Scegliere di rivestirsi di Cristo

Duomo di Monreale
Duomo di Monreale

6 dicembre 2017

Mt  22,1-14

In quel tempo 1 Gesù riprese a parlare ai discepoli con parabole e disse: 2«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. 3Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. 4Mandò di nuovo altri servi con quest'ordine: «Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!». 5Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. 7Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. 8Poi disse ai suoi servi: «La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; 9andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». 10Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. 11Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale. 12Gli disse: «Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?». Quello ammutolì. 13Allora il re ordinò ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». 14Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».


“Il regno dei cieli è simile a…”. Il regno dei cieli è simile a una storia, dice Gesù ai responsabili religiosi e ai fedeli osservanti della Torah. “Un re fece una festa di nozze”, e subito questi credenti nutriti della Torah si ricordano del banchetto del re nella grande profezia di Isaia sulla fine dei tempi: “Il Signore preparerà per tutti i popoli un banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti... Egli strapperà il velo che copriva la faccia di tutti i popoli. Eliminerà la morte per sempre e asciugherà le lacrime su ogni volto” (cf. Is 25,6-8).

Gesù, percorrendo per loro, in questo racconto, la storia stessa di Israele costituita dalla sua elezione gratuita per la salvezza di tutte le genti, li pone davanti all’urgenza di saper leggere i segni dei tempi. Sembra dire: “Adesso il banchetto è imbandito, tutto è pronto, capite, tanti servi-profeti sono già stati rifiutati e anche uccisi, la profezia di Isaia si sta compiendo!”.

Gesù, in un grido profetico (la parabola stessa) sta raccontando la tragedia umana del rifiuto della vita in Dio. Usa anche il contrasto tra le tenebre, l’esclusione, le lacrime, le tensioni che fanno stridere i denti e la festa, la luce, la fine delle lacrime, la rivelazione del senso, l’annientamento della morte, per mettere in risalto lo scarto tra l’invito festoso e il rifiuto assurdo e doloroso. Eppure, esso è la realtà che Gesù ha dovuto assumere per noi, che assume tutti i giorni per noi, continuando instancabilmente a raccontarci questa storia che è la nostra.

Ci invita con forza (utilizzando anche un linguaggio violento) a togliere il velo dai nostri occhi ciechi, a scoprire qual è la nostra volontà vera, a svelare le nostre non voglie simili a quelle degli invitati (figli di Israele chiamati ed eletti), noi che siamo quelli dei crocicchi delle strade, noi che facciamo parte “di tutti i popoli” (Is 25,7) e ai quali il festino, la salvezza è stata elargita dal re della parabola. Siamo certo entrati dal re, ma non è una garanzia: attenzione a non essere come questo suo “amico”, che senza neanche saper spiegare il perché, non indossava l’abito di nozze regalato di solito a tutti i commensali. È la denuncia dell’irresponsabilità, cioè dell’incapacità di rispondere delle nostre scelte.

Scegliere di entrare e rivestire l’abito di nozze è scegliere la vita di Cristo che si è spogliato. È scegliere di rivestirsi di Cristo (cf. Rm 13,14), l’unico abito che si confà alla nostra umanità. È spogliarsi di tutto quello che impedisce una vita di piena umanità nella libertà di amare, come lui ha fatto. Nella preghiera, illuminati dallo Spirito santo, la nostra risposta alla chiamata è di scovare dove si annidano i nostri rifiuti e lasciarci interrogare dal re: “Amico, come mai...?”. Ma bisogna dirlo, a volte viviamo l’umiliazione di non riuscire a denudarci, restiamo attaccati ai nostri rifiuti per paura di una vita più libera, preferiamo persino le nostre sofferenze che ci danno l’illusione di esistere. Possiamo osare dire con fiducia: “Signore, rivestici tu della tua misericordia!”.

Sorella Sylvie


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