La vita in abbondanza: essere ciò che siamo

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10 gennaio 2018

Gv  10,9-16

Prima di passare da questo mondo al Padre Gesù disse ai suoi discepoli: 9 Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10 Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.
11 Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12 Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13 perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. 
14 Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15 così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16 E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.


Nel calendario liturgico romano e in quello delle chiese ortodosse, il 10 gennaio ricorre la memoria di Gregorio vescovo di Nissa, fratello di Basilio, uno dei grandi padri cappadoci che nel IV secolo hanno contribuito alla lotta contro l’arianesimo e alla formulazione della teologia espressa nel Credo di Nicea-Costantinopoli (381). La chiesa latina ricorda Basilio e Gregorio di Nazianzio il 2 gennaio. Per dare più solennità alla festa di Basilio, pastore e padre della vita monastica, a Bose abbiamo riservato per lui la celebrazione del 2 gennaio e riunito nella data odierna quella degli altri due grandi cappadoci: Gregorio di Nazianzio e Gregorio di Nissa.

Il testo del vangelo parla del pastore: Gesù, il buon Pastore che dà la sua vita per le pecore; Gesù, il cui esempio sono invitati a imitare quanti nella chiesa ricevono un compito di pastore. Il tema del pastore è legato a quello della vita, non solo perché il pastore dà la sua vita, ma anche perché Gesù dice “io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza” (v. 10). Questa vita è vittoria sulla morte. Tutte le immagini di questa pericope hanno una risonanza pasquale e sono state usate dalla tradizione per rappresentare la vittoria di Gesù sulla morte: il “Pastore grande delle pecore” che il Dio della pace ha ricondotto dai morti (Eb 13,20) è venuto nel mondo per cercare la pecorella smarrita e, non avendola trovata, è sceso agli inferi, ha chiamato per nome Adamo, l’ha fatto uscire dal regno della morte. “Le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori” (Gv 10,3). L’ultimo versetto “diventeranno un solo gregge, un solo pastore” (v. 16) riecheggia un testo di Ezechiele (cf. Ez 37,24), che segue immediatamente il ritorno alla vita delle ossa aride tramite la parola e lo Spirito e in cui è promessa l’uscita dalla morte e la riunificazione di tutto Israele.

Nel testo odierno vorrei sottolineare solo un aspetto: le mie pecore conoscono me e ascolteranno la mia voce. Come è possibile questa conoscenza, o meglio, questo riconoscimento della voce del pastore? Tutti desideriamo “la vita”, eppure la nostra esperienza quotidiana ci dice che molte volte diamo ascolto ad altre voci e siamo sordi alle parole che potrebbero guidarci su sentieri di vita. Desiderare “la vita” è anche il frutto di un’ascesi, di un imparare ad ascoltare il nostro desiderio profondo, le nostre possibilità. Nella tradizione biblica le attenzioni del pastore sono diverse in funzione dei bisogni delle diverse pecore (cf. Is 40,11). Ascoltare la voce del pastore significa imparare a capire la propria realtà: il proprio bisogno e il proprio desiderio. I ladri e i briganti che ci seducono e ci disperdono ci propongono spesso delle mete di eccellenza e dei propositi esemplari: il Signore Gesù ci chiede di essere noi stessi. Spesso questo è difficile e forse a volte pare drammatico, perché non sappiamo chi siamo. Il vangelo ci promette che c’è una voce che ci chiama, una parola che ci è stata consegnata, un desiderio che in parte è di Dio e in parte nostro: che abbiano la vita in abbondanza. Proprio poiché il desiderio non è soltanto nostro possiamo aver fiducia che, in un progresso che va da un inizio a un altro inizio, potremo custodire e far crescere quel segreto che il Signore ha posto in ciascuna delle nostre vite, segreto all’interno del quale troviamo la quiete e l’abbondanza di vita.

Chiunque ha un compito di “pastore” dovrebbe trasmettere la Parola ed esortare e consolare perché ciascuno possa entrare nel proprio personale segreto e lasciare che la Parola lo chiami per nome.

Sorella Raffaela


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