In chi possiamo avere fiducia?

Photo by Hasan Almasi on Unsplash
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La nostra società soffre di una crisi di fiducia … Non si tratta soltanto del fatto che siamo diventati notevolmente cinici in molti atteggiamenti, del fatto che ci accostiamo alle persone nella vita pubblica con un inconsueto livello di sospetto. Si tratta anche di qualcosa di più inquietante, ed è la sensazione che le grandi istituzioni della nostra società non stanno lavorando per noi. Ciò significa che siamo insoddisfatti e sfiduciati riguardo al nostro sistema educativo, ai nostri servizi sanitari, alla nostra polizia, per non parlare dei nostri rappresentanti al governo. Ma questo non è certo un problema solo nostro. Altrove ci sentiamo imprigionati in modelli economici e politici internazionali che non siamo in grado di controllare e che non crediamo lavorino a nostro vantaggio. Se osserviamo di come stanno le cose al di fuori dei nostri confini nazionali possiamo avere la percezione di un sistema che semplicemente non lavora per gli esseri umani in generale … La sfiducia è sempre in relazione con il sentimento di essere esautorati, di essere mossi da qualcun altro. Ecco perché il problema è così grave. Divento diffidente quando sospetto che gli obiettivi e gli intenti di qualcun altro non hanno niente a che fare con i miei obiettivi oppure con quanto quel qualcuno afferma di volere. Quelli hanno un loro tornaconto segreto e io sono esautorato. Se non riesco a capire cosa succede esattamente ma sospetto che stia comunque accadendo qualcosa di ostile, l’effetto può essere non solo umiliante ma paralizzante. La fiducia allora sarà sentita come rischio o come stupidità …

Nell’Evangelo di Giovanni Gesù chiede al cieco che ha appena guarito se “crede” nel Figlio dell’uomo. Non gli sta certamente chiedendo se è dell’opinione che il Figlio dell’uomo esista, come potrebbe chiedere a proposito del mostro di Loch Ness. Vuole invece sapere se colui che era stato cieco è disposto ad aver fiducia nel Figlio dell’uomo, cioè in Gesù nel suo ruolo di rappresentante del genere umano di fronte a Dio. Naturalmente quell’uomo vuol sapere chi è il “Figlio dell’uomo”, e Gesù dice di essere lui. Egli risponde con le parole: “Credo” (cf. Gv 9,35-38). Crede, è fiducioso. Cioè, non va in giro a chiedersi se il Figlio dell’uomo sia lì per promuovere i propri interessi e ingannarlo. Ha fiducia che Gesù sta lavorando per lui e non per qualche scopo egoistico, e crede che quanto vede e sente allorché Gesù è nei dintorni è la verità …

La Bibbia non ha argomentazioni in favore dell’esistenza di Dio. Ci sono momenti di conflitto con Dio, di rabbia verso Dio, di dubbio riguardo alle intenzioni di Dio, di angoscia e di smarrimento quando viene meno il senso della presenza di Dio. I salmi ne sono pieni, e così pure il libro di Giobbe. Non pensate che la Bibbia sia piena di espressioni tranquille e rassicuranti sulla vita di fede e di fiducia: non lo è. Spesso parla del prezzo spaventoso che si paga quando si permette a Dio di accostarsi a noi e si cerca di aver fiducia in lui pur nel venir meno di ogni evidenza. Ma Abramo, Mosè e Paolo non si siedono per risolvere il problema dell’esistenza di Dio; sono già catturati da qualcosa di cui non possono negare o ignorare l’imperiosa realtà. A un certo livello bisogna riconoscere che l’angoscia, la fatica di cui essi caricano il loro rapporto con Dio sono già in se stesse una sorta di argomentazione a favore di Dio: se prendono Dio tanto sul serio, non si può dire che cercano un comodo strumento che li faccia stare meglio.

Dove comincia per molta gente la fede in Dio? Essa comincia dal sentire che si “crede in”, che ci si fida di certi tipi di persone. Si ha fiducia nel loro modo di vivere; il loro modo di vivere è quello in cui voglio vivere anch’io, in cui forse posso immaginarmi di vivere nei miei momenti migliori o più maturi. Il mondo in cui essi abitano è un mondo in cui anche a me piacerebbe vivere. La fede dipende molto dal semplice fatto che ci sono delle vite credibili da vedere, che è dato vedere in certi credenti un mondo in cui anche a noi piacerebbe vivere.

Ciò evidentemente pone una grossa responsabilità sulle spalle dei credenti. Sarebbe molto più piacevole per tutti noi fare affidamento su delle argomentazioni, non sulle incertezze delle vite umane. Tuttavia il fatto rimane, ed è notevole. Vi è chi si prende la responsabilità di rendere Dio credibile nel mondo. Debbo questa espressione, “prendersi la responsabilità di Dio”, a una delle più straordinarie credenti del XX secolo, una delle molte persone che hanno reso Dio credibile attraverso la loro resistenza agli incubi dei totalitarismi moderni e alla loro violenza. Etty Hillesum era una giovane donna ebrea di poco più di vent’anni quando i tedeschi occuparono l’Olanda. Una persona per niente pia né convenzionale, per niente votata a un esplicito impegno religioso. I suoi diari e il suo epistolario fra il 1941 e il 1943, in seguito pubblicati, mostrano come nel corso di quel terribile periodo nella storia del suo paese e del suo popolo essa sia divenuta sempre più conscia della mano di Dio nella sua vita, in un’epoca in cui la maggior parte delle persone avrebbe probabilmente sviluppato un profondo scetticismo riguardo a Dio.

Imprigionata nel campo di transito di Westerbork, prima di essere spedita ad Auschwitz dove sarebbe morta nelle camere a gas nel novembre 1943 a ventinove anni, così ella scrisse: “Ci deve essere qualcuno che viva dentro tutto questo e dia testimonianza al fatto che Dio vive, anche in questi tempi. Perché non potrei essere io questa testimone?”. In una lettera a un amico, da Westerbork, parlò della propria vita, divenuta ormai “un colloquio ininterrotto con te, mio Dio”, e potè anche scrivere di sentire così la propria vocazione nel campo: “Non basta predicarti, mio Dio, non basta disseppellirti dai cuori altrui. Bisogna aprirti la via, mio Dio”. È chiaro che ella vedeva la propria fede come una decisione di occupare un posto preciso nel mondo, un posto in cui altri potessero in qualche modo entrare in contatto con Dio attraverso di lei: e questo non in uno spirito di autocompiacimento o nell’idea di essere eccezionalmente santa o virtuosa, ma semplicemente perché aveva acconsentito a prendersi la responsabilità della credibilità di Dio.

R. Williams, Ragioni per credere, Edizioni Qiqajon, Magnano 2009


Per approfondire:

J.-M. Ploux, Dio non è quel che credi, Edizioni Qiqajon, Magnano 2010.
R. Williams, Essere discepoli oggi. Vademecum della vita cristiana, Claudiana, Torino 2008.

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