Il rischio di ricominciare

Avori salernitani
Avori salernitani

16 aprile 2018

Gv  5,1-18

In quel tempo 1 ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 2A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, 3sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. [ 4] 5Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. 6Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». 7Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l'acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». 8Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». 9aE all'istante quell'uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare. 9bQuel giorno però era un sabato. 10Dissero dunque i Giudei all'uomo che era stato guarito: «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella». 11Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: «Prendi la tua barella e cammina»». 12Gli domandarono allora: «Chi è l'uomo che ti ha detto: «Prendi e cammina»?». 13Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo. 14Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». 15Quell'uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. 16Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato. 17Ma Gesù disse loro: «Il Padre mio agisce anche ora e anch'io agisco». 18Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.


La presenza di Gesù e la sua parola costituiscono un’interruzione nel continuum di una vita e di una biografia segnata per anni dalla malattia.

La paralisi immobilizza un’esistenza, la pietrifica, facendo del malato quasi una concrezione scultorea inglobata al porticato della piscina del tempio. Nel contempo, la solitudine dell’infermo – che non ha chi lo aiuti ad immergersi in quelle acque, ritenute risananti a motivo della discesa di un angelo che vi imprimeva un movimento salvifico per chi vi si bagnava per primo (v. 4) – ne fa un marginale, un escluso, un mendicante.

Gesù ha occhi per scorgere la condizione di umiliata impotenza di quel paralitico, vede l’isolamento di quell’uomo e ha coscienza della durata logorante di un male che sembra destinato a non avere fine. La cura inizia sempre dall’attenzione, dal saper vedere, dal lasciarsi toccare dalla ferita dell’altro e dal coraggio di chinarsi su quella fragilità.

«Vuoi guarire?» (v. 6). Gesù pone una domanda, affinché l’anelito alla salvezza di quel paralitico si faccia voce e ammissione esplicita, come a ricordarci che, a volte, indugiamo in una passività seducente, nel non voler guarire, perché in fondo il nostro malessere è divenuto – in un certo senso – “rassicurante”, nella dipendenza da altri, nell’accudimento: la guarigione, paradossalmente, ci espone al rischio di ricominciare, alla necessità di gestire la nostra autonomia, di uscire dalla dipendenza, di impegnarci in prima persona in un lavoro. Cristo risveglia la nostra sinergia, la nostra collaborazione, il nostro coraggio di ricominciare, di osare, di inaugurare un nuovo inizio. Poi Gesù dà compimento a quel desiderio, superando anche l’ostacolo del “primato” dell’immersione: senza bisogno che l’infermo entri nelle acque della piscina, con l’istantaneità di una parola efficace, Gesù richiama quel malato alla postura eretta, gli ridona la capacità di camminare e gli restituisce una dignità perduta.

«Àlzati, prendi la tua barella e cammina» (v. 8). «Àlzati!» (égheire) è un verbo pasquale, che ricolloca quell’uomo nella compagnia dei sani, di quanti sono nel vigore delle forze e godono della possibilità di un agire autonomo, di camminare sulle proprie gambe.

«Quale che sia la prova che la quotidianità di ogni giorno ci riserva, quale che sia la nostra inveterata infermità con la quale dobbiamo venire a patti, la vita è vivibile se – ad ogni mattino e in virtù della più intima decisione che possiamo prendere – mettiamo i nostri passi sui passi del Risorto, o meglio, se ci alziamo nell’Alzarsi stesso, se inscriviamo il nostro alzarci in quella forma a priori di ogni alzarsi che è l’Alzarsi di Gesù Cristo. D’altronde, nello spazio di questo Passo, c’è forse un passo che vada perduto?» (F. Cassingena-Trévedy).

Così, nella luce pasquale, ciascuno di noi vorrebbe sentirsi ripetere quell’invito a risorgere: «Àlzati e cammina!», per destarci dei nostri torpori, dalle nostre trame di paura, di sconfitta, di paralisi, di sofferenza, per ricominciare a camminare, per riscoprire il senso e la direzione dei nostri passi, per uscire dalla nostra immobilità, per andare incontro alla vita, trascinando dietro di noi la nostra barella, memoria del nostro passato di infermità, ormai inutile...

fratel Emanuele