Lotta contro la mancanza di amore

Avori salernitani
Avori salernitani

3 marzo 2018

Mt   7,21-29

In quel tempo Gesù si mise a parlare e insegnava ai discepoli dicendo: « 21Non chiunque mi dice: «Signore, Signore», entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22In quel giorno molti mi diranno: «Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?». 23Ma allora io dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l'iniquità!».24Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. 25Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. 26Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 27Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande». 28Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: 29egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.»


La parola dell’evangelo di oggi ci pone di fronte a una vita riuscita e a una vita fallimentare: la vita riuscita di colui che ascolta le parole di Gesù e le mette in pratica, e la vita fallimentare di colui che, invece, le ascolta sì, vale a dire conduce una vita apparentemente religiosa, fatta anche di ascolto della parola di Dio, ma non la mette in pratica.

La vita del primo si rivela essere una vita salda, che sa resistere alle intemperie, agli sconvolgimenti che sempre capitano a colui che accetta il duro mestiere di vivere; mentre la vita del secondo è destinata a naufragare.

Buona novella che ci raggiunge, dunque, poiché è l’annuncio del fatto che il Signore custodisce e rende stabile la nostra esistenza e ci aiuta a vivere la fedeltà a caro prezzo. Ma anche giudizio, vale a dire parola che svela (e non provoca!) fallimento, inconsistenza.

Non solo, ma la prima parte di questa pagina dell’evangelo è anche la rivelazione del fatto che nel giudizio finale vi sarà la manifestazione della vana religiosità di quanti confidavano nella loro appartenenza e nel loro successo religioso (profetare, scacciare demoni e compiere miracoli nel nome di Gesù) senza curarsi di mettere in pratica, di vivere essi stessi la parola di quel Signore che chiede che si abbandoni l’iniquità, quella “anomìa” (v. 23) a causa del dilagare della quale negli ultimi tempi, che sono questi tempi della chiesa, “l’amore di molti si raffredderà” (Mt 24,12).

Il giudizio, dunque, sarà un giudizio sull’amore, sulla carità, in vista del mantenimento della quale l’“anomìa”, l’iniquità, va combattuta. Il cristiano non è chiamato primariamente a combattere il male, ma a fare spazio al bene.

Per questo, per accogliere il dono dell’amore del fratello e della sorella, ogni credente deve ingaggiare una dura lotta contro la mancanza di amore, contro quell’essere centrati su se stessi che ostacola fino a impedire il riconoscimento e l’accoglienza del dono che l’altro è sempre per me.

Dure parole profetiche, infatti, già nell’Antico Testamento sono rivolte a quei credenti che mescolano “delitto e solennità”: “Smettete di presentare offerte inutili; l’incenso per me è un abominio, i noviluni, i sabati e le assemblee sacre: non posso sopportare delitto e solennità!” (Is 1,13). Feste e osservanze religiose, liturgie, atti di adorazione, ma ai quali si accompagna non l’amore per il fratello e la sorella, per il povero e il bisognoso, per l’oppresso, l’orfano e la vedova (cf. Is 1,17), ma piuttosto“delitto”, e “mani” “che grondano sangue” (Is 1,15).

E il Signore dice che a causa di tale iniquità il culto gli è insopportabile (cf. Is 1,14-15).

Ma la via non è del tutto chiusa: resta ancora uno spiraglio per il ritorno: “Su, venite e discutiamo – dice il Signore –. Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora diventeranno bianchi come lana” (Is 1,18).

La porta è ancora aperta: accogliamo questo invito al ritorno, alla conversione al Signore, all’accoglienza fedele del fratello e della sorella, e la nostra vita sarà, insieme a quella dell’altro, una vita riuscita, una vita sensata, una vita degna di essere vissuta.

sorella Cecilia