Incontro al Cristo che viene

Cristo in maestà, affresco dell’abside maggiore di sant'Angelo in Formis (Caserta)
Cristo in maestà, affresco dell’abside maggiore di sant'Angelo in Formis (Caserta)

Il testo della prima orazione colletta d’Avvento domanda: 

Dio nostro Padre, 
suscita in noi tuoi fedeli la volontà 
di correre incontro con azioni di giustizia al tuo Cristo che viene, 
affinché, accolti alla sua destra, 
possiamo partecipare al regno dei cieli.

La preghiera va dritta all’essenziale. L’essere umano per vivere ha bisogno di sapere dove andare e come farlo. Il testo abbozza una risposta. La venuta del Signore è la meta del viaggio e produce un modo di camminare.

La meta abbaglia per la grandezza dell’intimità promessa: sedere come amici e amiche al fianco dell’Amato, nel posto migliore (con il paradosso che non ci sono discriminazioni: tutti e tutte siedono in quel posto) al banchetto del Regno. La meta eccita in risposta un moto.

Si corre infatti incontro al Messia Veniente. Ci si alza. Si riprende lo slancio con foga. Il rischio è perdere il senso dell’esistenza, vivendo appesantiti e distratti, sottomessi al dispotismo del presente. Perciò il Padre suscita nei fedeli la volontà di correre. Il nuovo anno liturgico inizia con un tale gesto d’amore. Dio vuole che riprendiamo a desiderare, a sognare, a sperare. È la prima azione

dell’avvento in noi: ridare vita ai credenti, accolti ove essi si trovano. L’orizzonte grande ritrovato rianima le gambe fiacche e i cuori apatici.

Lo si fa con azioni di giustizia. Si sta così nella storia da credenti, proiettati fuori di sé verso le vicende umane. Quale giustizia? Il grande affresco di Matteo 25,31-46 dà un’indicazione: la giustizia si radica nell’accogliere in sé la miseria altrui, nel provare una viscerale compassione. Nelle azioni che Matteo elenca costante è vedere un essere umano nel bisogno e cogliervi una chiamata rivolta a sé: la ferita dell’altro è in attesa di me e solo di me. Interrogandosi sul perché in Polonia, durante l’occupazione nazista, alcuni aiutarono gli ebrei mettendo a repentaglio la vita, Zygmunt Bauman scrive: «L’unica risposta è che non potevano fare altrimenti. Non sarebbero riusciti a continuare a vivere, se non avessero difeso la vita altrui. Il desiderio di proteggere la propria incolumità fisica e i propri agi era meno forte dell’angoscia spirituale provocata dalla vista della sofferenza di altri esseri umani. Se costoro avessero preposto il proprio benessere a quello di chi potevano tentare di salvare, probabilmente non se lo sarebbero mai perdonato».

Correre con azioni di giustizia è risvegliare questa “umanità” in sé dall’indifferenza in cui si vive di solito e che conduce ad accettare l’orrore. Corriamo incontro al Messia Veniente, quando corriamo incontro all’essere umano, partendo da chi è nel bisogno:

Ora egli viene incontro a noi
in ogni essere umano e in ogni tempo,
perché lo accogliamo nella fede
e testimoniamo nell’amore
la beata speranza del suo regno,

come dice un prefazio d’avvento. Tendiamo a dimenticarlo nella frenesia della vita, nella velocità che non fa respirare e spegne un pensare che non sia solo reattivo. Perciò l’avvento riporta all’essenziale: «Non c’è in un’intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro cingendoti il collo, possa rialzarsi» (Luigi Pintor).

fratel Davide