Servirlo senza essere servi

Mosaico realizzato all’interno del progetto di arte pubblica nel paese di Tornareccio (Chieti).
Mosaico realizzato all’interno del progetto di arte pubblica nel paese di Tornareccio (Chieti).

28 agosto 2019

Gv 15,9-17

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «9Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.12Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi. 16Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.


“Ci hai fatti per te, o Dio, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”, pregava sant’Agostino (LeConfessioni, I,1,1) di cui oggi la chiesa celebra la memoria. E questa preghiera del vescovo di Ippona fa eco al brano evangelico che è stato scelto per ricordare liturgicamente la sua figura: nel testo – tratto dai discorsi di addio di Gesù nel quarto vangelo – il Signore “comanda” infatti ai discepoli di “rimanere nell’amore” (cf. vv. 9-10). Ora, dimorare nell’amore significa nient’altro che dimorare in Cristo, riposare in Dio.

Infatti, come Cristo è stato amato dal Padre ed è dimorato nel suo amore, così i cristiani sono chiamati a essere custoditi dall’amore di Cristo, per poter riposare in lui e amare a loro volta. Perché il riposo al quale aspira Agostino, e che Cristo offre a chi affida a lui il proprio cuore, non è mai passività, bensì radicamento nell’amore ricevuto per poterlo estendere ad altri. Il dono dell’amore elargito da Cristo, che dà sicurezza e stabilità alle nostre vite, implica anche una responsabilità: si tratta di testimoniare attraverso il nostro amore che la nostra vita è fondata in Cristo.

Tale amore che siamo chiamati a vivere, anzi di cui bisogna “osservare il comandamento” (cf. v. 10), non è un valore etico generale: si tratta dell’amore stesso dimostrato da Cristo a ogni essere umano durante la sua vita terrena e manifestato in modo definitivo nella passione e nella morte di Croce. Quest’amore di Cristo – e nient’altro – dà forma alla responsabilità affidata ai credenti, al comandamento che occorre loro osservare.

Nel suo grande commento al vangelo secondo Giovanni, Agostino si chiede proprio a proposito di questo brano: “Come potremmo noi amare, se prima non fossimo amati?” (Commento al vangelo secondo Giovanni 82,2). L’amore gratuito con il quale il Padre ama il Figlio e che il Figlio a sua volta dimostra ai discepoli chiama anche noi all’amore. Anzi ci spinge a dimorare nell’amore verso i fratelli e le sorelle per attestare il nostro radicamento in Cristo. Prosegue Agostino: “Non siamo dunque noi che prima osserviamo i comandamenti di modo che Cristo venga ad amarci, ma il contrario: se egli non ci amasse, noi non potremmo osservare i suoi comandamenti” (ibid. 82,3).

Osservando il comandamento di Cristo, rimanendo fedele al suo amore, il credente non attende una retribuzione, non cerca una ricompensa che sarebbe conseguenza di una sua buona opera; entra invece nella “gioia piena” (v. 11) che il Signore condivide con lui. Questo il riposo in Cristo che il cuore inquieto dei discepoli desidera.

La vita nell’amore conduce allora chi crede a un cambiamento di statuto: da servo il credente diventa amico (cf v. 15). Colui che ama è liberato dal giogo della servitù e perviene alla libertà. Ed è nella libertà di quest’amicizia, scrive ancora Agostino, che “potremo in modo mirabile e ineffabile e tuttavia vero, servirlo senza essere servi” (Commento al vangelo secondo Giovanni 85,3).

Esattamente quella libertà diventa allora per il credente lo spazio in cui progredire nell’amore, il quale – non ancora saziato – riaccende continuamente il nostro desiderio di riposare nel Signore. Perché solo in lui l’amore giungerà alla sua pienezza.

fratel Matthias