Ogni esodo è nell’amore di Cristo

Mosaico realizzato all’interno del progetto di arte pubblica nel paese di Tornareccio (Chieti).
Mosaico realizzato all’interno del progetto di arte pubblica nel paese di Tornareccio (Chieti).

4 settembre 2019

Lc 9,28-36

In quel tempo28Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. 29Mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. 30Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, 31apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. 32Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. 33Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva. 34Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All'entrare nella nube, ebbero paura. 35E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo!». 36Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.


Oggi leggiamo il racconto della Trasfigurazione del Signore nel Vangelo secondo Luca, e lo leggiamo per fare memoria di Mosè. Così vorrei leggere questo testo dal punto di vista di Mosè per cercare di comprendere la sua prospettiva e avere l’opportunità di conversare con lui a riguardo dell’esodo, poiché la vita, per noi umani, si manifesta come un incessante cammino di uscita.

Due uomini, Mosè ed Elia, conversano con Gesù che era salito sul monte a pregare. Nella preghiera Gesù è trasformato dalla gloria di Dio e con lui, rivestito degli abiti dell’eternità, conversano Elia e Mosè. Da dove sono arrivati? Il racconto ci dice che sono apparsi nella gloria. La loro gloria? No, certo: si tratta della gloria di Dio. Quella conversazione avviene nella gloria di Dio, per tramite di essa, sostenuta da essa.

Come sarebbe potuta altrimenti avvenire quella conversazione? Gesù visse duemila anni fa, Elia duemilaottocento anni fa e Mosè tremilatrecento, e noi sappiamo che la vita di un uomo dura “settant’anni, ottanta, se ci sono le forze” come leggiamo nel salmo 90 (v. 10), la preghiera di Mosè, uomo di Dio (v. 1) È nella luce del roveto di fuoco che avviene questo incontro, perché solo in Dio la nostra vita è salvata e si fa vita eterna.

Certo, noi siamo uomini della post-modernità, sappiamo decodificare simboli e mitologie, e possiamo affermare con serenità che questo colloquio avviene nell’ascolto attento e amoroso delle Scritture che Gesù ha saputo vivere. Mosè ed Elia, si sa, sono la Legge e la Profezia. Ma dal punto di vista di Mosè cosa possiamo dire? Gesù può dialogare con Mosè ascoltando le Scritture, ma Mosè come ha potuto conversare con Gesù?

Nella Lettera agli Ebrei leggiamo: “Per fede, Mosè lasciò l’Egitto, senza temere l’ira del re; infatti rimase saldo, come se vedesse l’invisibile” (Eb 11,27). Mosè agisce come dialogando con chi ancora deve venire; infatti prima leggiamo: “Egli stimava ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto l’essere disprezzato per Cristo; aveva infatti lo sguardo fisso sulla ricompensa”(Eb 11,26). Mosè, nel luogo del suo dialogo interiore, parlava già con chi ancora non era venuto, Gesù il Cristo, perché la sua esperienza della gloria di Dio gli aveva rivelato che il male e la sofferenza dell’uomo non vengono da Dio, ma da Dio sono consumati nel fuoco inestinguibile di un roveto ardente. Così Mosè aveva conosciuto un uomo che sarebbe venuto a incarnare quest’opera purificatrice pensata e attuata dal nostro Dio: quell’uomo è Gesù, con il quale Mosè dialoga.

Per questo l’esodo di Mosè non è l’esodo di Mosè, ma l’esodo di Gesù: “Parlavano dell’esodo di Gesù”, cioè il passaggio per la porta stretta, la morte del chicco di grano e la resurrezione delle moltitudini.

Ogni nostro esodo è nell’amore di Cristo, altrimenti è una fuga; ma d’altra parte la vita cristiana deve essere esodo, uscita, altrimenti è stasi insipiente, come quella dei discepoli di Gesù, che confondono la provvisorietà delle tende, funzionali al cammino, con la stabilità della città permanente, la Gerusalemme di lassù, che però è dono di Dio, non opera nostra.

Ci sarebbero da dire tante altre cose su Mosè, sulla sua mitezza - “Mosè era il più mite di tutti gli uomini” (Nm 12,3) - ma lo spazio sta per finire e Mosè ci ha insegnato a uscire di scena con eleganza, facendo spazio a chi viene dopo. Uscire di scena attraverso la tenerezza e la dolcezza di un bacio sulla bocca, un bacio che immette in uno spazio assai meno angusto, quello dell’infinito Amore.

Un bacio sulla bocca? Date un’occhiata alla videografica:

Il passo di Deuteronomio (34,5) può essere così inteso: “Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, sulla bocca del Signore”. In base a ciò la tradizione ebraica ha potuto ritenere che il Signore avesse chiamato a sé Mosè con un bacio sulla bocca (Midrash Rabbà, Devarim XI,10).

Sembra paradossale: con un bacio Dio chiama la vita di Mosè all’ultimo esodo e allo stesso tempo piange per il vuoto lasciato dall’uscita di Mosè da questo mondo. Però è proprio così: ogni esodo è per un amore pieno, eppure lascia un vuoto.

fratel Stefano