Chi può fare spazio, faccia spazio

Duomo di Monreale
Duomo di Monreale

2 gennaio 2018

Mt  19,9-12

In quel tempo, Gesù disse ad alcuni farisei: “Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un'altra, commette adulterio».
10Gli dissero i suoi discepoli: «Se questa è la situazione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi». 11Egli rispose loro: «Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso. 12Infatti vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca".


Facciamo oggi memoria di Basilio di Cesarea (330-379), padre della chiesa, monaco e vescovo, cantato nelle litanie come “grande interprete del Vangelo nella vita comune”. In un tempo in cui, a parte l’esempio di Pacomio († 348) in Egitto, la vita monastica era intesa come somma di asceti solitari, Basilio diede un intelligente impulso alla vita cenobitica, alla vita monastica in comune.

I monaci e le monache sono celibi, persone che non si sposano e decidono di intraprendere l’avventura della vita comune insieme ad altri celibi. C’è una parola di Gesù su cui possono fondarsi? Proprio quella del nostro brano, che registra l’unico detto esplicito di Gesù sul celibato (a cui si può affiancare quello sul lasciare casa, famiglia e campi: cf. Mt 19,29 e par.).

Al termine di una disputa con alcuni farisei sul divorzio, Gesù afferma: “Chi ripudia la propria moglie, se non in caso di impudicizia – cioè di tradimento – e ne sposa un’altra, commette adulterio” (in Mc 10,12 parla del ripudio da parte della donna, inaudito all’epoca!). I discepoli reagiscono in modo sconveniente, mostrando di aver compreso ben poco: “Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”. Parole che si commentano da sole…

Gesù non scende sul loro piano, ma rilancia. Afferma che non tutti “capiscono”, ossia, letteralmente, possono “fare spazio” al non sposarsi, ma solo coloro ai quali questa possibilità è data. Poi prosegue con un linguaggio duro, che toglie ogni poesia alle metafore angeliche sul celibato: definisce i celibi eunuchi, cioè evirati, castrati. Riprende così il termine offensivo rivolto dagli avversari a lui e ai suoi discepoli, celibi itineranti (quando non addirittura coniugati allontanatisi dalla famiglia! Se Pietro aveva una suocera, va da sé che fosse sposato…), condizione incomprensibile per la tradizione ebraica.

Gesù dice che vi sono eunuchi fisicamente impotenti dalla nascita; ve ne sono altri evirati dagli uomini (prassi non infrequente a quel tempo); altri, infine, “si sono resi tali per il regno dei cieli”. Scelta gratuita, non motivata da maggiore disponibilità per servizi ecclesiali; scelta che non è un consiglio riservato a dei “perfetti”, ma un dono da accogliere; scelta causata solo dall’amore per il Regno vissuto e annunciato da Gesù. Anzi, per il Regno che Gesù è, lui che “ha portato ogni novità portando se stesso” (Ireneo di Lione).

“Chi può capire, capisca”. Ovvero: “Chi può fare spazio, faccia spazio” a tale condizione. E chi non può, per vari motivi, si astenga dal percorrere questa via… Chi invece discerne che in tal modo può accogliere e far fiorire la propria verità personale, che a lui/lei “è dato” – anzitutto dalla vita – di farlo (e che sarebbe uno spreco il contrario!), non esiti a tentare questa via. Conscio però che, esattamente come la vita coniugale, il celibato vissuto in comunità può essere segnato da grandezza ma anche da tanta miseria. Occorrono grande amore e libertà per rinnovare ogni giorno con convinzione la scelta della forma di vita che un giorno si è fissata in modo definitivo, con un gesto che pare quasi una sfida a cielo e terra…

Oggi, in un’epoca in cui per svariati motivi socio-culturali la condizione dei single si afferma sempre più, come intendere questa parola? Ancora e sempre nella sua radicalità. Tante sono le forme di celibato: ma il celibato casto per il Regno, cioè “a causa di Gesù e del Vangelo” (Mc 8,35; 10,29), pur con tutte le sue fatiche (quelle del mestiere di vivere!), vale ancora la pena di essere vissuto. Ieri, oggi, sempre.

fratel Ludwig


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