Continuare a camminare

Photo by Metin Ozer on Unsplash
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Così come per la fine dei tempi, l’arrivo di ciò che verrà sfugge a ogni previsione (cf. Lc 17,23-24). Sarà “come nei giorni di Noè” (Lc 17,26), “nei giorni di Lot” (v. 28): una rovinosa immediatezza di presenza. Da qui dunque l’importanza di essere sempre pronti, di essere cauti con i legami, di praticare la difficile ascesi del non indugiare. Coloro che desiderano seguire Cristo devono essere pronti ad alzarsi e a partire, non devono pensare a portare nulla con sé. L’avvertimento risuona come un climax di urgenze: “Ricordatevi della moglie di Lot. Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva” (Lc 17,32-33).

A scuola, come studente di russo, ho scoperto un’interpretazione originale della tragedia della moglie di Lot nell’opera di Anna Achmatova. Achmatova, nata nel 1889, è ora acclamata come una delle più grandi poetesse russe del ventesimo secolo. All’età di 21 anni sposò Nikolaj Gumilëv, il fondatore dell’acmeismo. Un anno o due dopo, a Parigi, incontrò Amedeo Modigliani che, affascinato dalla sua bellezza, trovò in lei sia una modella che una musa.

La rivoluzione mise la parola fine a uno stile di vita e a una carriera brillanti. Achmatova divorziò da Gumilëv nel 1918, ma, per associazione, venne ricoperta di fango quando il so ex marito venne ucciso nel 1921, accusato di aver preso parte a un complotto antibolscevico. Condannata per la sua “borghesia estetica”, si trovò nella concreta impossibilità di pubblicare la sua opera. Emarginata, povera, angosciata per il figlio avuto da Gumilëv, Lev, che venne più volte arrestato, Achmatova si arrese al destino di un esilio interiore. È importante tenere presente questo contesto storico ed esistenziale prendendo in considerazione la sua poesia La moglie di Lot, scritta tra il 1922 e il 1924.

E andava il giusto dietro il messo di Dio,
enorme e radioso, sulla nera montagna,
ma sonora parlava l’angoscia alla moglie:
“Non è troppo tardi, puoi ancora scorgere

le rosse torri della tua Sodoma natia,
la piazza ove cantavi, la corte ove filavi,
le finestre vuote dell’alta dimora,
dove al caro marito partorivi i figli”.

Si volse, e serrati da una stretta mortale,
non poterono i suoi occhi più guardare;
di sale si fece il corpo diafano,
si strinsero alla terra gli agili piedi.

Chi vorrà piangere questa donna?
Non sembra forse la più lieve delle perdite?
Il mio cuore solo non potrà mai scordare
chi la vita dette per un unico sguardo.

Penso sia significativo che questi versi siano stati scritti da una donna: Achmatova esplora il potenziale simbolico della moglie di Lot dall’interno, rievocando una presenza amabile e commovente. La sua intuizione compassionevole enuncia un insegnamento valido in ogni tempo: ciò che ci trattiene dal donarci senza condizioni non è solo l’attaccamento al vizio, molto di ciò che si reclama per sé è buono e caro. Ricordare la moglie di Lot significa prepararsi a una separazione che può farci soffrire.

Nel Vangelo secondo Luca, Cristo parla di coloro che hanno lasciato “casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio” (Lc 18,29). Separarsi così causa sofferenza non solo a se stessi ma anche ad altri, ai quali nessuno vorrebbe far del male. Molti di coloro che costruiscono la loro vita in risposta alla chiamata di Dio possono testimoniare ciò che la moglie di Lot ha conosciuto: che seguire “il messo splendente di Dio” può portare a pagare un prezzo che sembra insopportabile.

La sua nostalgia dovrebbe toccarci il cuore.

Vorrei cogliere un’ulteriore sfumatura negli ultimi due versi del poema. Il loro significato letterale è: “Solo il mio cuore non dimenticherà mai colei che ha dato la sua vita per l’amore di un singolo sguardo”. Achmatova vede il futuro della moglie di Lot sacrificato al suo passato, ciò conferisce al suo voltarsi una dimensione cosciente e sacrificale. Riconoscere la nobiltà del gesto finale della moglie di Lot, per onorare l’offerta che esso comporta, non vuol dire giustificare la sua incompleta conversione; ma, forse, significa cominciare a capirla.

La moglie di Lot, alla fine, si trova a essere una figura più ambigua e più interessante di quanto ci saremmo aspettati. Sia che consideriamo il suo sguardo finale come un fallimento nella comprensione, come la conseguenza di un’inerzia peccaminosa, o come l’essere trafitta da una nostalgia di casa, lei ci sta di fronte, avvicinabile e vicina. L’avvertimento di Cristo, “Ricordate la moglie di Lot” (Lc 17,22), ci tocca a vari livelli. Abbiamo di sicuro conosciuto, se non del tutto, almeno alcune delle dinamiche che lei incarna? Per esperienza sappiamo la verità della richiesta di Bernardo: “Non andare avanti sulla via della vita significa tornare indietro”. Rimanere fermi non è un’opzione. Abbiamo bisogno di restare concentrati sull’obiettivo che vogliamo raggiungere, di mobilitare la nostra volontà, orientare il nostro desiderio. Per citare ancora Bernardo: “Lasciamoci guidare in avanti dai nostri desideri e dal progresso nella virtù”.

Ciò che conta è continuare a correre, fino alla fine. La paurosa possibilità di arrestarci dovrebbe tenerci attivi fino al nostro ultimo respiro.

Erik Varden, La solitudine spezzata, Edizioni Qiqajon, Magnano 2019

Per approfondire:

Anna Achmatova, La corsa del tempo, Einaudi, Torino 1997.
Luciano Manicardi, Il vangelo della fiducia, Edizioni Qiqajon, Magnano 2014.

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