Pierre Duprey: Una vita per la koinonia, la comunione ecclesiale

Frans Bouwen (a sinistra), Pierre Duprey (al centro) e Giovanni Paolo II
Frans Bouwen (a sinistra), Pierre Duprey (al centro) e Giovanni Paolo II

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Frans Bouwen, m.afr. per Finestra ecumenica

Dalla figura di Pierre Duprey, poi del vescovo Mons. Duprey, emergono due tratti salienti, che caratterizzeranno sempre la sua vita, il dono di saper accogliere e l’ottimismo. Più che di ottimismo, si dovrebbe parlare di speranza. Un ottimismo invincibile, ma tutt’altro che ingenuo. La sua volontà di andare avanti e di ricercare nuove vie verso la comunione era soprattutto frutto di una speranza profondamente radicata in una fede solida, e costantemente vissuta in stretta relazione con la Chiesa. Sulla strada verso la comunione, si è imbattuto in resistenze e incomprensioni, che avrebbero fatto capitolare ben altri pionieri dell’ecumenismo. Non nascondeva a se stesso le difficoltà, ma la sua speranza era più forte, e lo induceva a inventare sempre altre possibilità, da esplorare e perseguire.

La sua capacità di accogliere colpiva soprattutto i giovani, che lo incontravano. Non si rifiutava mai di incontrarli; soprattutto li ascoltava, e accordava loro una fiducia che molti avrebbero giudicato poco ragionevole. In questo modo, è riuscito a suscitare molte vocazioni ecumeniche, ortodosse e cattoliche, di persone che continuano a ispirarsi a lui. La sua fiducia nei giovani e la volontà di preparare l’avvenire, l’hanno ispirato a lanciare quell’iniziativa che, molti anni dopo, avrebbe avuto il nome di “Comitato Cattolico per la Collaborazione Culturale”. Grazie alle borse di studio attribuite dal “Comitato” per le facoltà cattoliche, e grazie all’accoglienza in seminari e comunità religiose cattoliche, numerosi futuri professori, sacerdoti e vescovi ortodossi hanno conosciuto la teologia e sperimentato la vita stessa della Chiesa cattolica. Oggi, molti di loro sono attivamente impegnati a percorrere la via del ravvicinamento tra le Chiese.

L’ecclesiologia di comunione o koinonia animava la sua visione e la sua azione molto prima della promulgazione di Lumen gentium. Essa era frutto di una lunga esperienza personale, che si potrebbe definire unica per quell’epoca. Infatti, dopo aver preparato un dottorato presso il Pontificio Istituto Orientale a Roma, Pierre frequenta i corsi della Facoltà di teologia ortodossa di Atene dal 1953 al 1954, cioè circa dieci anni prima del Concilio Vaticano II, quando una simile iniziativa era tutt’altro che scontata. In quell’anno, ha i primi contatti con il Patriarca ecumenico, Athenagoras I, contatti che, una decina d’anni dopo, porteranno molto frutto. I suoi studi dell’arabo presso la Université Saint-Joseph di Beirut, tra il 1954 e il 1956, gli permettono di stringere legami d’amicizia con i primi pionieri dell’ecumenismo nel Medio Oriente; alcuni di loro parteciperanno come osservatori al Concilio Vaticano II e assumeranno poi la guida delle loro Chiese, inaugurando relazioni nuove tra cattolici e ortodossi, come il futuro Metropolita greco ortodosso, Georges Khodr, il futuro Patriarca greco ortodosso d’Antiochia, Ignace IV Hazim, il futuro Patriarca siro-ortodosso Zakka I Iwas, e il futuro Catholicos armeno ortodosso Karekine Sarkiassian, dapprima ad Antelias (Libano), e in seguito nella sede primaziale di Etchmiadzine (Armenia). Dal 1956 al 1963, Pierre Duprey insegna la teologia dogmatica al Seminario Sainte-Anne di Gerusalemme, per la formazione del clero greco cattolico. Nella Città Santa, allaccia legami personali con il Patriarca greco ortodosso, Bénédictos I, con vari vescovi e sacerdoti ortodossi.

Grazie alle sue numerose relazioni con le Chiese ortodosse, il Patriarca Athenagoras I lo invita ad assistere alla “Prima Conferenza Panortodossa” di Rodi (1961), e nel 1962, Pierre Duprey è chiamato a Roma in qualità d’interprete per gli osservatori non cattolici, presenti alla prima sessione del Concilio Vaticano II. Alcune settimane dopo, nel gennaio del 1963, Papa Giovanni XXIII lo nomina sotto-segretario dell’allora “Segretariato per l’Unità dei Cristiani”, con l’incarico più specifico della sezione orientale. Da quando Papa Paolo VI annuncia la sua intenzione di recarsi pellegrino in Terra Santa, Pierre Duprey sarà strettamente associato alla preparazione dell’incontro che il Papa avrà a Gerusalemme con il Patriarca Athenagoras, nel gennaio 1964. In occasione della visita di Pierre Duprey al Patriarca per annunciargli il pellegrinaggio e la possibilità di un incontro con il Papa, Athenagoras lo chiama “Agathangelos”, messaggero di buone notizie. Con questo nome, Pierre Duprey è ancora conosciuto dall’attuale Patriarca Bartolomeo I. Le fotografie dell’incontro di Papa Paolo VI con il Patriarca Athenagoras e con il Patriarca Benedictos I di Gerusalemme, ritraggono anche Pierre Duprey al loro fianco, come interprete, con il suo abito bianco dei Missionari d’Africa, detti Padri Bianchi.

Pierre Duprey
Pierre Duprey
Nominato nel 1983, segretario del “Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani” (già “Segretariato per l’Unità dei cristiani”), è ordinato da Papa Giovanni Paolo II vescovo tit. di Thibaris, il 6 gennaio 1990. Da quella data, l’attività ecumenica di Pierre Duprey si estenderà anche alle numerose relazioni con le Chiese e Comunioni ecclesiali d’Occidente, alle relazioni multi confessionali con il “Consiglio Ecumenico delle Chiese” di Ginevra e la sua Commissione “Fede e Costituzione”, con la “Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo”, organismo distinto, ma collegato al “Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani”. Nella molteplicità dei suoi nuovi impegni, la causa della comunione con la Chiesa ortodossa occuperà sempre un posto privilegiato.

Negli anni successivi all’incontro storico di Gerusalemme, egli fa parte della Commissione preparatoria per “enlever de la mémoire et du milieu, le scomuniche del 1054. Il 7 dicembre 1965, vigilia della chiusura del Concilio Vaticano II, esse sono tolte “dal mezzo della Chiesa e dalla sua memoria”. Di pari passo con il dialogo della carità, che si approfondisce e si estende con scambi di messaggi, di lettere e di visite tra Roma e Costantinopoli, Pierre è perno e raccordo nella preparazione del dialogo teologico. Sta a fianco di Papa Giovanni Paolo II e del Patriarca Dimitrios I quando essi annunciano insieme l’apertura del dialogo teologico, il 30 novembre 1979, festa di Sant’Andrea, nella sede del Patriarcato ecumenico. Nella sua prima sessione plenaria, la “Commissione mista internazionale per il Dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa nel suo insieme”, approva un “Piano per l’avvio del dialogo”. Il metodo di lavoro affidato alla “Commissione internazionale” riprende un orientamento tipico della visione dialogica di Pierre Duprey: “Il dialogo deve iniziare dagli elementi che uniscono le Chiese ortodossa e cattolica romana. Il che non vuole in nessun modo significare che si desideri o perfino che sia possibile, evitare i problemi che ancora dividono le due Chiese. Si vuole soltanto intendere che l’avvio del dialogo deve avvenire in uno spirito positivo, e che tale spirito deve prevalere nella trattazione dei problemi accumulatisi durante una separazione di molti secoli”.

La sua volontà di far progredire il dialogo teologico, nel ricordo dell’ardente desiderio di Papa Paolo VI e del Patriarca Athenagoras I, di concelebrare insieme l’Eucaristia, e la positività che prevaleva in lui malgrado gli ostacoli, possono essere stati scambiati per ostinazione da alcuni collaboratori, ma si trattava di una santa ostinazione, che traeva vigore dallo Spirito. A tale riguardo, Pierre citava volentieri le parole dell’Apostolo Paolo, nella sua Lettera ai Filippesi (3,13): “Dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la meta”.

Quando Pierre Duprey, nel 1999 per limite d’età, lascia il “Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani”, il Patriarca ecumenico, Bartolomeo I, che era stato uno dei primi borsisti del “Comitato cattolico per la Collaborazione Culturale”, al Pontificio Istituto Orientale, gli ha indirizzato un messaggio di riconoscenza e affetto. Egli ha scritto: “Il suo nome, carissimo Fratello in Cristo, è inseparabilmente legato a tutti i santi sforzi, incontri, dialoghi, preghiere e viaggi, intrapresi nell’intento di pervenire all’unione di tutti. Al Patriarcato ecumenico, la ricorderemo sempre come “Agathangelos”, con il nome che le aveva dato il nostro predecessore di beata memoria, il Patriarca Athenagoras. Siamo consapevoli, e a giusto titolo testimoni che, per il progresso realizzato dalle relazioni tra cattolici romani ed ortodossi, un grande merito va attribuito a lei, amatissima Eccellenza. Ce ne congratuliamo con lei, esprimendole l’apprezzamento della Santa e Grande Chiesa di Cristo”.

Prendendo congedo dal “Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani”, Pierre Duprey ha ancora grandi progetti in mente, in particolare nell’ambito della collaborazione tra facoltà e istituti cattolici e ortodossi, ma il suo stato di salute, che si deteriora rapidamente, lo obbliga a ridurre i viaggi e a riconoscere l’indebolimento delle sue capacità di lavoro. Vive allora una vita d’interiorità, d’unione a Dio Padre, con il Figlio, animato dallo Spirito. La sua dedizione alla causa della comunione ecclesiale non è mai venuta meno in lui, e ci lascia come un’eredità preziosa. Presso il Padre, Pierre deve aver ritrovato un buon numero di compagni con i quali ha lottato e pregato per questa causa.

Nato il 26 novembre 1992, a Croix (Nord della Francia), Pierre è tornato alla Casa del Padre il 13 maggio 2007, dopo una lunga malattia sofferta in silenzio, lucidamente, fino alla fine, e offerta come tappa ultima della sua missione ecumenica. Nell’omelia durante la celebrazione eucaristica del suo funerale, nella Basilica di San Pietro, a Roma, il Cardinale Walter Kasper ha affermato: “Non è esagerato dire che Pierre Duprey ha gettato le basi e fissato le coordinate di ciò che è oggi il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e di ciò che esso ha realizzato fino ad oggi. Io stesso, tutti i collaboratori del Pontificio Consiglio, con tanti amici e Chiese sparsi nel mondo, nutriamo un profondo sentimento di gratitudine e di riconoscenza per Monsignor Pierre Duprey. Tutta la Chiesa gli deve molto”.

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