L’Epifania, manifestazione dell’anti-regalità di Gesù

Gentile da Fabriano, Adorazione dei magi (Pala Strozzi), 1423, Tempera, oro e argento su tavola, 300×282 cm, Galleria degli Uffizi, Firenze
Gentile da Fabriano, Adorazione dei magi (Pala Strozzi), 1423, Tempera, oro e argento su tavola, 300×282 cm, Galleria degli Uffizi, Firenze

6 gennaio 2017
Epifania del Signore

di ENZO BIANCHI

Mt  2,1-12


Brevi note sulle altre letture bibliche

Isaia 60,1-6

Sotto la guida efficace dello Spirito di Dio il profeta a volte legge situazioni ed eventi concreti, svelandone il significato nella storia di salvezza; altre volte guarda all’orizzonte del tempo e, come un “visionario”, racconta l’indicibile, l’inaudito. In questa pagina Isaia tenta di descrivere la città santa di Gerusalemme rivestita di luce, la quale vede i suoi figli dispersi ritornare da lontano, mentre appare su di lei, in una vera e propria epifania, la gloria del Signore. Non sono però solo i figli di Israele a compiere questo pellegrinaggio, ma li accompagnano anche le genti della terra, per giungere alla presenza del Signore con i loro doni e proclamare la gloria (o la salvezza, secondo la versione greca dei LXX) del Signore.

Lettera agli Efesini 3,2-3.5-6

Nella lettera ai cristiani di Efeso l’Apostolo cerca di consegnare loro il mistero di Cristo, nascosto per secoli ma rivelato agli apostoli e ai profeti della chiesa: le genti, che sembravano escluse dalla promessa e della benedizione di Dio, una volta venuto Gesù Cristo nella storia umana, sono chiamate, insieme ai figli di Abramo, a partecipare alla stessa eredità e a diventare un solo corpo in Cristo. Questa è la buona notizia di cui Paolo si sente apostolo e predicatore a tutta l’umanità, perché ormai “non c’è più né giudeo né pagano” (Gal 3,28) e il Figlio di Dio, nato da donna (cf. Gal 4,4), è venuto nella carne per tutti, nessuno escluso.


Mt  2,1-12

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.


Alla nascita e alla morte di Gesù risuona per lui lo stesso titolo, “Re dei giudei”. Alla nascita – è il testo che oggi la liturgia ci propone – lo dicono i magi e lo ripetono gli scribi ed Erode; alla morte lo fa scrivere Pilato su un cartello (cf. Mc 15,26 e par.; Gv 19,19), lo usano i soldati per schernirlo (cf. Mc 15,18; Mt 27,29; Gv 19,3), lo leggono tutti i presenti all’esecuzione barbara della crocifissione (cf. Gv 19,20). Alla nascita e sotto la croce vi è la stessa rivelazione: l’umanità è una nella ricerca di Dio e nel ripudio di Dio, o meglio nel credere al bene con speranza oppure nel non credere al bene, preferendo la violenza, il male.

Dunque il vangelo dell’Epifania, della manifestazione dell’identità di Gesù alle genti, a quelli che non erano ebrei, figli di Israele, è un vangelo decisivo, che dà alla festa odierna un particolare significato: Gesù è nato Re dei giudei, ma per tutti, e tutti possono andare a lui. In questo racconto di Matteo c’è la storia, ma c’è anche una lettura che l’evangelista fa nella fede. Nasce un bambino in una semplice famiglia formata da un artigiano, Giuseppe, e dalla sua giovane moglie, Maria; nasce in una stalla, riparo per il gregge nella campagna di Betlemme, eppure alcuni uomini da lontano, dall’oriente, o meglio dalla loro sapienza orientata, nella loro ricerca sono portati a vedere in questa semplice nascita il compimento del loro cercare, la pienezza della loro sapienza. Tutti gli umani di ogni tempo e cultura, infatti, hanno in comune soprattutto la ricerca del bene, anche se poi contraddicono questo loro desiderio così impegnativo. In ogni essere umano c’è un anelito al bene, alla vita piena, alla pace, e questo fuoco che abita gli umani li spinge a cercare, a mettersi in cammino, a dichiarare per loro insufficiente la terra che abitano, l’orizzonte consueto. Per questo cammino gli umani cercano e trovano come segnali ciò che possono: il cielo, la terra, il mare e anche le creature animate e inanimate con le quali sanno comunicare.

In quel lungo pellegrinaggio, soprattutto della mente e del cuore, alcuni sapienti, i magi, hanno guardato alle stelle, alla sabbia del deserto, alle bestie che cavalcavano, al bagaglio che trasportavano con sé, per vivere e per fare doni. Per chi scruta l’orizzonte sempre sorge una stella, sempre – come dice il nostro brano evangelico – c’è un oriente, un alzarsi, che invita al cammino. E così è avvenuto per quei mágoi, che dall’oriente (apò anatolôn) giungono a Gerusalemme, la città santa, l’ombelico del mondo (cf. Sal 48,3; cf. Ez 5,5; 38,12). Essi chiedono: “Dov’è il Re dei giudei che è nato?”, proprio ai giudei che non si erano accorti della nascita del loro Re. Non se n’era accorto il re che regnava in quel momento, Erode, non se n’erano accorti i sacerdoti e neppure gli esperti delle sante Scritture, gli scribi. Ecco lo scandalo: chi è deputato a conoscere e a osservare ciò che accade non sa, chi è capace di interpretare puntualmente le Scritture in riferimento al Re dei giudei lo annuncia con chiarezza e certezza, eppure in una situazione di radicale accecamento. È così, e ancora oggi avviene così: si possono conoscere le parole di Dio contenute nelle Scritture, si possono citare e spiegare con competenza, si possono addirittura insegnare agli altri, eppure, nel contempo, restare in una situazione di totale cecità o sordità, manifestazioni della sklerokardía, della callosità del cuore…

Questa venuta dei magi causa però inquietudine, turbamento da parte dei rappresentanti del potere politico e di tutta Gerusalemme, perché quando il potere ne vede sorgere un altro teme e trema, sentendosi minacciato. Da quell’ora l’inquietudine e il turbamento non cesseranno, fino al giorno in cui questo Re dei giudei che è nato sarà finito per sempre, rivestito di un manto di porpora, con una canna come scettro in mano, con una corona di spine sulla testa, deriso, sbeffeggiato e infine appeso nudo a un palo, la croce!

Eppure quei sapienti obbedienti alle Scritture dei giudei, anzi ri-orientati dalle Scritture, riescono nuovamente a vedere la stella, che li conduce fino al bambino Re Messia, a Betlemme, dove trovano ciò che cercavano ma che certamente non si aspettavano così: non una reggia, non una corte regale in festa, non lo sfarzo degno della nascita di un principe, ma semplicemente un bambino e sua madre. Contemplano non quello che avevano tanto atteso e cercato, ma altro. E come convertiti, mutati nella loro mente e nel loro cuore, riconoscono la regalità nell’anti-regalità, la regalità potente e universale nella debolezza umana, in un infante incapace di parlare e di essere eloquente con la parola. Eppure i magi capiscono, giungono alla fede, pur non avendo né la rivelazione né le sante Scritture; e non a caso Matteo annota che fanno ritorno al loro paese attraverso un altro cammino, cioè un altro modo di pensare e di vivere.

Così avviene la rivelazione, per i giudei e per le genti: solo guardando alla debolezza di Gesù, al suo essere piccolo, si può comprendere la sua vera regalità, la sua vera identità, non plasmata in base alle immagini dei re e dei potenti di questo mondo. Per altre strade gli altri vangeli diranno la stessa cosa: contemplazione (theoría) di Gesù è il vederlo crocifisso (cf. Lc 23,48); visione di Gesù è il vederlo come seme caduto a terra (cf. Gv 12,24). Quei magi, convertiti alla vista del bambino in quella povera famiglia, in quella greppia, adorano, si prostrano e gli offrono in dono oro, incenso e mirra, prodotti preziosi dell’oriente, elaborati dalla cultura delle genti. Ciò che Gesù risorto potrà dire ai discepoli – “Andate e fate discepole tutte le genti” (Mt 28,19) – ha qui la sua primizia. Le genti divengono discepole quando cercano con sincerità, si aprono con audacia e si mettono in cammino senza indugio.

Quanti uomini e quante donne, dall’oriente e dall’occidente, dal nord e dal sud, come questi magi cercano il bene, si sentono viandanti, in cammino, si esercitano a riconoscere la salvezza come umanizzazione e lavorano perché l’umano sia sempre più umano. Lo sappiano o meno, sono persone alle quali ogni bambino che nasce, ogni umano che viene al mondo appare con la dignità di un re; appare come un fratello o una sorella che attende da noi il nostro oro (ciò che abbiamo), il nostro incenso (il profumo sprigionato dalla nostra presenza), la nostra mirra (ciò che sappiamo sacrificare di noi stessi, spendendo la vita per l’altro).

L’Epifania è manifestazione della vera regalità a tutti, cristiani e non cristiani. Ma ormai ci incamminiamo verso la Pasqua, come ricorda l’indizione della data di questa festa delle feste, che oggi viene fatta nelle chiese d’oriente e d’occidente: la Pasqua, quando il Re dei giudei farà la fine di chiunque osa pensare e mettere in pratica una regalità come servizio dell’altro e non come potere violento. Ma l’ultima parola spetta a Dio, al Dio di Gesù!


Gentile da Fabriano, Adorazione dei magi (Pala Strozzi), 1423, Tempera, oro e argento su tavola, 300×282 cm, Galleria degli Uffizi, Firenze

Gentile da Fabriano, Adorazione dei magi (Pala Strozzi)
Gentile da Fabriano, Adorazione dei magi (Pala Strozzi)
Questa pala d’altare imponente dal punto di vista fisico per le sue misure (300×282 cm) e abbagliante per la scelta decorativa del suo autore Gentile da Fabriano, spesso viene relegata a ciò che ne dice il suo titolo (tra l’altro non corretto del tutto): L’adorazione dei magi. Questo bellissimo pezzo artistico frutto di una maestria da gioielliere narra una storia molto più ampia che è all’interno e all’esterno della pala stessa. Il committente di questa pala è Palla di Nofri Strozzi ricco cavaliere e mecenate di Firenze. Siamo tra la seconda metà del 1300 e la prima metà del 1400 nella città che sta cambiando le sorti della storia occidentale sia dal punto di vista politico che artistico. Ovviamente Palla come committente viene raffigurato da Gentile subito dopo i protagonisti dell’azione principale: viene di solito identificato con l’uomo che tiene in mano il falco subito dopo i magi. Al suo fianco, con un copricapo rosso, viene identificato suo figlio Lorenzo.
La pala fu posta sopra l’altare maggiore della cappella Strozzi all’interno della Chiesa di s. Trinita a Firenze. La cappella è attualmente la sagrestia nuova della chiesa e la pala si trova attualmente esposta nella Galleria degli Uffizi. L’opera aveva il compito di sorprendere il fedele all’interno della cappella poiché in contrasto con l’austerità e l’essenzialità delle forme dell’architettura per la quale era prevista.
La scelta del soggetto da parte di Palla non risulta strano se lo caliamo nel contesto fiorentino di quegli anni. Nel 1390 l’epifania era anche la festa del battesimo di Cristo da parte di Giovanni Battista, patrono di Firenze. Le cronache dell’epoca riportano la descrizione delle processioni in cui veniva messa in scena la vicenda dei magi con il loro viaggio. In una descrizione del 1428 si legge “E in fra ‘llaltre cose belle et maravigliose la compagnia dei Magi de san Marcho fecioni molte ricche et grandi onoranze. E infra ‘llaltre belle notabile et piacevole chose furono ornato otto cavagli covertj di seta et otto paggi di seta vestitj con le perle e gli ornamenti”. Questa è la descrizione migliore della pala di Gentile ed è certamente il dato storico che ne fornisce una delle ispirazioni dalle quali è partito per realizzare la sua pittura. La descrizione continua narrando la ricercatezza dei vestiti dei magi e del loro corteo.
Quindi stiamo osservando una immagine tratta dalla realtà di una processione dell’epoca. Proprio questa pala che sembra così tanto decorata da farci sospettare di non aver nessun appiglio sulla realtà.

Cercherò di esplicitare brevemente tutti i richiami che l’opera mette sotto i nostri occhi, uno spunto per stimolare il lettore a ricercare su qualche buon testo tutti gli approfondimenti. Ho inserito una immagine sintetica della composizione in modo da comprendere la posizione dei personaggi.
Nella parte superiore della pala è descritta tutta la storia che precede la nascita del salvatore che è rappresentato nel cerchio centrale mentre con una mano benedice indicando il cielo e con l’altra tende verso la terra a indicare proprio il mistero dell’incarnazione, il divino-umano.
Al di sopra delle arcate si trovano sei figurine di profeti che tengono in mano un cartiglio tutt’altro che generico nel quale si leggono nitidamente gli incipit dei passi che li chiamano in causa nell’aver annunciato l’arrivo del messia. Li elenco riportando il passo in latino che è dipinto e la traduzione:
Ezechiele
“Euge, altitudines sempiternae in hereditatem datae sunt nobis” Ezechiele 36,2
“ I colli eterni sono diventati nostro possesso”
Michea
“ Erit mons domus Domini praeparatus in vertice montium et sublimis super colles; et fluent ad eum populi.” Michea 4,1
“ Il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e si innalzerà sopra i colli, e ad esso affluiranno i popoli.”
Mosè
“Non habebis deos alieno[s coram me]” Esodo 20,3 “non [ad]sumes nomen Domini [Dei tui in vanum]” Esodo 20,7
“Non avrai altri dei all’infuori di me”, “Non pronuncerai inviano il nome del Signore, tuo Dio”
David
Che non ha il cartiglio, ma la cetra a indicare la sua profezia sul messia cantata nei salmi.
Baruc
“ post haec in terris visus est et cum hominibus conversatus est” Baruc 3,38
34 Le stelle hanno brillato nei loro posti di guardia e hanno gioito; 35 egli le ha chiamate ed hanno risposto: «Eccoci!», e hanno brillato di gioia per colui che le ha create. 36 Egli è il nostro Dio, e nessun altro può essere confrontato con lui. 37 Egli ha scoperto ogni via della sapienza e l'ha data a Giacobbe, suo servo, a Israele, suo amato. 38 Per questo è apparsa sulla terra e ha vissuto fra gli uomini.”
Isaia
“Ecce Dominus Deus in fortitudine veniet, et brachium ejus dominabitur: ecce merces ejus cum eo, et opus illius coram illo.” Is 40,10
“Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede.”

Gentile da Fabriano, Adorazione dei magi (Pala Strozzi), composizione
Gentile da Fabriano, Adorazione dei magi (Pala Strozzi), composizione
Nei tondi di destra e sinistra è rappresentata l’annunciazione: l’angelo a sinistra, la vergine Maria a destra.
Nella predella ovvero la base della struttura di legno sono raffigurati altri episodi dell’infanzia di Gesù: la nascita con l’annuncio ai pastori (mi limito a dire che in questa piccola tavola tutto il paesaggio è scarno, mentre al di sopra nell’adorazione è un tripudio di alberi e animali. Nella concezione medievale all’epifania partecipa tutto il creato, c’erano leggende che narravano dello spuntare di innumerevoli fiori quando il bambino incontrò i magi, fiori che vediamo sia all’interno che in tutta la decorazione laterale della pala), ci sono poi il ritorno dalla fuga in Egitto e la presentazione al Tempio con Simeone e Anna.
Un accenno alla storia dei magi dipinta: nelle arcate, giusto sopra la scena principale ci sono tre episodi: i magi scorgono la stella su un monte che sovrasta un porto e decidono di partire (a sinistra), il corteo sontuoso dei magi si avvicina a Gerusalemme (al centro), i magi entrano in città (a destra). Tutte e tre queste rappresentazioni sono scosse da un avvenimento che fa presagire un pericolo e anche la fine tragica che il bambino farà. Ho evidenziato questi episodi di pericolo in un cerchio viola.
A sinistra, i magi partono e nello stesso tempo un uomo viene assalito dai briganti e ucciso: il cammino dei magi sarà pericoloso e la vita di Gesù finirà tragicamente. Al centro il corteo che entra in città ad un certo punto si blocca poiché un cavallo si imbizzarrisce nell’attraversare un burrone, dietro di lui un uomo che si sente in pericolo estrae un pugnale, mentre quello al suo fianco lo invita a non temere. Un chiaro riferimento all’orto degli ulivi. A destra i magi giungono da Erode e un uccello rapace agguanta un altro uccello. Erode cospira di uccidere e alla fine Gesù sarà giustiziato.
Non mi dilungo ulteriormente sulla descrizione della scena centrale, avendo già abusato della pazienza del lettore. Bastano questi pochi accenni per meditare a lungo partendo da quest’opera sull’epifania di Gesù.