Tentazione dopo tentazione, elevazione dopo elevazione

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Qui quadragínta diébus,
terrénis ábstinens aliméntis,
formam huius observántiæ ieiúnio dedicávit,
et, omnes evértens antíqui serpéntis insídias,
ferméntum malítiæ nos dócuit superáre,
ut, paschále mystérium dignis méntibus celebrántes,
ad pascha demum perpétuum transeámus.

Astenendosi per quaranta giorni dagli alimenti terreni,
il Cristo dedicò questo tempo quaresimale
all’osservanza del digiuno
e, vincendo tutte le insidie dell’antico tentatore,
ci insegnò a dominare le suggestioni del male,
perché, celebrando con spirito rinnovato il mistero pasquale,
possiamo giungere alla Pasqua eterna.

Messale romano, Prefazio per la I domenica di Quaresima


Due termini inquadrano il prefazio della I domenica di Quaresima: “quaranta giorni” e “Pasqua”. La loro collocazione nella frase indica anche la direzione di questo tempo e dell’impegno che esso comporta, tutto teso alla Pasqua, alla pienezza della redenzione. 

Prima della riforma liturgica del 1969 era in uso un solo prefazio quaresimale: “Tu (Padre santo, Dio onnipotente ed eterno), mediante il nostro digiuno del corpo, vinci i nostri vizi, elevi il nostro spirito, infondi la forza e doni il premio”.

Dal confronto di questi testi emerge come il precedente orizzonte, prevalentemente morale, si allarghi ora all’intera storia di salvezza: dal peccato di Adamo per l’inganno del serpente (cf. Gen 3), alla malvagità (malitia) dell’umanità che portò al diluvio (cf. Gen 6,5), al potere del “serpente antico”, cioè il drago, il diavolo, Satana – secondo i nomi attribuitigli dall’Apocalisse (12,9; 20,2) –, figure del male al quale Cristo ha posto un limite con la sua morte e resurrezione

Il tempo della Quaresima è un tempo di grazia per entrare nella lotta contro il male, sia quello che possiamo individuare come vizi o mancanze personali, sia quello più vasto, spesso incomprensibile, cui partecipano e in cui sprofondano le comunità umane e che biblicamente ha i nomi di tenebre (Is 9,1; Lam 3,2), torpore ed ebbrezza (Is 29,9). 

Quaranta giorni sono i limiti della punizione (cf. Gen 7,4) o il tempo concesso per scongiurarla (cf. Gn 3,4), ma sono anche la preparazione per l’incontro con Dio (cf. Dt 9,9-11; 1Re 19,8) e lo spazio della sua intimità (cf. Es 34,28). 

Il prefazio descrive il tempo quaresimale come un invito pressante all’imitazione di Gesù, che nella sua umanità ha insegnato ai credenti a vincere le insidie e dominare le suggestioni del male. 

Il linguaggio ci rimanda agli insegnamenti di Paolo: “Togliete via il lievito vecchio … celebriamo la festa non con lievito di malizia (fermentum malitiae) e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità” (1Cor 5,7-8); “Indossate l’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo … perché possiate resistere nel giorno cattivo e restare saldi dopo aver superato tutte le prove” (Ef 6,11.13). Paolo specifica che le insidie del diavolo ci impegnano in una battaglia non contro la carne e il sangue, ma contro i principati e le potenze, i dominatori del mondo tenebroso, e usa la terminologia propria ai primi cristiani per parlare del combattimento e della vittoria di Gesù sulla croce. 

Verità, giustizia, fede insieme alla parola di Dio e alla preghiera perseverante sono la forza, le armi di questa lotta. Nel linguaggio biblico tale lotta è prerogativa del credente, è il luogo in cui viene resa nota la sua fede: “Tentazione dopo tentazione, elevazione dopo elevazione, per metterlo alla prova nel mondo, per renderlo grande nel mondo, come una bandiera sulla nave” (Gen. R 55,1). 

Tutti i patriarchi conobbero la “tentazione” e, come loro, anche i figli di Israele nel viaggio verso la terra promessa. È interessante notare come non sempre essa abbia un carattere penoso: infatti, sono qualificati come tentazioni anche il dono della manna (cf. Dt 8,16), l’acqua amara resa bevibile (cf. Es 15,25) e il dono della Torah al Sinai (cf. Es 20,20). La prova, il dono, la rinuncia o la richiesta esigente, sono il luogo in cui la libertà umana è sollecitata alla fede in Dio

“Prepariamo le nostre anime alle battaglie delle tentazioni e teniamo presente che quanto più saremo impegnati a favore della nostra salvezza, tanto maggiore sarà l’accanimento con il quale gli avversari ci aggrediranno”, dice Leone Magno. E continua: “Ma è più forte colui che è dentro di noi di colui che è contro di noi, e noi restiamo saldi proprio per mezzo di colui nel cui potere riponiamo la nostra fiducia: per questo il Signore permise al tentatore di tentarlo, perché fossimo ammaestrati dall’esempio di colui che ci difende con il suo aiuto”.