Non conformatevi a questo mondo

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La chiesa è nel mondo, senza però essere di questo mondo. Vive e progredisce nella storia senza trarre la propria origine dalla storia, ma dalle realtà ultime, poiché essa costituisce un’“immagine” delle realtà ultime e un “simbolo” del regno di Dio. Ecco perché non può conformarsi né comportarsi o agire secondo lo spirito del mondo (cf. Rm  12,2): “Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare”), né può riporre la sua speranza e la sua attesa nell’efficacia mondana e nella chimera di una società o di una cultura “cristiane”, ma, al contrario, dando ragione della speranza che la abita (cf. 1Pt 3,15), essa è chiamata a realizzare e ad annunciare il superamento dello spirito mondano nella propria vita e nelle proprie strutture, come anche più in generale nel mondo.

La chiesa deve certamente aprirsi e dialogare con il mondo, non per adottare però lo spirito del mondo, ma per predicare il vangelo della salvezza, per innestare nel mondo la nuova vita sorta dalla tomba, con l’ethos dell’amore, del servizio e della libertà, preparando e annunciando così gli ultimi tempi.

Dopo la resurrezione e la pentecoste ci vengono offerti una pregustazione e un bagliore del Regno futuro nel sacramento della divina eucaristia, ma la pienezza della vita nuova sarà rivelata negli ultimi tempi, alla fine della storia, quando la corruzione e la morte saranno definitivamente distrutte. Il cristiano vive dunque tra questi due momenti determinanti, si trova nel “tempo intermedio”, e questo giudica le sue scelte e i suoi valori. Tutto è valutato sulla base delle realtà ultime; tutta la vita del cristiano è giudicata e orientata verso il nuovo mondo atteso, dal quale il presente riceve la sua identità e la sua sussistenza, il suo senso e il suo fine. Il credente è “straniero” e “pellegrino” in questo mondo (cf. 1Pt  2,11), rifiuta di installarsi nel mondo e di identificarsi con il “qui e ora” (cf. Fil  3,20): “La nostra cittadinanza è nei cieli”; Eb  13,14: “Non abbiamo quaggiù una città permanente, ma cerchiamo quella futura”), poiché, pur vivendo nel mondo, non è di questo mondo. Senza disprezzare il mondo, egli si rifiuta di identificare la sua vita e la sua missione con le forme del secolo presente. La sua fede, pur avendo dimensioni che appartengono a questo mondo, non si lascia identificare con la condizione intramondana. Senza disprezzare la storia, egli si rifiuta di circoscrivere la propria meta entro i limiti della storia.

Il cristianesimo, pur essendo fondamentalmente storico, tuttavia guarda e si riferisce a una realtà – il regno di Dio – che è metastorica, ma che pure ha già cominciato a influenzare e a illuminare il presente storico, poiché le realtà ultime fanno incessantemente, anche se paradossalmente, irruzione nella storia. Il cristiano non è un cultore del passato, poiché è orientato al futuro, alle realtà ultime, dalle quali attende la pienezza della sua esistenza. Egli tuttavia non rifiuta il presente, poiché le realtà ultime non aboliscono la storia ma la trasfigurano, trasformandola in storia escatologica e dandole senso e scopo. Il cristiano, anche se vive con la tradizione e nella tradizione, non deve cadere nel tradizionalismo e nella fossilizzazione, che sanno di morte e di cadavere.

“La tradizione non è archeologia”, ci ricorda Sergij Bulgakov. Nella tradizione della chiesa è il criterio della verità a prevalere, non quello dell’antichità: “La consuetudine senza la verità è errore inveterato”, diceva Cipriano di Cartagine, per affermare altrove che “il Signore ha detto: Io sono la verità (Gv  14,6), e non: Io sono la consuetudine”.

Gli elementi sopra esposti riflettono un atteggiamento di attesa e di speranza, una tensione tra il “già” e il “non ancora”, tra la prima e la seconda venuta di Cristo, tra la resurrezione di Cristo e l’attesa della nostra resurrezione e della ricapitolazione della storia, che significherà la nostra incorruttibilità e la fine del dominio della morte.

Pantelis Kalaitzidis, NEL MONDO MA NON DEL MONDO