II domenica del Tempo Ordinario

Andrea del Sarto, Predica di Giovanni Battista, 1515, affresco, Chiostro dello Scalzo, Firenze
Andrea del Sarto, Predica di Giovanni Battista, 1515, affresco, Chiostro dello Scalzo, Firenze

19 gennaio 2014
Riflessioni sul Vangelo
di
ENZO BIANCHI
La grandezza spirituale del Battista sta nell' accettare di perdere discepoli: non solo umiltà, ma anche spoliazione, perdita, diminuzione

Anno A
Gv 1,29-34

19 gennaio 2014
di ENZO BIANCHI

 

 

Dopo il tempo delle manifestazioni di Gesù, nato da Spirito santo e da Maria, ecco il tempo ordinario, il tempo del cammino verso il Regno come condizione quotidiana. Nei cosiddetti “tempi forti” restiamo sempre pellegrini, ma con soste segnate da un impegno di conoscenza e di partecipazione ai misteri di Gesù che celebriamo; nel tempo ordinario ogni domenica ci fa celebrare la Pasqua del Signore, l’evento che ci permette la fede, la speranza e la carità sulla strada che ci porta al Regno di Dio.

Ecco dunque il vangelo di oggi, la buona notizia che ci svela la presenza del Figlio di Dio tra gli uomini verso l’anno 27 della nostra era. Nel quarto vangelo, quello secondo Giovanni, dopo il prologo (cf. Gv 1,1-18), si vuole introdurre la presenza e l’azione di Gesù attraverso la narrazione di una settimana (cf. Gv 1,19-2,12), nella quale ogni giorno c’è un evento che ne prepara un altro e va verso un compimento, una realtà festosa: Gesù e i suoi discepoli sono una comunione, come uno sposo con la sua sposa, e a Cana avviene questo legame, perché i discepoli credono in Gesù e quel segno, compiuto in uno spazio di nozze, ne diventa un’eloquente e toccante interpretazione (cf. Gv 2,1-12).

Il nostro testo ci porta al secondo giorno di questa settimana. Giovanni il Battista, quale testimone autentico, ha annunciato che c’è qualcuno che lo segue come discepolo, ma al quale lui non può sciogliere i sandali, a causa della propria indegnità. Ha negato per tre volte di essere lui il Messia, il profeta Elia, il grande profeta escatologico pari a Mosè, e ha rivelato che ormai l’atteso è presente, è là al suo seguito, tra i suoi discepoli (cf. Gv 1,19-28).


Ma Giovanni deve fare un passo ulteriore, deve indicarlo con chiarezza, perché i suoi discepoli comprendano chi d’ora in poi dovranno seguire. In questo c’è tutta la grandezza spirituale del Battista: accetta di perdere discepoli, perché seguano colui che è uno che lui non è! Non solo umiltà, ma anche spoliazione, perdita, diminuzione, dirà lui stesso più tardi: “Occorre che lui cresca e io diminuisca” (Gv 3,30).

Avendo accanto a sé i discepoli, il Battista vede Gesù che viene verso di lui, e dunque dice loro: “Ecco l’Agnello di Dio che porta il peccato del mondo, lui che è mio discepolo ma mi è passato davanti perché era prima che io fossi. Io non lo conoscevo, ma sono venuto per farlo conoscere al popolo di Israele”. Giovanni testimonia anche di aver avuto una visione: ha visto lo Spirito scendere su Gesù come colomba e dimorare su di lui, e gli è stato rivelato che lui battezza nello Spirito santo ed è il Figlio di Dio.

Già all’inizio del vangelo vi è la confessione piena circa l’identità di Gesù: è il Figlio di Dio. Nel quarto vangelo chi vede i cieli aperti e la colomba discendere è il Battista, mentre si tace su cosa vede Gesù. Ma ciò che è altamente significativo è che, in ogni caso, c’è una testimonianza di Dio stesso: Gesù è l’Eletto, il Servo del Signore, l’Agnello pasquale che ci libera con la propria morte, nella quale ha immesso il peccato dell’umanità di cui faceva parte come figlio di Adamo, e va confessato come Figlio di Dio (cf. Gv 1,35.49; 11,27).


Eppure Giovanni vede solo un uomo, un suo discepolo del quale non conosceva l’identità profonda di Inviato da Dio, di Figlio di Dio. Quest’uomo è un agnello e su di lui volteggia come colomba la ruach, lo Spirito di Dio. Due animali miti e pacifici, immagini di non-violenza e di dolcezza, sono al cuore di questa rivelazione: Gesù è come un agnello mite, sgozzato e offerto a Dio per il peccato del mondo, è l’agnello innocente portato alla morte (cf. Ger 11,19; Is 53,7); nello stesso tempo è anche l’Eletto, il Servo del Signore (l’aramaico talja’ significa sia agnello sia servo) tratteggiato da Isaia (cf. soprattutto Is 53,4-6.12), che si carica del peccato del mondo per toglierlo dalle nostre spalle e portarlo lui stesso al Padre, invocando la misericordia e il perdono.

La preghiera che cantiamo in ogni celebrazione eucaristica all’Agnello di Dio nasce da questa pagina: tu che sei il Figlio di Dio e per noi sei l’Agnello pasquale che porta e cancella il peccato del mondo, abbi misericordia di noi e donaci la pace!

Enzo Bianchi