Una domanda senza risposta?

Duomo di Monreale
Duomo di Monreale

5 dicembre 2017

Mt  21,23-27

In quel tempo Gesù 23Entrò nel tempio e, mentre insegnava, gli si avvicinarono i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo e dissero: «Con quale autorità fai queste cose? E chi ti ha dato questa autorità?». 24Gesù rispose loro: «Anch'io vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, anch'io vi dirò con quale autorità faccio questo. 25Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?». Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: «Dal cielo», ci risponderà: «Perché allora non gli avete creduto?». 26Se diciamo: «Dagli uomini», abbiamo paura della folla, perché tutti considerano Giovanni un profeta». 27Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo». Allora anch'egli disse loro: «Neanch'io vi dico con quale autorità faccio queste cose».


Cosa dà autorevolezza a una persona? Da dove Gesù traeva la sua autorità? La questione è centrale nella pagina odierna del vangelo, sottolineata dalla ricorrenza del termine “autorità” (in greco exousía), per quattro volte nello spazio di pochi versetti.

Descrivendoci l’impressione che Gesù fece sui suoi contemporanei, gli evangelisti adoperano questa parola chiave. “Autorità” traduce un modo diretto di parlare, rivela libertà, evoca la pienezza di una presenza vigile, e si rende visibile nei gesti e nelle parole di Gesù: “Egli insegnava come uno che ha autorità e non come gli scribi” (Mt 7,29).

Gesù è vissuto da uomo libero nei confronti dei legami familiari, religiosi e sociali. La forza della sua parola sta nel fatto che egliviveva ciò che chiedeva e predicava, non come alcuni scribi e farisei che dicono e non fanno, e impongono sulla gente pesanti fardelli che essi stessi non vogliono portare (cf. Mt 23,3-4).

Coerenza, convinzione, essere pienamente in quello che si fa e si dice: sono atteggiamenti che ricaviamo dall’umanità di Gesù e attraverso i quali possiamo vivere una conformità al vangelo, ben coscienti di come siano virtù rare nella quotidianità dei rapporti, nella convivenza civile.

“Con quale autorità fai queste cose? Chi ti ha dato questa autorità?”. La domanda posta a Gesù si riferisce al suo ministero di predicazione in generale, e più specificatamente ai gesti che egli aveva compiuto a Gerusalemme il giorno prima: la cacciata dei mercanti dal Tempio e la condanna alle guide religiose per averne fatto un luogo di profitto e di culto sterile, incapace di portare frutto.

Gesù risponde con un’altra domanda e rinvia all’autorità di colui che lo ha preceduto, Giovanni Battista: “da dove” il Battista derivava la sua missione, da se stesso o da Dio? Per i capi dei sacerdoti prendere posizione nei confronti del Battista significava accogliere o meno il carattere profetico del suo battesimo, credere alla promessa di salvezza contenuta nelle scritture dell’Antico Testamento; dunque, essere disposti a cambiare l’idea che si erano fatti su Gesù.

Ma c’è un modo di porre domande che non si lascia interrogare, un modo di voler conoscere senza mutare la propria opinione, per rimanere ancorati alle proprie certezze. Il Battista ha predicato un battesimo per la remissione dei peccati (cf. Mt 3,11), ha chiesto a quanti andavano a lui un cambiamento di vita. È l’atteggiamento del discepolo del Signore che ogni giorno re-inizia a credere all’amore, a convertirsi, a credere alla buona notizia che è Gesù per la sua vita.

Gesù non replica direttamente ai suoi interlocutori, ma li invita a rispecchiarsi nella parabola che racconta subito dopo: esemplare è il figlio che prima oppone un rifiuto alla richiesta del padre, ma poi muta atteggiamento, “si pentì”, per entrare nello spazio della volontà del Padre e aprirsi al suo disegno di salvezza (cf. Mt 21,28-32).

In questo tempo di Avvento vogliamo ravvivare quello che è il nostro impegno quotidiano: convertirci per acquisire il modo di sentire e di pensare di Gesù. Ancora prima di pretendere di voler cambiare gli altri, siamo noi stessi disposti a cambiare?

Fratel Salvatore


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