Il Padre nostro

Avori salernitani, prima metà del XII secolo
Avori salernitani, prima metà del XII secolo

26 febbraio 2018

Mt  6,7-15

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli e alle folle: «7Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. 8Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
9Voi dunque pregate così:

Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
10venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
11Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
12e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
13e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.

14Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; 15ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.»


Oratio dominica, “preghiera del Dominus, del Signore”: così è stato chiamato il Padre nostro. “Del Signore”, perché insegnato da Gesù, su espressa richiesta – “Insegnaci a pregare” (Lc 11,1) – da parte dei discepoli, colpiti dallo spazio che aveva la preghiera nella vita del loro Maestro; ma “del Signore” soprattutto perché ci consegna il modo di pregare di Gesù stesso. Gesù infatti insegna ciò che lui stesso vive; e la sua è una preghiera personalissima, in cui si rivolge a Dio con l’appellativo “Padre”, proprio perché tutta la sua vita è sotto il segno della filialità. Il Padre nostro è la preghiera del Figlio che diventa la preghiera dei figli, la nostra.

Sì, chi insegna a pregare è colui che anzitutto prega, e lo fa in quanto Figlio che si rivolge a Dio chiamandolo “Padre”: è questo che conferisce una modalità unica al pregare di Gesù. Significativamente, così iniziano tutte le preghiere di Gesù riportate dai vangeli: “Ti rendo lode, Padre…” (Mt 11,25), “Padre, ti rendo grazie…” (Gv 11,41), “Padre, è venuta l’ora…” (Gv 17,1), “Padre, nelle tue mani…” (Lc 23,46), per citare solo alcuni esempi. E da Marco ci viene un’ulteriore precisazione. Nell’ora drammatica del Getsemani, in preda a “paura e angoscia” di fronte all’imminente passione, Gesù “diceva” (cioè continuava a dire): “Abba! Padre! … Allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36). Così prega Gesù nell’ora della prova. Quando tutti lo abbandonano e tutto sembra umanamente fallimentare, Gesù “depone in Dio la sua angoscia” (cf. Sal 54,23), con un atto di abbandono fiducioso e tenero in cui Dio viene invocato come “Abba, Papà!”. È una maniera inaudita di rivolgersi a Dio. Si pensi che perfino nei salmi, straordinaria raccolta di preghiere, mai Dio viene invocato in tal modo.

Ebbene, con il “Padre nostro” Gesù non fa che trasmettere ai discepoli il suo stesso modo di pregare. E insegna loro a cercare innanzitutto il regno di Dio, il primato di Dio: “Sia santificato il tuo Nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà”. Gesù trasmette la sua passione per Dio, ciò che fa ardere la sua intera esistenza: lasciar trasparire la santità di Dio con una vita santa, bella; annunciare il Regno, anzi diventare lui stesso annuncio del Regno, facendo regnare Dio nella sua vita; fare della volontà di Dio il suo cibo, ciò che alimenta la sua esistenza, la ragione del suo vivere.

E poi viene “il resto” (cf. Mt 6,33): viene in secondo luogo, ma non è meno importante.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, cioè il necessario per la vita. “Dacci” (non “dammi”): significa anche chiedere al Padre che ci renda capaci di condividere i beni della terra e i frutti del nostro lavoro. Gli esseri umani sono tutti suoi figli, dunque nostri fratelli, nostre sorelle.

Rimetti a noi i nostri debiti”: se tutte le richieste contenute nel “Padre nostro” ci impegnano, questa più delle altre. In quanto peccatori sempre perdonati, siamo chiamati a perdonare a nostra volta, “fino a settanta volte sette” (Mt 18,22). Sempre!

Non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male”: chiediamo di essere preservati dalla caduta, che il nostro cuore non si pieghi al male. E di essere liberati non solo dal male che riceviamo dagli altri o dal Maligno, ma anche da quello che noi facciamo.

fratel Valerio