Ascoltate lui, il Figlio amato!

Sebastião Salgado, Campo profughi in Rwuanda, 1995.
Sebastião Salgado, Campo profughi in Rwuanda, 1995.

25 febbraio 2018
II domenica di Quaresima
di ENZO BIANCHI

Mc  9,2-10

In quel tempo, 2Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro 3e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. 4E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. 5Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». 6Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. 7Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!». 8E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. 9Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risorto dai morti. 10Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.


La seconda domenica di Quaresima è tradizionalmente la domenica della trasfigurazione di Gesù, ovvero il polo opposto alla prima dedicata alle tentazioni di Gesù. Quest’anno leggiamo il racconto presente nel vangelo secondo Marco e cerchiamo di mettere in evidenza le particolarità di questa narrazione rispetto a quella degli altri sinottici.

Iniziamo contestualizzando il racconto di questo evento, che viene collocato durante il ministero di Gesù, dopo la svolta della confessione di Pietro circa l’identità messianica di quel rabbi e profeta che annunciava la venuta del regno di Dio (cf. Mc 8,29). Marco sottolinea che dopo quella dichiarazione, sulla quale Gesù impose l’obbligo del silenzio (cf. Mc 8,30), egli cominciò (érxato) a insegnare con parrhesía (cf. Mc 8,32) che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molte cose, essere rifiutato dagli anziani, dai grandi sacerdoti, dagli scribi, poi venire ucciso e dopo tre giorni risuscitare (cf. Mc 8,31).

Questo insegnamento è seguito da una promessa solenne: “Amen, vi dico che alcuni qui presenti non gusteranno la morte prima di aver visto il regno di Dio venuto con potenza” (Mc 9,1). Parole enigmatiche, che riguardavano certamente i discepoli che ascoltavano Gesù, ma riguardano anche noi che oggi leggiamo il vangelo. Dunque, confessione di Pietro, profezia di Gesù sulla sua passione, morte e resurrezione e promessa della visione del regno di Dio sono ciò che precede di sei giorni l’evento della trasfigurazione. Nel giorno della creazione dell’uomo (cf. Gen 1,26-31), l’uomo Gesù è rivelato dal Padre come il Figlio amato, colui al quale deve andare l’ascolto.

Per questo Marco precisa: “Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli”. Gesù prende e porta in alto, con sovrana e libera iniziativa, i tre discepoli più vicini a lui, facenti parte del gruppo dei Dodici ma separati dagli altri in alcune occasioni, per essere testimoni privilegiati di esperienze uniche: la resurrezione della figlia di Giairo (cf. Mc 5,37-43), la trasfigurazione e poi la de-figurazione, l’agonia al Getsemani (cf. Mc 14,32-42). Tre situazioni vissute da Gesù in disparte, in una solitudine condivisa solo con i tre prescelti per entrare nella sua intimità con il Padre. Si potrebbe dire che Gesù se li carica sulle spalle e li porta in alto, su un monte, luogo della rivelazione di Dio e della sua teofania; monte che la tradizione antica ha individuato nel Tabor (Tab ‘or, “vicino alla luce”).

Ed ecco avvenire la rivelazione: “Gesù fu trasfigurato (passivo divino) davanti a loro”. Un’azione di Dio muta le sembianze visibili di Gesù, in modo che egli sia visto altrimenti. Matteo cerca di esprimere questo mutamento scrivendo che “il suo volto brillò come il sole” (Mt 17,2). Luca attesta che “l’aspetto del suo volto divenne altro” (Lc 9,29), mentre Marco allude con molta discrezione al mutamento avvenuto, precisando però che “le sue vesti divennero splendenti, bianchissime”, di un biancore che nessuno sulla terra potrebbe dare alle vesti, essendo quella un’azione che solo Dio può compiere. Siamo di fronte al mistero da adorare, senza pretendere di spiegarlo o anche solo di narrarlo. Anche il profeta Isaia nell’ora della vocazione aveva confessato: “Ho visto il Signore” (cf. Is 6,5), alludendo a tale evento ineffabile con l’immagine del manto di Dio che riempiva il tempio (cf. Is 6,1).

Ciò che è avvenuto resta indicibile, e anche quando i padri della chiesa interpreteranno questo biancore splendente ricorrendo alla metafora delle “energie divine increate”, presenti nel corpo di Cristo, approfondiranno il mistero ma non lo descriveranno. Il bianco è il colore della luce, è il colore del mondo celeste (cf. Dn 7,9), del cielo aperto, e nulla sulla terra vi si avvicina o può produrlo. Sono le creature del cielo, gli angeli a essere luminosi, vestiti di bianco, e solo Mosè ha avuto un volto luminoso che rifletteva la luce, avendo visto Dio, Colui che era la luce (cf. Es 34,29-35). Gesù non riflette la luce di Dio, ma grazie all’azione del Padre è luce divina, è la luce del Figlio amato.

In questa visione apocalittica si fanno presenti Elia e Mosè, i quali conversano con Gesù: Elia, colui che secondo la profezia di Malachia precederà la venuta del Signore (cf. Ml 3,23-24), e Mosè, il profeta escatologico cui va rivolto l’ascolto (cf. Dt 18,18), diventano i testimoni di Gesù. Rappresentano la profezia e la legge che, concordi, riconoscono in Gesù il loro pieno compimento. Gesù dunque non è Elia redivivo (cf. Mc 6,15), né Mosè, né uno dei profeti ma, come dichiara la voce venuta dal cielo, è il Figlio, l’amato, al quale deve andare l’ascolto. Elia, che riassume in sé tutti i profeti, vede in Gesù colui del quale tutti avevano profetizzato; Mosè, che aveva chiesto di vedere la gloria di Dio (cf. Es 33,18), è finalmente esaudito. La conversazione tra Gesù, Elia e Mosè è un dialogo di concordanze, di convergenze, di compimenti. Marco non ci dice il tema di questo dialogo – a differenza di Luca, che indica “l’esodo” di Gesù come l’argomento della conversazione (cf. Lc 9,30) – ma testimonia la continuità della fede, l’accordo tra antica e nuova alleanza, la profezia e il suo compimento. Il messaggio è dossologico!

Allora Pietro interviene, forse anche a nome degli altri, e dice a Gesù, chiamandolo “rabbi”, che la situazione di cui sono testimoni è bellezza e beatitudine. Egli vorrebbe fissare e prolungare questa condizione e nel suo entusiasmo è disposto a costruire tre tende, non per sé e per gli altri due discepoli, ma per Gesù, Elia e Mosè. Egli è forse consapevole di vedere il regno di Dio venuto con potenza? Oppure quello era solo un momento di rivelazione e di illuminazione, l’esperienza di una presenza elusiva di Dio in Gesù? In ogni caso, Pietro balbetta, prende la parola, senza sapere bene cosa dice, perché è preda dello spavento, come gli accadrà anche nell’ora dell’agonia di Gesù al Getsemani. Le sue sono parole comunque inadeguate rispetto al mistero che sta contemplando, segno della venuta del tempo messianico, del regno di Dio venuto nella carne di Gesù.

E così una nube avvolge i tre discepoli nella sua ombra. È la nube della Shekinah, della Presenza, è la dimora di Dio che nell’esodo è il segno della sua gloria. Quella nube che stava sul Sinai, che aveva guidato il popolo nel deserto e che aveva riempito il tempio di Gerusalemme fissandovi la dimora di Dio, ora qui è presenza divina, gloria del Figlio che, avvolgendo i tre discepoli, fa loro ascoltare la parola del Padre: “Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: ‘Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!’ (cf. Sal 2,7; Gen 22,2; Dt 18,18)”. Se nel battesimo al Giordano la voce del Padre era risuonata solo su Gesù (cf. Mc 1,11), qui la rivelazione è per i tre discepoli: Gesù è il Figlio, è veramente l’unico Figlio amato e a lui va l’ascolto. Shema’ Jisra’el (Dt 6,4): l’invito rivolto a Israele ad ascoltare Dio diventa qui invito ad ascoltare Gesù. Ascoltare lui, non le proprie paure, non i propri desideri, non le proprie immagini o le proprie proiezioni su Dio. Anche le sante Scritture (Mosè ed Elia) devono essere ascoltate attraverso di lui, che secondo il quarto vangelo è la Parola di Dio rivolta verso il Padre, la Parola che è Dio (cf. Gv 1,1).

“E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro”. La narrazione dell’evento termina in modo brusco. I discepoli si guardano attorno e non vedono più nessuno, se non Gesù, il Gesù totalmente umano, umanissimo, che avevano sempre visto, il Gesù loro rabbi e profeta che avevano seguito. Nulla di ulteriore appariva in Gesù, ma quella trasfigurazione di cui erano diventati testimoni resterà nei loro cuori come enigma e poi, dopo la Pasqua, come mistero. Pietro lo ricorderà nella sua Seconda lettera, rievocando la propria qualità di “testimone oculare della sua gloria sull’alta montagna” (cf. 2Pt 1,16-18).

Dopo la prima domenica di Quaresima in cui abbiamo contemplato Gesù tentato dal demonio, con grande sapienza l’ordo liturgico ci fa contemplare Gesù trasfigurato nella gloria del Padre. Siamo così preparati alla memoria della sua agonia nell’orto degli Ulivi, avvenuta alla vigilia della sua passione, e poi alla sua resurrezione dai morti, quando il Padre lo farà rialzare alla vita per sempre. Come Pietro e gli altri discepoli tentiamo di seguire Gesù, pur non comprendendolo sempre ed essendo incapaci di restare anche solo vigilanti accanto a lui. Ma Gesù rimane fedelmente “con noi”, se almeno tentiamo di accogliere la voce del Padre che ci chiede di ascoltarlo.