Spogliarsi del superfluo

Avori salernitani, prima metà del XII secolo
Avori salernitani, prima metà del XII secolo

27 febbraio 2018

Mt  6,19-23

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «19Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; 20accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. 21Perché, dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.
22La lampada del corpo è l'occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; 23ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!»


Accumuliamo sempre qualcosa passando nella vita: beni materiali, pochi o molti, sapere, competenze, peccati, ricordi, rimpianti.

Accumuliamo beni pensando di averne sempre a disposizione l’utilizzo, il consumo, l’azione, la scelta. Come in un grande centro commerciale, l’accumulo ci fornisce l’illusione dell’inesauribile dispiegarsi delle occasioni della vita, esorcizza l’assottigliarsi dei nostri giorni. Ma noi siamo finiti, la nostra vita è limitata. Il nostro tempo si esaurisce prima delle cose che accumuliamo.

Il mondo bisbiglia continuamente al nostro orecchio: Accumulate! Assicuratevi il futuro! Difendete la vostra vita!

Ma Gesù dice: Non accumulate! Non difendetevi! Non cercatevi altri tesori per voi stessi. Il vostro tesoro è la vostra vita, dono prezioso e insostituibile. C’è un’unica cosa necessaria in mezzo agli infiniti possibili in cui si perde la vostra vita: l’ascolto della Parola di Dio indirizzata a ciascuno di voi; parola di vita che fa vivere, fa amare, fa conoscere la via che porta alla gioia.

Per acquisire questo unico necessario occorre spogliarsi del superfluo. Questo spogliamento è, paradossalmente, l’accumulo di un tesoro che non si disperde, ma che cresce: un tesoro al riparo dall’erosione del tempo, dalla tarma del rimorso, dalla ruggine del rimpianto, dalla violenza delle rivalità e dell’inimicizia. Il tesoro della capacità di amare, della fraternità, del perdono, della conoscenza di Dio.

È il paradosso della beatitudine dei poveri di spirito. Che non è solo la rinuncia materiale alle ricchezze, ma implica una dimensione interiore: una povertà spirituale che è spirito di non-acquisizione, capacità di deporre la vita e l’anima stessa per gli amici. Una comprensione deformata del cristianesimo sembra insegnare ad accumulare ricchezze interiori e a nutrire un’invidia esteriore, un occhio curioso e indagatore. Ma essere poveri in spirito significa anche avere un occhio semplice, che sa guardare la realtà per ciò che è, e non si concentra su se stesso, sul proprio benessere, sulla propria tranquillità interiore, sui propri desideri nascosti.

Come notava acutamente la monaca ortodossa Marija Skobcova (1891-1945), in un tempo in cui tutte le accumulazioni del passato erano crollate, “preservare il proprio mondo spirituale, serrarvi gli occhi, porta ad avvelenarsi, disintegrarsi, perdere la gioia, divenire insopportabili a se stessi e ammalarsi di nevrastenia. Paradossalmente diventiamo poveri a forza di preservarci, perché la cura si trasforma in una perpetua contemplazione di noi stessi... Ma colui che dona se stesso interamente, se stesso con tutto il proprio mondo interiore, deponendo la propria anima, diviene povero in spirito. Diviene beato, perché, secondo la promessa del Salvatore, suo è il regno dei cieli… Lo diventa hic et nunc, già su questa terra acquisendo la gioia dell’amore senza misura, dell’amore che si dona, la leggerezza e la libertà dello spossessamento di sé”.

Questa lievità è anche la luce dello sguardo di Dio in noi che illumina tutta la nostra vita.

fratel Adalberto