Destati, e fa’ risplendere la tua lampada - I Domenica di Avvento

Lampada Bizantina in bronzo, V-VI sec
Lampada Bizantina in bronzo, V-VI sec

28 novembre 2021

Ecco il tempo di operare:
perché stoltamente dormi
immersa nell’avvilimento, anima mia?

28 novembre 2021

Non esiste nella liturgia bizantina il tempo liturgico dell’Avvento come in quella latina; tutto l’anno liturgico ruota attorno alla grande festa di Pasqua e anche il Natale viene vissuto alla luce del mistero pasquale al punto che nei libri liturgici spesso si parla di Pasqua di Natale. “L’anno liturgico avanza così tra due poli di uguale portata: la pasqua della Natività e la pasqua della Resurrezione. L’una già racconta l’altra” (P. Evdokimov). 

Il tema della vigilanza che nella liturgia romana caratterizza questa prima domenica di Avvento dell’anno C ricorre con estrema frequenza in tutta la liturgia bizantina. Riportiamo, a titolo di esempio, un tropario della seconda settimana dopo Pasqua, tempo detto Októechos (= otto toni) dal nome del libro liturgico usato in quel periodo.

Ecco il tempo di operare:
perché stoltamente dormi
immersa nell’avvilimento, anima mia?
Destati, e fa’ risplendere con le lacrime la tua lampada.
Affrettati, perché lo Sposo delle anime è vicino.
Non tardare per non restare fuori della porta divina (cf. Mt 25,1-13).
(A I,239).

Risuona l’invito a destarsi dall’avvilimento, dal torpore, da quello stato d’animo, considerato il male più grave della vita spirituale che, nella tradizione d’oriente e d’occidente, viene chiamato acedia. Che cos’è l’acedia? Nel greco classico il termine akedía indica la mancanza di interesse per la realtà che circonda chi ne è afflitto. Troviamo con frequenza sia il sostantivo che il verbo corrispondente nella traduzione greca della Bibbia. 

In Is 61,3 si dice che lo Spirito del Signore ha consacrato il profeta “per allietare gli afflitti di Sion, per dare loro canto di lode invece dello spirito d’acedia”. Qui l’acedia indica lo scoraggiamento, forse la disperazione di chi non vede più innanzi a sé una possibilità di salvezza, e ad essa è contrapposto lo spirito di lode, di ringraziamento dinanzi alle opere di Dio.

Il verbo akediân ricorre diverse volte nei salmi. Lo troviamo ad esempio nel Sal 60 (61),2-3: “Ascolta, o Dio, il mio grido, sii attento alla mia preghiera. Dai confini della terra a te ho gridato mentre il mio cuore è nell’acedia”. Il salmo è attribuito a Davide che durante la ribellione del figlio Assalonne fu costretto ad andarsene lontano da Gerusalemme. La tradizione patristica considera questo salmo come preghiera della Chiesa straniera e pellegrina su questa terra (cf. 1Pt 2,11). 

Nel salmo 118 (119),28 l’orante confessa: “La mia anima si è assopita per l’acedia, rendimi saldo con le tue parole”. Commenta Origene: 

Quando l’anima si trova nell’acedia, nel turbamento e nella tristezza, perde la vigilanza e cade nell’assopimento proibito dalle parole: Non concedere sonno ai tuoi occhi né assopimento alle tue palpebre (Pr 6,4) (Catena palestinese sul salmo 118).

L’acedia è una specie di malattia del cuore, uno stato d’animo che disorienta e priva di senso la vita. Lo spazio, l’ambiente in cui si svolge la vita quotidiana appare inadeguato, sembra non favorire la vita spirituale. Si sogna un altro luogo – un altro corpo, un altro carattere, un’altra comunità, un altro coniuge, un’altra famiglia – in cui ogni difficoltà sarà appianata. L’assopimento spirituale ci conduce a diventare estranei a noi stessi, a vivere fuori di noi, non nell’oggi nel quale il Signore ci chiede di attendere il suo ritorno, senza lasciarci travolgere dagli affanni della vita quotidiana.

Scrive Atanasio di Alessandria:

Lo spirito d’acedia non può essere scacciato in altro modo se non mediante la meditazione degli insegnamenti divini. Occorre dunque essere sobri e vigilanti a causa di colui che ha detto: Vegliate e pregate (Mt 26,41) (Catena palestinese sul salmo 118).

Basilio di Cesarea conclude un suo scritto in cui sintetizza la specificità della vita cristiana con un capitolo ritmato dalla domanda: “Che cosa è proprio del cristiano?” che si chiude con un pressante invito alla vigilanza: 

Che cosa è proprio del cristiano? Vedere sempre il Signore davanti a sé. Che cosa è proprio del cristiano? Vigilare ogni giorno e ogni ora (Mt 25,13), ed essere pronto nel compiere perfettamente ciò che è gradito a Dio, sapendo che all’ora che non pensiamo il Signore viene (cf. Mt 24,44) (Regole Morali 80,22).

Il cristiano è un vigilante, non cede al sonno della tiepidezza, della negligenza, ma vive nell’attesa del Signore che viene. Stiamo aspettando Qualcuno; la nostra vita è orientata dall’attesa e questo orientamento muta, condiziona radicalmente il nostro stare nella vita. 


I passi della liturgia bizantina sono tratti da Anthologhion di tutto l’anno I-IV, a cura di M. B. Artioli, Lipa, Roma 1999-2000; lo indichiamo con una A seguita dal numero del volume e della pagina.