"Non potete servire Dio e la ricchezza"

Avori salernitani
Avori salernitani

28 febbraio 2018

Mt   6,24-34

24In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
25Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? 26Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? 27E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 28E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. 29Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? 31Non preoccupatevi dunque dicendo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?». 32Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. 33Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.


Quaresima: tempo di conversione al Dio unico, di ritorno all’unico Signore. “Nessuno può servire due padroni”, perché cercare di tenere insieme – caso paradigmatico – Dio e il denaro è già asservirsi al dio denaro. Anche questo chiede il nostro “amen”, ed è la ragione per cui Gesù lo chiama “Mammona”, per denunciare una tale fede-fiducia: sarebbe mal riposta, alienante. Se non si mette fiducia in Dio, la si mette da qualche altra parte e ci si affeziona a qualcos’altro; si è spinti a vivere secondo altre logiche, apparentemente più promettenti, che però asserviscono invece di liberare.

La Chiesa lo sa e perciò, specialmente in questo tempo, si dispone all’ascolto del suo primo amore che, ricordandole l’affetto che li legava, cerca di strapparla agli idoli cui si è asservita (cf. Ger 2,2-11). Questo si avvera per noi se ci asteniamo da quanto ci porta lontano da colui che avevamo scelto; ma anche se impariamo ad affrontare altrimenti gli affanni della vita che appesantiscono il cuore. È ciò a cui ci invita il vangelo odierno.

Un po’ di buon senso è sufficiente a ricordarci che conviene iniziare e chiudere le nostre giornate ripetendosi che “a ciascun giorno basta la sua pena”. Preoccuparsi oltremodo per ciò su cui non abbiamo presa, il domani, non serve: è la sapienza comune a insegnarcelo. Ma come cogliere la specificità evangelica del nostro brano? Lasciandoci evangelizzare da Gesù. Lo sguardo che egli porta sugli uccelli del cielo e sui gigli del campo ispira parole che invitano noi, “piccoli di fede”, alla fiducia in un Dio che è Padre, che si prende cura di ciò che ha creato, cioè voluto: voluto che esistesse.

La coscienza che il Padre conosce “ciò di cui abbiamo bisogno” e la possibilità di chiedere, con fiducia di figli, il pane quotidiano necessario all’esistenza (cf. Mt 5,11) possono evangelizzare il pagano che in noi si affanna.

Se accogliamo questo vangelo, ecco la buona notizia: il baricentro del nostro vivere si sposta; ciascuno è condotto a un sano decentramento da sé, nel quale ritrova vita, quella vita che rischiamo di lasciarci mangiare dall’ansia.

Non saremo dispensati dalle fatiche quotidiane, ma queste non saranno vissute come disumanizzanti. “Ci si umanizza, per la Bibbia, a misura che si accede alla coscienza della propria finitezza e povertà custodite dalla tenerezza divina” (Carmine Di Sante). E a misura che se ne diventa responsabili nei confronti di altri, lasciando che questa sollecitudine regni attorno a noi. Per questo non si deve anteporre nulla alla ricerca del regno di Dio e della sua giustizia.

Tale primato permette di rimettere ordine tra le cose che ci preoccupano. E di ridimensionarle. La lotta antidolatrica inizia qui, al sorgere di una preoccupazione: si tratta di scegliere di “gettarla in Dio, perché egli ha cura di noi” (1P 5,7, cf. Sal 54,23; Sir 2,1-18), piuttosto che illudersi di combatterla rifugiandosi in altri idoli e cercando consolazione presso altri signori.

fratel Fabio