Nessuno disprezzi la tua giovane età

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Timoteo

“Nessuno disprezzi la tua giovane età”, si raccomanda Paolo nella Prima lettera a Timoteo. Timoteo ha circa trent’anni quando Paolo lo lascia a governare la comunità cristiana di Efeso, e l’avvertimento dell’apostolo induce a pensare che, a causa dell’età giovanile di Timoteo, siano sorte delle difficoltà per il suo ruolo di guida. Paolo, che possiamo supporre sapesse bene i motivi per cui aveva affidato al giovane un incarico di così grande responsabilità, lo difende e gli dà piena fiducia per l’assolvimento del compito affidatogli.

Quali riflessioni può suscitare questo passo? Innanzitutto, possiamo osservare che i comandi, gli insegnamenti di un giovane non sono ben accetti, e che generalmente alle comunità cristiane erano preposti uomini piuttosto anziani (cf. 1Tm 5,17; Tt 1,5). In secondo luogo, emerge un “dono” di cui il giovane gode, di cui è custode: “In attesa del mio arrivo – dice Paolo – dedicati alla lettura, all’esortazione, all’insegnamento. Non trascurare il dono che è in te” (1Tm 4,13-14). L’attenzione si sposta così dalle critiche, dal disprezzo di cui Timoteo è fatto oggetto, al lavoro che il giovane è chiamato a compiere e che, una volta fatto bene, parlerà per lui: “Abbi cura di queste cose, dedicati a esse interamente, perché tutti vedano il tuo progresso” (1Tm 4,15).

“Vigila su te stesso e sul tuo insegnamento e sii perseverante: così facendo salverai te stesso e quelli che ti ascoltano” (1Tm 4,16). L’esortazione a vigilare su di sé mette in luce, infine, un rischio che può correre chi, per mandato, deve vigilare su altri: è il rischio di sbilanciare l’attenzione sugli altri appunto, diventando una specie di controllore e di gendarme. Non si aiutano gli altri redarguendoli a ogni minimo movimento che noi avremmo compiuto diversamente, con il pretesto di agire “per il loro bene”. Non si fa loro del bene elargendo di continuo rimproveri mascherati da consigli non richiesti. Gli altri traggono grande vantaggio, invece, quando noi vigiliamo su noi stessi, abbiamo cura dei nostri pensieri e delle nostre parole: se svolgiamo bene il compito che ci è stato assegnato, per ciò stesso sollecitiamo anche gli altri ad assolvere al proprio con attenzione e responsabilità. Questo è fare il bene nostro e degli altri. Vigilare su se stessi è più impegnativo e meno gratificante che vigilare sugli altri: più impegnativo, perché se mentiamo a noi stessi in qualche modo ce ne accorgiamo e ne patiamo le conseguenze. Meno gratificante, almeno in apparenza, perché viene annullata ogni possibilità di dominio sulle situazioni e sulle persone che ci sono accanto. Ma è solo “così facendo”, dice Paolo, che “salverai te stesso e quelli che ti ascoltano”, cioè solo così potrai essere fonte di vitalità per te stesso e per chi ti ascolta.