Liberarsi per vivere

Mosaico realizzato all’interno del progetto di arte pubblica nel paese di Tornareccio (Chieti).
Mosaico realizzato all’interno del progetto di arte pubblica nel paese di Tornareccio (Chieti).

27 agosto 2019

Mt 19,23-30

In quel tempo23Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. 24Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». 25A queste parole i discepoli rimasero molto stupiti e dicevano: «Allora, chi può essere salvato?». 26Gesù li guardò e disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile».
27Allora Pietro gli rispose: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?». 28E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell'uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele. 29Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. 30Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi.


Nel suo “discorso della montagna”, Gesù l’aveva detto fin da subito e chiaramente ai suoi discepoli: “Nessuno può servire due padroni … Non potete servire Dio e la ricchezza” (Mt 6,24). Cioè: nella vostra vita vi può essere un’unica ricchezza, un unico tesoro a cui aspirare e da cui dipende la vostra vita; e questa non può essere la ricchezza, la quantità dei beni posseduti. O, per usare altre parole evangeliche: “Anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni” (Lc 12,15). Questo il punto, espresso dall’ultimo verbo: “dipendere”. 

Dipendere è l’azione contraria a quella dell’essere liberi. Dunque, condizione della libertà è il non dipendere, il non essere attaccati, avere la giusta relazione con beni e persone. Questa condizione Gesù l’ha ricordata poco prima, nei versetti appena precedenti il nostro testo, rispondendo a quel tale che lo interrogava sulla vita, quella eterna, cioè vera, piena. Vivere, e vivere in pienezza – ovvero “avere la vita eterna” (Mt 19,16) – consiste per Gesù nella libertà del lasciare ciò che si possiede – “Va’, vendi quello che possiedi” (Mt 19,21) – e, non seguendo più la logica dell’avere, del possedere, immettersi in un nuovo cammino, quello della libera sequela di Gesù – “Vieni! Seguimi!” (Mt 19,21) –. Paradossalmente, Gesù diventa il nuovo attaccamento da cui “dipendere” per poter entrare in un cammino di libertà!

Non ci si libera da soli. Imprigionato nel proprio “io” egocentrato, l’uomo ha bisogno di un “tu” per uscire da sé e divenire dono, per sé e per altri. Gesù si offre come questo “tu” che, solo, non immette in una relazione di dipendenza, bensì di libertà. Gesù sa bene che questo distacco dalla pseudosicurezza offerta dai beni è un cammino di liberazione difficile, e non lo nasconde ai suoi, che “rimasero molto stupiti e dicevano: ‘Allora, chi può essere salvato?’” (Mt 19,25), ovvero: “Chi può essere liberato?”. In realtà, anche i discepoli conoscono bene quanto questo processo di liberazione sia arduo, perché lo hanno vissuto e lo vivono sulla propria pelle: hanno lasciato tutto – case, fratelli e sorelle, padre e madre, figli, campi (cf. Mt 19,29) – attratti da quella proposta di libertà incarnata nella libertà di quell’uomo, Gesù di Nazaret.

In quest’uomo, figlio dell’uomo (cf. Mt 19,28) e figlio di Dio, e dunque pienamente partecipe delle “possibilità” di Dio, quel cammino impossibile di liberazione dalla dipendenza diventa possibile: “Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile” (Mt 19,26). Seguire Gesù diviene la possibilità concreta con cui Dio può operare l’umanamente impossibile: “avere la vita eterna” (cf. Mt 19,29), la vita liberata dall’attaccamento e aperta al dono. Non a caso, questa vita liberata – dice Gesù – è una vita che non si conquista, bensì si riceve “in eredità” (Mt 19,29), come un lascito gratuito e un dono immeritato. 

In Gesù è dunque offerta in dono una possibilità di vita a cui, paradossalmente, si può soltanto accedere per mezzo del distacco, del non attaccamento, ovvero della morte a se stessi, arrivando così a condividere l’esperienza dell’apostolo Paolo: “Per me vivere è Cristo e morire è un guadagno” (Fil 1,21).

fratel Matteo