Non restate spettatori!
15 luglio 2026
Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 11,16-24 (Lezionario di Bose)
In quel tempo, Gesù disse alle folle: 16«A chi posso paragonare questa generazione? È simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano:
17«Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,
abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!».
18È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: «È indemoniato». 19È venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e beve, e dicono: «Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori». Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie».
20Allora si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: 21«Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. 22Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. 23E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! 24Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!».
Queste poche righe racchiudono un quadro inquieto e luminoso insieme: Gesù vi svela l’incoerenza del cuore umano, capace di rifiutare sia il canto gioioso sia il lamento profetico. «Abbiamo suonato il flauto e non avete danzato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto»: è la parabola di una libertà che si chiude, di una sensibilità smarrita che non sa più rispondere a Dio in alcun tono. Giovanni il Battista, austero e bruciante come il deserto, è stato giudicato indemoniato; il Figlio dell’uomo, conviviale e misericordioso, è stato accusato di eccesso e di leggerezza. La Sapienza, che si manifesta in vie molteplici, è stata respinta perché non conforme alle aspettative.
In questo specchio severo, ciascuno è chiamato a riconoscere la propria resistenza interiore: quante volte desideriamo un Dio su misura, che confermi le nostre attese invece di convertirle? A volte ci nascondiamo dietro pretesti per non cambiare, in un’elegante difesa contro la verità che inquieta. Gesù denuncia questa sterile indecisione, questa incapacità di lasciarsi toccare.
Poi il tono si fa grave, quasi un gemito: le città di Corazin, Betsàida e Cafàrnao rappresentano l’intimità mancata con il mistero di Cristo. Lì sono accaduti segni, guarigioni, parole vive; eppure non è nata conversione.
È il dramma di chi vede e non riconosce, ascolta e non accoglie. Gesù non condanna per rancore, ma perché l’amore rifiutato diventa responsabilità: più grande è la luce ricevuta, più profonda è l’ombra che si sceglie di abitare.
Tiro e Sidone, città pagane, e persino Sodoma diventano paradossalmente simbolo di una possibile apertura: non perché innocenti, ma perché meno indurite. Questo capovolgimento scuote ogni presunzione religiosa: non bastano i segni, né la vicinanza geografica o culturale al sacro; ciò che conta è il cuore capace di convertirsi.
E tuttavia, sotto la durezza delle parole, scorre una nostalgia: Gesù desidera che l’uomo risponda, che entri nel ritmo della grazia, che danzi quando Dio suona e pianga quando Dio chiama alla penitenza. Non si tratta di performance spirituale, ma di sintonia, di comunione.
Le parole di Gesù diventano allora un invito pressante e dolce: lasciarsi toccare davvero. Non restare spettatori, ma partecipi. Non giudicare la forma, ma accogliere il dono. Perché la Sapienza, alla fine, è riconosciuta dai figli che si lasciano generare da essa: dai piccoli che non pretendono di sapere, ma imparano a vivere.
un fratello di Bose