La carne umana, la vita di Gesù

 Roberto Cuoghi  Imitazione di Cristo, 2017, Biennale di Venezia
Roberto Cuoghi Imitazione di Cristo, 2017, Biennale di Venezia

18 giugno 2017

Santo Sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo
di ENZO BIANCHI

Gv  6,51-58

In quel tempo, Gesù disse alla folla: 51 Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». 52 Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53 Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58 Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».


La chiesa celebra oggi la festa del Corpus Domini, un’altra festa teologico-dogmatica, istituita nel XIII secolo per affermare la dottrina eucaristica contro quanti la interpretavano in modo non conforme alla chiesa romana. Il nuovo ordo liturgico ha mantenuto questa festa, che diventa così l’occasione per comprendere maggiormente il mistero grande dell’eucaristia e per adorare il corpo e il sangue del Signore, quel corpo che egli ha dato e quel sangue che ha versato per tutta l’umanità, avendola amata fino all’estremo (cf. Gv 13,1).

Il brano del vangelo secondo Giovanni proclamato nella liturgia è tratto dal capitolo 6, un intero capitolo dedicato al racconto della moltiplicazione dei pani, alle parole di Gesù che spiegano quell’evento e poi rispondono alle domande e alle contestazioni dei suoi ascoltatori. La pericope è breve ma molto densa, come emerge dalle cinque parole che in essa ricorrono a più riprese, come una sorta di filo rosso: mangiare (8 volte), bere/bevanda (4 volte), carne (6 volte), sangue (4 volte), vita/vivere (9 volte).

Ascoltiamo innanzitutto una dichiarazione di Gesù: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo” (cf. anche Gv 6,48). Gli ascoltatori sono rimandati da Gesù non a qualcosa con carattere di straordinarietà, di grandezza, di forza, ma all’umile realtà del pane che ognuno mangia quotidianamente per sostentarsi e che molti devono cercare, a volte addirittura mendicare nella loro povertà. Il pane, questo cibo umile e semplice, ma che è il simbolo della vita, del cibo “necessario” per vivere: Gesù va proprio a questa realtà necessaria all’uomo, ma semplice e umile, per rivelare qualcosa di sé e per significare il dono a noi di se stesso. Gesù dice che egli stesso è pane, un pane per la vita, un pane vivo che non viene dagli uomini, che gli uomini non possono darsi, ma viene dal cielo, da Dio. Un pane per la vita eterna, che è comunione con Dio, vita per sempre con Dio, partecipazione definitiva al suo amore. Nel quarto vangelo questo pane, chiamato nei sinottici “corpo”, è indicato come “carne”, che in senso biblico non è la sostanza fisica del corpo umano, ma è la totalità dell’essere vivente, l’intera persona umana. Tutta la vita di Gesù è dunque nel pane che egli ci dona attraverso la sua esistenza spesa nell’amore, offerta attraverso la morte in croce e risuscitata dal Padre nella potenza dello Spirito santo (cf. Rm 1,4). Ecco perché Gesù dice: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne, data perché il mondo viva”.

Sono parole che dobbiamo contemplare, non spiegare, perché non riusciamo a comprenderle in pienezza. Se noi vogliamo vivere della vita vera e piena, non solo della nostra vita biologica che va verso la morte, dobbiamo mangiare il pane che Gesù ci offre, se stesso. Tutta la sua vita, tutta la sua azione, tutte le sue parole, dalla nascita a Betlemme fino alla morte di croce, tutto è innestato nella vita del Figlio da sempre e per sempre nel seno del Padre (cf. Gv 1,18), e perciò è vita eterna che viene offerta a noi, se siamo in ricerca, affamati di questa vita. Attenzione: questa vita non è solo vita divina, in vista di una divinizzazione, ma è anche e innanzitutto la vita umana di Gesù, la vita da lui vissuta nella carne fragile e mortale che aveva assunto nascendo dalla vergine Maria. Quella vita umana vissuta in questo mondo per amore di noi umani, vita di un uomo che l’ha spesa, consumata fino alla morte di croce, è per noi cibo di vita per sempre.

Ebbene, credo che la festa odierna ci consenta, anzi ci chieda di approfondire tale realtà decisiva per noi credenti cristiani. Noi andiamo a Dio attraverso Gesù, “l’immagine del Dio invisibile” (Col 1,15): narrando Dio con la sua vita (cf. Gv 1,18: exeghésato), Gesù ha giudicato tutte le immagini e i volti di Dio che gli esseri umani si fabbricano con le proprie mani, ha giudicato tutte le proiezioni umane che sovente attribuiscono a Dio il volto di un Dio “perverso”. Ormai ciò che di Dio può essere conosciuto e predicato è ciò che è stato vissuto e predicato da Gesù. Ora, se è vero che per la fede dei cristiani è decisivo aderire a Gesù, bisogna però intendersi bene sulle parole: quando si dice “Gesù”, ci si riferisce a un vero uomo, debole, fragile e mortale come lo siamo noi; un uomo di carne (sárx: Gv 1,14), la sua carne che egli ci dona. Un uomo che è nato, vissuto e morto come ogni figlio di Adamo (cf. Lc 3,38): humanissimus, come amavano definirlo i padri monastici medievali!

Se dunque c’è un Dio, per noi cristiani è il Dio che deve essere conosciuto, letto e “visto” nell’esistenza umana di Gesù di Nazaret (cf. Gv 14,9). Per questo motivo il cristianesimo esige che Gesù sia conosciuto attraverso la sua vita narrata e testimoniata nei vangeli da parte chi è stato coinvolto nella sua vicenda, i discepoli, divenuti “servi della Parola” (Lc 1,2); solo attraverso questa conoscenza potremo anche credere in lui fino ad amarlo, fino a confessarlo “Messia”, “Signore”, “Figlio di Dio”, “Salvatore”, e così giungere alla fede in Dio, alla conoscenza del Dio vivente e vero. Se invece non si conosce l’umanità di Gesù, si finisce – lo ripeto – per credere in lui come a una realtà da noi immaginata e costruita. È assolutamente necessario guardare alla sua esistenza umana quotidiana, trovare in essa la vita stessa di Dio, leggervi l’espressione compiuta di Dio, e, di conseguenza, cogliere anche gli elementi “straordinari” della sua vicenda come segni, segnali – semeîa secondo il quarto vangelo (cf. Gv 2,11.18.23; 3,2; ecc.) – capaci di orientare la nostra fede.

È dunque la sua forma di vita – la sua carne e il suo sangue, per dirla con la pagina evangelica odierna – che è Vangelo, buona notizia per sempre e per tutti, mentre se si acclama Gesù quale Dio senza confessarlo “venuto nella carne” (1Gv 4,2), si finisce per snaturarlo. Qui sta la singolarità del cristianesimo: Dio si è rivelato in Gesù, si è fatto conoscere nella sua umanità; Dio si è fatto uomo e l’incarnazione è l’umanizzazione di Dio. Sì, Gesù ha vissuto la sua esistenza terrena quale uomo povero e fragile, esattamente come gli uomini e le donne con cui entrava in relazione; il Figlio è entrato nella storia come uomo, pienamente uomo: un uomo capace di fare della sua vita un capolavoro d’amore. Ed è questo amore, nient’altro che questo amore reciproco, vissuto e praticato sul suo esempio, che egli ci ha lasciato come “comandamento nuovo”, ultimo e definitivo (cf. Gv 13,34; 15,12), come prassi che ci consente di essere riconosciuti quali suoi discepoli e discepole (cf. Gv 13,35).

Ha scritto il grande teologo Giuseppe Colombo: “L’eucaristia non comunica la vita di Gesù ai cristiani, viceversa attira la vita dei cristiani unendola e conformandola a quella di Gesù … È da cancellare completamente dall’immaginario cristiano l’idea ingenua dell’eucaristia come realtà autosufficiente cui attribuire azioni e reazioni personali. In questo senso l’eucaristia non è Gesù Cristo, perché sarebbe un “secondo” Gesù Cristo – il Gesù Cristo eucaristico o il Gesù dell’eucaristia – che si aggiunge al Gesù della storia … In realtà Gesù Cristo è uno solo e non può essere raddoppiato … Il Gesù dell’eucaristia è il Gesù che ha vissuto la storia degli uomini e non un altro Gesù” (L’esistenza cristiana, Glossa, Milano 1999, pp. 15-17).

Anche noi però, come quegli ascoltatori giudei, siamo perlomeno turbati dalle parole di Gesù rimeditate e ridette dal quarto vangelo: come è possibile che un uomo ci dia la sua carne come cibo? Questa è una follia! Eppure Gesù non ha paura di scandalizzare con un’affermazione così forte; anzi, commentandola la rende ancor più scandalosa: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita”. Linguaggio duro – come diranno subito dopo molti dei suoi discepoli (cf. Gv 6,60) – ma con il quale Gesù cerca di rivelarci che mangiare il pane eucaristico e bere al calice della benedizione è ricevere la realtà misteriosa (cioè nel mistero, nel sacramento) di Cristo, umanità trasfigurata nella resurrezione e vita divina del Figlio nel seno del Padre. Così nell’eucaristia la vita di Cristo diventa nostra vita e noi diventiamo corpo di Cristo, sue membra viventi, per lo stesso soffio che è lo Spirito santo. Questo è il “pane” che non si corrompe e che ci fa vivere per la vita eterna.

Non dobbiamo però dimenticarlo: tutto questo lo viviamo sacramentalmente, avendo davanti a noi pane spezzato e vino da bere. Ma il nostro occhio, se è abilitato dallo Spirito santo, discerne in quel pane e in quel vino il corpo e il sangue di Cristo. Noi ce ne cibiamo ed essi, entrati in noi, nel metabolismo eucaristico – metabolismo contrario rispetto a quello biologico – ci fanno diventare corpo del Signore. Questo è il grande mistero che noi innanzitutto adoriamo:

“la Parola si è fatta carne” (Gv  1,14) in Gesù;
la carne di Gesù si è fatta pane, nostro cibo (cf. Gv  6,51);
il pane nostro cibo, che è Gesù con tutta la sua vita, morte e resurrezione, ci dà
la vita eterna (cf. Gv  6,58).


Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, 2017, Padiglione Italia - Biennale di Venezia

Per il vangelo dei questa domenica attingo ad un lavoro davvero contemporaneo, nel senso che è esposto in questo momento alla Biennale Arte di Venezia nel Padiglione Italia.

Roberto Cuoghi è del 1973, un artista eccentrico per certi versi, con una grande capacità di introspezione.

Partiamo dal titolo “Imitazione di Cristo” che può essere letto secondo due piste: la prima è il riferimento al testo ascetico medievale De Imitatione Christi sul quale si sono formati numerosi cristiani, la seconda pista è quella della ripetitività dell’immagine di Cristo (imitazione) ovvero l’atto artistico di riprodurre delle statue dell’uomo crocifisso. Il richiamo al credente è duplice: seguire il Cristo attraverso la strada da lui segnata e la presenza fisica del suo corpo nella storia del mondo.

L’opera di Cuoghi è una officina in cui per tutto il tempo della Biennale verranno prodotti (o meglio riprodotti perché verrà usato sempre lo stesso stampo) diversi crocifissi. Il materiale utilizzato è materiale organico, quindi soggetto ad una veloce decomposizione all’interno dei locali che sono studiati apposta per fare in modo che la natura riprenda possesso di questi corpi attraverso muschi e parassiti.

Una presenza terreste e celeste allo stesso tempo, come nel vangelo di questa domenica, il Cristo resta con noi donandosi come corpo e sangue, resta assieme ai suoi discepoli sulla terra per offrire sostentamento, ma il suo corpo (e in questo l’installazione differisce dal nostro credo) sale alla destra del Padre.

Possiamo leggere però il disfacimento di queste copie come un ulteriore messaggio per noi credenti: noi siamo chiamati ad essere imitatori di Cristo attraverso la nostra singolarità, fatti dallo stesso stampo, ovvero guardando al Cristo, ma con una risultante di vita sempre diversa.

La nostra sequela di Gesù è vissuta sulla terra alla quale queste statue lentamente ritornano, siamo chiamati a nutrirci del corpo e del sangue di Cristo per poter rendere le nostre esistenze capaci di attecchire alla terra levando le mani verso il cielo.

a cura di fratel Elia