Uno sguardo e una parola

Mosaici di Monreale
Mosaici di Monreale

13 gennaio 2018

Mc  2,13-17

In quel tempo 13Gesù uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. 14Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. 15Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. 16Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?». 17Udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».


I vangeli riportano la chiamata dei discepoli da parte di Gesù attraverso le azioni del vedere e del parlare. Sono due verbi che descrivono il nostro “stare al mondo”: quotidianamente scorrono davanti ai nostri occhi immagini, persone, luoghi; viviamo all’interno di un flusso di parole che diciamo e ascoltiamo, a volte con attenzione, a volte distrattamente.

Sappiamo quanto sia vitale l’esperienza umana di essere “visti”, accolti, riconosciuti nella propria unicità dallo sguardo degli altri. Così come quella del “parlare”, attraverso cui diciamo noi stessi, entriamo in relazione con gli altri, accogliamo a nostra volta la parola di chi ci interpella e ci chiama fuori da noi stessi.

Nei racconti di vocazione lo sguardo e la parola acquistano una forza del tutto particolare. Tali racconti concentrano l’attenzione su Gesù che “passa e vede”, con uno sguardo che mostra un’accoglienza e un amore senza riserve nei confronti del chiamato (Mc  10,21: “Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò”).

Anche Levi si è sentito avvolto da questo sguardo penetrante di Gesù: uno sguardo capace di scorgere in lui le potenzialità più nascoste, di distoglierlo dalle sue sicurezze per manifestargli un cammino nuovo. Insieme a una parola pronunciata con autorevolezza, di fronte alla quale non si può rimanere indifferenti perché tocca il cuore e ci raggiunge nel nostro intimo, là dove abitano i desideri più autentici.

Levi risponde, alzandosi e mettendosi in cammino. E va oltre. Lo intuiamo dal breve inciso che segue nella narrazione: “Gesù stava a tavola in casa di lui”. Possiamo immaginare che sia stato Levi a prendere l’iniziativa di invitare Gesù a casa sua. Questo è un tema caro a Marco, per il quale seguire Gesù significa entrare in comunione con lui, accoglierlo “a casa propria” (cf. Mc 3,14).

Insieme a Levi e a Gesù siedono a mensa molti pubblicani e peccatori. Gesù ha un atteggiamento a dir poco provocatorio, che l’evangelista non manca di sottolineare. Egli amava sedersi a tavola con quanti la società religiosa del tempo metteva in un angolo, infrangendo così le barriere di carattere sociale e religioso create dalla rigida interpretazione della legge e dalla sua scrupolosa osservanza.

Per Gesù la misericordia è il criterio primo delle sue scelte, talmente libere da creare sorpresa e perfino scandalo. Non stupisce la reazione infastidita dei pii scribi che “vedendo” Gesù comportarsi così ne domandano conto ai suoi discepoli: “Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e peccatori?”. Il loro è un modo di vedere che giudica l’altro e lo etichetta nel suo peccato, senza riconoscere la possibilità di cambiamento racchiusa nell’umano.

Sono interpellati i discepoli, ma è Gesù che risponde. Egli ha narrato con parole e gesti il volto di un Dio che si mette alla ricerca delle pecore perdute della casa di Israele (cf. Mt 15,24), facendosi medico per i malati, prossimo a coloro che si riconoscevano peccatori e bisognosi di salvezza.

Ogni chiamata è anche una guarigione. Nella misura in cui sappiamo “vedere” il nostro peccato senza gettarlo sugli altri ci scopriamo amati e perciò salvati da colui “che è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa” (1Gv  3,20). È questa l’unica via possibile per accogliere la misericordia del Signore e avere comunione con lui.

Fratel Salvatore


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