Non “apparire”, ma vivere

Photo by Alissa DeBerry on Unsplash
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1 dicembre 2021

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 12,23-26 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 23Gesù rispose ai discepoli: «È venuta l'ora che il Figlio dell'uomo sia glorificato. 24In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 25Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. 26Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.


Charles de Foucauld, “piccolo fratello di Gesù”, ucciso a Tamanrasset, in Algeria, il 1° dicembre 1916, del quale si è recentemente annunciato che verrà canonizzato, insieme ad altri sei “beati”, il 15 maggio prossimo, è stato ricordato dalla nostra comunità da molto tempo. Non che ne avessimo anticipato la canonizzazione – cosa che c’interessa solo relativamente –, ma fin dagli inizi della nostra vita comune abbiamo trovato in lui un vero fratello, proprio per la sua discrezione, per il suo desiderio di non essere glorificato dagli uomini, di non “apparire”, ma di vivere da cristiano l’ordinario della vita quotidiana: per lui la santità non era nello straordinario, nel miracolistico o nell’accumulo di virtù, ma nella fedeltà al terrestre, all’umano, al semplice “stare alla presenza di Dio”, come amava dire il profeta Elia (cf. 1Re 17,1). 

Addirittura, commentando l’evangelo da noi scelto per ricordarlo, va fino ad esaltare la mortificazione volontaria. Scrive: “Mortificazione! Mortificazione! Perdiamo la nostra anima con la mortificazione … Mortifichiamoci per obbedire al nostro Beneamato che ci invita così fortemente con le sue parole … Mortifichiamoci per imitare il nostro Beneamato che ci invita così fortemente con i suoi esempi … Mortifichiamoci per svuotarci di ogni attaccamento a ciò che non è Dio e poter donare il nostro cuore senza riserva al solo amore di Dio”.

Il linguaggio è crudo, a nostro avviso esagerato; oggi infatti si deve imparare a vivere amichevolmente con se stessi, in cerca di felicità; ma quel linguaggio duro corrisponde in qualche modo con l’immagine del chicco caduto in terra del nostro evangelo: per dare frutto il seme deve morire… e il verbo “mortificare” non significa autolesionismo masochista, bensì, originalmente, “far morire”.

D’altronde, come potremmo vivere amichevolmente con noi stessi, quando constatiamo di continuo che non siamo solo in lite con gli altri (situazione già narrata dalla Genesi nel gesto criminale di Caino), ma anche con noi stessi, come lo era anche Caino di cui si dice che “era molto irritato e suo volto era abbattuto” (Gen 4,5), cioè in guerra con se stesso.

Fin dalla creazione, siamo potenzialmente degli assassini, e quante volte lo possiamo verificare, non solo sulle pagine dei quotidiani, ma anche quando, soli, ci ritroviamo con noi stessi? È quindi questa potenzialità, celata nel nostro profondo, che deve essere messa a morte; allora saremo riconciliati con noi stessi e inizieremo a produrre quel frutto che il Signore aspetta da noi, ma che anche noi desidereremmo produrre.

Quando Gesù dichiara: “Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”, non spinge chi l’ascolta al suicidio. Al contrario, gli indica la strada della vita in pienezza. A nulla serve contemplare il proprio ombelico – questo è “amare la propria vita” –; invece una vita non tenuta per sé, ma donata, una vita per gli altri: questa è la vita che si conserva per i tempi infiniti.

fratel Daniel