Un’apertura e un’appartenenza

Duomo di Monreale
Duomo di Monreale

1 gennaio 2018

Lc  2,21

21 Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo.


La celebrazione della divina maternità di Maria sottolinea la circoncisione e l’imposizione del nome a Gesù. Esperienza originaria di Gesù, come di ogni umano, è quella di essere preceduto. Il nome “Gesù” era il nome con cui era stato chiamato dall’angelo “prima di essere concepito nel ventre materno” (Lc 2,21). Preceduto da genitori, preceduto dalla storia di un popolo, preceduto da Dio. L’accoglienza che i genitori faranno del figlio, così come l’accoglienza che gli predisporrà il popolo con le sue istituzioni religiose e i suoi riti, i suoi gesti e le sue parole, sarà essenziale al nuovo venuto per giungere all’accoglienza della propria storia di precedenza. Gesù entra nel tempo, ma un tempo ordinato e messo a servizio di un’iniziazione: a otto giorni dalla nascita (cf. Lv 12,3), Gesù viene circonciso, conosce il gesto che simbolizza la sua appartenenza al popolo dell’alleanza e gli viene imposto il nome che simbolizza la sua vocazione personalissima, il suo inserimento nelle relazioni familiari e sociali.

Sottolineo l’aspetto della memoria della circoncisione di Gesù. Memoria importante perché ricorda la perenne ebraicità di Gesù e anche per la valenza spirituale della circoncisione stessa. La circoncisione incide il segno dell’appartenenza al popolo di Israele e dell’ingresso nell’alleanza nello spazio corporeo, nella carne dell’uomo, anzi proprio nella carne del membro.

Così lo strumento della generazione, grazie a cui l’uomo obbedisce al comando creazionale di riprodursi e di trasmettere la benedizione, l’organo dell’incontro sessuale con la donna, viene segnato da una ferita che è anche un’apertura e un’appartenenza. Apertura perché con la circoncisione l’uomo si pone in ascolto della donna ponendo un limite alla sua “onnipotenza virile” e accetta di vivere la sessualità come incontro faccia a faccia; appartenenza perché la circoncisione rende il corpo umano una superficie scritta, una sorta di libro su cui è incisa l’irrevocabile decisione divina di legarsi in alleanza con i figli di Israele. Il passaggio di Dio e del suo Spirito nell’uomo lascia come traccia una ferita. La circoncisione è una ferita, uno spogliamento che rivela una mancanza più profonda e vitale che è connessa costitutivamente alla nostra umanità e che è la condizione dell’incontro con l’altro e dell’accesso di Dio nella nostra vita. Per questo la Bibbia simbolizza la circoncisione e la estende a tutto l’uomo parlando di circoncisione degli orecchi e del cuore (cf. Ger 4,4). La nostra carenza, la nostra mancanza è il luogo dell’incontro e della relazione.

Del resto, se il cristianesimo non ha assunto la circoncisione, ma ha fatto del battesimo il segno dell’iniziazione alla vita cristiana e dell’appartenenza alla comunità cristiana (e il luogo in cui il nome del nuovo nato viene pronunciato davanti a Dio e alla comunità cristiana), questo può essere chiamato dal Nuovo Testamento come “circoncisione di Cristo”: “In Cristo voi siete stati circoncisi, di una circoncisione però non fatta da mano di uomo, mediante la spogliazione del vostro corpo di carne, ma della vera circoncisione di Cristo. Con lui infatti siete stati sepolti insieme nel battesimo” (Col 2,11-12).

fratel Luciano


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