domandare la santità reale per la nostra chiesa e per tutte quelle che invocano la Trinità che rende ecclesiali le nostre comunità che credono profondamente in essa. Se viviamo della comunione delle persone divine noi già gustiamo la divinità intera e il regno è in noi.

Un’autentica unità è già realizzata in particolare tra la chiesa romana e la chiesa ortodossa. Roma però è invitata dagli ortodossi a chiarire un problema: l’anatema pronunciato contro gli anti-infallibilisti romani tocca in qualche modo gli ortodossi? Se gli ortodossi non sono oggetto di una condanna rimangono fedeli alla loro teologia e il dogma romano diviene per essi un theologoumenon.

Non so se questo è possibile. Ma se la chiesa di Roma deve praticare una lotta spirituale, è proprio questa. Se la nostra proposta può essere presa in considerazione, noi non anticipiamo un giudizio su niente, l’essenziale delle nostre divergenze sarà tolto. Lo scisma che ora ci separa sarà stato una rottura all’interno della chiesa una.

Importante è pensare insieme tutto per la gloria di Dio che copre il corpo di Cristo. Siamo o non siamo in una comunione autentica e non in una quasi comunione? Possiamo scambiarci il bacio della pace oggi affinché l’unica lotta non consista più nel cercare l’unità ma nel proclamarla e cantarla?

Metropolita Georges del Monte Libano

[traduzione in italiano di D.V.]

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