Perché seguire Gesù?

Barnett Newman, Nona stazione, 1964
Barnett Newman, Nona stazione, 1964

3 aprile 2019

Mc 10,28-34

In quel tempo 28Pietro prese a dire a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». 29Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, 30che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà. 31Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi».32Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti. Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: 33«Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, 34lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà».


Perché si segue Gesù? Solo “per causa sua e per causa del vangelo”, dichiara il Signore nel brano evangelico odierno (cf. v. 29). Lo aveva d’altronde già solennemente rivelato in precedenza, appena dopo essere stato riconosciuto come Messia da Pietro e avere annunciato per la prima volta ai discepoli la passione che lo attendeva (cf. Mc 8,34-35). Non ci sono altre garanzie per un discepolo deciso ad andare dietro a lui se non la buona notizia che Gesù stesso offre nella sua persona. Nessun guadagno è promesso né alcuna ricompensa assicurata: non si può rispondere a questo appello che gratuitamente.

Come può allora Pietro esprimere, con una certa ingenuità, la speranza di poter ricavare qualche cosa dal proprio sforzo virtuoso, compiuto con gli altri discepoli? “Noi abbiamo lasciato tutto”, lo sentiamo dire, e sembra sottintendere un po’ orgogliosamente: “Ci dovrai pure ricompensare per la nostra impresa…”. Ora, l’abbandono dei legami e delle proprietà personali dietro a Gesù non mira a una gratificazione; tale rinuncia esprime piuttosto la libera decisione di adottare una vita conforme a colui che “da ricco che era si è fatto povero” (2Cor 8,9), e che lo ha manifestato esistenzialmente con il dono della propria vita fino alla morte, senza altra sicurezza che la fiducia nel Padre.

L’autenticità dell’esperienza spirituale fatta con Gesù spinge così a liberarsi di molte cose ritenute perfino “spazzatura a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù” (cf. Fil 3,8). Non impone tuttavia l’isolamento del discepolo, ma porta anzi a un nuovo raduno: appaiono in effetti moltitudini di fratelli e di sorelle, si usufruisce di campi abbondanti e si viene accolti in case numerose. Contare solo sulla grazia conduce su un cammino di fiducia che permette di esperire una generosità al centuplo. Questa demoltiplicazione della fraternità e della condivisione manifesta già, come un’anticipazione, la grande comunione promessa nel Regno.

Si tratta però solo di una pregustazione parziale, non di un possesso plenario: vi sono infatti associate persecuzioni. La realtà della comunità dietro a Gesù è ancora intrisa delle contingenze terrestri e non autorizza nessuna idealizzazione trionfalista! La salvezza non vi può essere rivendicata come una pretesa. Ci saranno ancora dei rovesciamenti, avverte Gesù: molti dei primi e degli ultimi vedranno le loro posizioni invertite. Per questo, il discepolo non si può fidare delle proprie speranze autocentrate né di illusioni di profitto, bensì soltanto del Signore che egli segue con fede.

La piccola catechesi sulla sequela prosegue poi nel nostro passo con un secondo riquadro: vediamo Gesù salire verso Gerusalemme e i discepoli andargli dietro, spaventati. Con risoluzione il Maestro annuncia loro allora per la terza volta la propria morte violenta e infamante. Sottolinea – nella logica di quanto evidenziato prima – che nulla è assicurato, né per lui né per loro: bisogna osare attraversare le durezze e le opposizioni che questo mondo presenta per giungere là dove Dio attende tutti. Gesù ne dà per primo l’esempio: non vi può dunque essere nessuna esenzione per il discepolo, che “non è più grande del maestro” (Mt 10,24).

fratel Matthias


Barnett Newman, Nona stazione, 1964
Barnett Newman, Nona stazione, 1964
Barnett Newman, Lema Sabachtani, Stazioni della croce

Da questa stazione e per le prossime due Barnett Newman ci mette di fronte ad un cambiamento del colore delle sue tele. L'espessionismo astratto, una delle sue correnti artistiche di riferimento, andando a cercare gli elementi essenziali dell'arte pone l'osservatore a dover riflettere sul colore. È come se stessimo osservando il negativo delle opere precedenti. Che cosa ci vuol dire? L'autore ci invita ad avere uno sguardo nuovo rispetto a tutto quello che abbiamo visto dipinto da lui precedentemente. Un cambio di prospettiva. Stiamo osservando gli ultimi avvenimenti della vita di Gesù attraverso gli occhi della fine. Tutto si illumina perché la sofferenza e il dolore non sono l'ultima parola di questo racconto. L'ultima parola è luce, è vita. Quello che stiamo seguendo è un uomo che va verso una morta ingiusta, ma il colore ci inviata ad andare oltre questo: in filigrana c'è già una vita luminosa, capace di gettare luce sul nostro sguardo, sul nostro dolore e quello altrui.

fratel Elia