Riconoscere e rendere testimonianza a Gesù

Mathis Gothart Nithart (Grünewald), particolare dell’altare di Isenheim, tra il 1512 e il 1516.
Mathis Gothart Nithart (Grünewald), particolare dell’altare di Isenheim, tra il 1512 e il 1516.

15 gennaio 2017

II domenica del tempo ordinario
di ENZO BIANCHI

Brevi note sulla prima lettura

Nel tempo ordinario tralascio il brano dell’apostolo (la seconda lettura), perché il lezionario della chiesa cattolica privilegia la scelta della lettura continuativa di un testo, lungo le varie domeniche, rispetto al parallelismo con il brano evangelico e con quello dell’Antico Testamento.

Isaia 49,3.5-6

Questo brano dell’Antico Testamento scelto in parallelo a quello del vangelo secondo Matteo, è un “canto”, il secondo “canto del Servo del Signore”, tra i quattro incastonati come perle nel libro di Isaia (cf. Is 42,1-7; 49,1-7; 50,4-9; 52,13-53,12). Si tratta di oracoli che sembrano formare un libretto indipendente dal resto della predicazione del profeta. In essi si intravede e viene descritto un Servo del Signore (‘ebed ’Adonaj) anonimo, la cui identità non è svelata. È stato chiamato dal Signore, quale persona rappresentativa del piccolo resto di Israele, e a lui è affidata una missione presso il popolo di Dio, riscattare e radunare gli esiliati, ma anche una missione universale, che riguarda tutte le genti, l’umanità intera. Questo servo sarà “luce delle genti” (cf. anche Is 42,6), porterà la salvezza fino all’estremità della terra e sarà riconosciuto anche dai governanti della terra (cf. Is 49,7). I discepoli di Gesù hanno interpretato questa profezia come annuncio del Servo del Signore Gesù di Nazaret.


Gv  1,29-34

29 In quel tempo, vedendo Gesù venire verso di lui, Giovanni disse: «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! 30 Egli è colui del quale ho detto: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me». 31 Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell'acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». 32 Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. 33 Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell'acqua mi disse: «Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo». 34 E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Terminato il tempo liturgico delle manifestazioni del Figlio di Dio fattosi uomo e venuto tra di noi, prima di riprendere con la lettura cursiva del vangelo secondo Matteo l’ordo liturgico ci fa sostare ancora su un’epifania di Gesù, una rivelazione a Israele tramite Giovanni il Battista (anno A), una rivelazione ai primi discepoli attraverso la chiamata (anno B), una rivelazione dell’alleanza nuziale tra lo Sposo Messia e la chiesa a Cana (anno C).

Il vangelo di questa domenica ci presenta la rivelazione che Giovanni il Battista riceve da Dio e fedelmente trasmette a quanti vanno da lui per ascoltarlo. Gesù è un discepolo di Giovanni, lo segue (opíso mou: Gv 1,27), stando al vangelo secondo Luca è un cugino nato poco dopo di lui (cf. Lc 1,36). Anche Giovanni è un dono che solo Dio poteva dare (cf. Lc 1,18-20), eppure non conosce l’identità più misteriosa e profonda di Gesù, come confessa: “Io non lo conoscevo”, in parallelo alle parole che aveva rivolto alle folle: “In mezzo a voi sta uno che non conoscete” (Gv 1,26). Solo una rivelazione da parte di Dio può fargli conoscere chi è veramente Gesù, al di là del suo essere “un veniente dietro a me” (Gv 1,26), come il Battista lo definisce.

Prima di essere un profeta, uno che parla a nome Dio, Giovanni è un ascoltatore della sua parola, esercitato a discernere l’azione di Dio, e per questo ha visto lo Spirito santo scendere dal cielo e posarsi su Gesù come colomba per rimanere su di lui. Sì, perché l’ascolto rende possibile la “visione”, l’esperienza dello Spirito santo che alza il velo, rivela e fa conoscere per grazia l’inconoscibile. Dalla non conoscenza alla conoscenza: questa è stata la dinamica della fede di Giovanni, che sempre si è posto domande su Gesù, fino a porle a Gesù stesso (cf. Mt 11,2-3; Lc 7,18-20), e sempre ha ascoltato, facendo obbedienza e rendendo testimonianza alla luce venuta nel mondo (cf. Gv 1,6-9). Due volte confessa: “Io non lo conoscevo”, eppure sa riconoscerlo. Anche la chiesa dovrebbe sempre ricordare e saper vivere questo atteggiamento di Giovanni, perché ancora oggi Gesù Cristo è presente nell’umanità che non lo conosce: come un rabdomante riconosce la presenza dell’acqua, così la chiesa deve riconoscere la presenza di Cristo nell’umanità, nelle culture, nella storia. Si tratta sempre di ascoltare la voce del Signore, di “vedere” l’umanità nel suo oggi, di discernere il Cristo sempre presente nell’umanità plasmata secondo la sua immagine di Figlio di Dio (cf. Col 1,15-17).

Quando Giovanni “vede” Gesù venire verso di lui, confessa ad alta voce: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!”. L’“ecco” iniziale indica frequentemente una rivelazione (cf. Is 7,14; 42,1, ecc.). Gesù appare innanzitutto come un agnello, titolo presente solo nella letteratura giovannea (quarto vangelo e Apocalisse), ma non come un agnello guerriero che assume la difesa del gregge trionfando sui nemici, secondo l’immaginario diffuso nell’apocalittica giudaica di quel tempo, bensì come un mite agnello che porta e toglie il peccato del mondo. Le due parole “agnello” e “peccato” non sono molto presenti nel nostro linguaggio, anche se le cantiamo in ogni liturgia eucaristica. Sono parole ricche di significato, che vanno conosciute. L’agnello è segno della mitezza, della non aggressività, dell’essere vittima piuttosto che carnefice. Agli ebrei ricordava l’agnello pasquale, segno della liberazione, e l’agnello immolato ogni giorno al tempio, per ottenere l’assoluzione e il perdono del peccato del popolo. Poteva anche ricordare il Servo del Signore descritto da Isaia e Geremia come animale innocente, perseguitato e ucciso (cf. Is 53,7; Ger 11,19). Nella letteratura giovannea “agnello di Dio” è un titolo relativo a Gesù, che nell’innocenza di chi non ha peccato, nella mitezza di chi non ha mai commesso violenza, prende su di sé e quindi toglie da noi il peso del nostro cattivo operare, l’ingiustizia di cui tutti siamo responsabili. Questa la liberazione radicale che ci ha portato Gesù, l’Agnello della Pasqua unica e definitiva, l’Agnello che ci riconcilia con Dio per sempre.

Giovanni gli rende dunque testimonianza perché questa è la sua missione. Perciò proclama la propria esperienza: “Ho contemplato lo Spirito discendere e rimanere su di lui”. Questa esperienza corrisponde a una parola ricevuta in anticipo da Dio: “L’uomo sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito santo”. Egli aveva solo immerso nell’acqua per preparare la venuta del Signore: anche il Signore immergerà, ma nel fuoco dello Spirito santo (cf. Mc 1,8 e par.). E la testimonianza risuona con forza: “Sì, io visto e ho rendo testimonianza che questi è il Figlio di Dio, l’Eletto di Dio”. Questa la vera conoscenza di Gesù da parte di Giovanni, conoscenza non acquisita una volta per tutte ma sempre da rinnovare, come ricordano gli altri vangeli (cf. Mt 11,2-6; Lc 7,18-23).

E ciò vale anche per noi: non dobbiamo mai pensare di avere una conoscenza, un’immagine di Gesù nostra definitivamente acquisita, ma dobbiamo sempre rinnovarla con l’assiduità al Vangelo. Altrimenti, se prevalgono le nostre proiezioni su di lui, anche Gesù può essere per noi un idolo. Non basta affermare: “Ciò che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Gesù”, occorre che sia il Gesù che è Vangelo e il Vangelo che è Gesù! Il rischio è confessare un Gesù nostro idolo, manufatto da noi. Solo la confessione che non conosciamo pienamente Gesù ci spinge a conoscerlo invocando la sua rivelazione da parte di Dio.


Mathis Gothart Nithart (Grünewald), particolare dell’altare di Isenheim, tra il 1512 e il 1516.

17 01 14 Isenheim intero crocifissioneOggi portiamo la nostra attenzione su un lavoro molto complesso di cui analizzeremo insieme un piccolo particolare. L'altare di Isenheim è un oggetto complesso sia dal punto di vista della struttura con il quale è composto che comprende una intelaiatura architettonica sapientemente progettata, alcune sculture e tavole dipinte; sia dal punto di vista iconografico. Non faremo l'errore di far dire a questo lavoro più di quello che esso stesso ci dice osservandolo. Ci sono giunti scarni documenti sulla commessa fatta a Grünewald su quest'opera e nessuno dei documenti attesta la scelta iconografica. Quindi sarà la tavola dipinta a parlare senza portarla verso riferimenti che non le appartengono. Innanzitutto sappiamo che il primo a costruire l'altare fu il precettore Jean d'Orlier del convento degli Antoniti a Isenheim;  il committente definitivo delle tavole dipinte è Guido Guersi successore di Orlier come precettore del convento. Quest'ultimo ha avuto certamente un ruolo rilevante nel dialogare con Grünewald rispetto alla scelta dei soggetti e a come rappresentarli. Il polittico viene descritto come un grande libro formato sostanzialmente da tre pagine, era infatti possibile ruotare gli elementi e far emergere agli occhi degli osservatori che si trovavano nella chiesa diverse scene. Il messaggio di fondo del polittico è la celebrazione di Sant' Antonio fondatore dell'ordine degli Antoniti.

17 01 14 Isenheim intero crocifissione composizioneSoffermiamo il nostro sguardo sulla tavola che rappresenta la crocifissione che dal punto di vista dell'uso liturgico del polittico era quella maggiormente utilizzata e quindi visibile per lungo tempo nella chiesa di Isenheim. La composizione pone a sinistra (di chi guarda) del crocifisso Maria, la madre di Gesù sorretta dal discepolo amato, al di sotto la Maddalena con a fianco già il vaso con gli unguenti della sepoltura. Una rappresentazione che possiamo definire "classica" ovvero usuale nel racconto della crocifissione. Quello che esula dalla narrazione tipica è la presenza sulla destra di s. Giovanni Battista che indica la croce e ai suoi piedi l'agnello immolato. La narrazione dei vangeli ci attesta che è impossibile che Giovanni il battista abbia assistito alla crocifissione. Allora c'è un significato diverso che il pittore vuole che cogliamo. Ci ha messo di fronte ad un fatto troppo stridente con il racconto da farcelo scivolare semplicemente davanti agli occhi. In questo senso risultano invece tipiche le rappresentazioni di Giovanni che indica l'agnello immolato o che lo porta in braccio. In questo caso si fa direttamente riferimento alle parole di Giovanni «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!» (Gv  1,29). Ma in questo caso il Battista non sta indicando l'agnello bensì la croce. Grünewald insiste su questa idea usando l'esagerazione: il dito del battista è incredibilmente lungo rispetto al resto della mano. Ci sta dicendo che dobbiamo proprio spostare l'occhio verso ciò che indica. Non solo: tra il dito e il volto del Battista viene inserito un testo anch'esso tratto dal vangelo di Giovanni, che come ormai abbiamo intuito è il testo di riferimento per l'iconografia di questo polittico, « Egli deve crescere e io invece diminuire » (Gv  3,30).

La risposta a questo interrogativo sta nella funzione che la chiesa del monastero di Isenheim svolgeva all'epoca in cui il polittico è stato commissionato: un ospedale per malattie soprattutto degli arti e della pelle. Queste malattie all'epoca venivano messe sotto il grande cappello della definizione di "fuoco di sant'Antonio". Questa malattia veniva trasmessa da un parassita dei cereali e diffusa mangiando il pane prodotto con cereali infettati. Gli Antoniti cercavano di curarlo attraverso pani speciali assieme a bevande e unguenti a base di erbe officinali. Cosa quindi vuole dire Giovanni agli osservatori che entravano quella chiesa? "Gesù, che nell’innocenza di chi non ha peccato, nella mitezza di chi non ha mai commesso violenza, prende su di sé e quindi toglie da noi il peso del nostro cattivo operare, l’ingiustizia di cui tutti siamo responsabili. Questa la liberazione radicale che ci ha portato Gesù, l’Agnello della Pasqua unica e definitiva, l’Agnello che ci riconcilia con Dio per sempre." come ci ricorda fratel Enzo nel commento di questo brano evangelico.