Una trasgressione lecita

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9 settembre 2017

Lc  6,1-5

In quel tempo in giorno di 1 sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani. 2 Alcuni farisei dissero: «Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?». 3 Gesù rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? 4 Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell'offerta, ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non sia lecito mangiarli se non ai soli sacerdoti?». 5 E diceva loro: «Il Figlio dell'uomo è signore del sabato».


Nella Scrittura il sabato è il giorno memoriale della creazione e della redenzione, è il giorno “per il Signore” (Dt 5,14), è tempo altro, santo, che l’uomo è chiamato a “osservare”. Osservare il sabato è una confessione di fede: non l’uomo con il suo operare manda avanti il mondo, ma Dio. La cessazione del lavoro rende il sabato anche giorno “per l’uomo”. E Gesù conduce alle estreme conseguenze il fatto che “il sabato è fatto per l’uomo” (Mc 2,27), per la sua libertà e pienezza di vita. Normalmente l’attività di Gesù in giorno di sabato consiste nel curare persone malate anche quando non sono in pericolo di vita o sono afflitte da malattie croniche. Si pensi alla donna curva da diciotto anni, “raddrizzata” da Gesù in giorno di sabato, cosa che suscita questo rimprovero da parte del capo della sinagoga: “Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare, in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato” (Lc 13,14).

Nel nostro testo, invece, Gesù giustifica i suoi discepoli che, in un momento di bisogno, hanno strappato spighe in giorno di sabato, azione ritenuta proibita dai farisei. In verità, come recita il Talmud: “Le prescrizioni sul sabato assomigliano a montagne appese a un capello perché si fondano su pochi testi scritturistici e su molti precetti”. In effetti, in Esodo 34,21 si proibisce di arare e di mietere di sabato, ma in epoca più tarda anche raccogliere poche spighe di grano era considerato mietitura.

Spesso, negli ambienti religiosi, le osservanze e i precetti diventano sempre più dettagliati, minuziosi e, nel loro insieme, mastodontici, un vero ginepraio che impegna le energie del credente a osservare dettagli insignificanti e a credere che siano volere di Dio.

Gesù si muove all’interno della liberante distinzione tra mezzi e fini della vita spirituale. Le istituzioni religiose sono a servizio dell’uomo, che è la vera immagine di Dio nel mondo, e qualora divenissero il fine a cui l’uomo tende, si muterebbero in idoli. Ogni istituzione, usanza e tradizione religiosa, per quanto santa, se diviene semplicemente segno identitario di un gruppo, smarrendo la sua portata teologica e spirituale, si corrompe in dato sociologico e culturale e diventa manipolabile a piacimento. Scrive Pascal: “Ci si può fare un idolo della stessa verità; infatti, la verità senza la carità non è Dio; è solo un idolo che non bisogna amare né adorare”.

Dal paragone che Gesù poi istituisce con l’episodio di David e dei suoi compagni che, spinti dalla fame, fecero ciò che è illecito, mangiando i pani dell’offerta, che solo i sacerdoti potevano mangiare, emerge un criterio che guida Gesù nel suo agire: il bisogno dell’uomo giustifica azioni che possono trasgredire tradizioni, leggi e prescrizioni religiose. Del resto, diceva già il libro dei Proverbi: “Non si disapprova il ladro, se ruba per soddisfare l’appetito della fame” (Pr 6,30). Esiste dunque una trasgressione lecita, anzi doverosa, che onora la volontà di Dio.

Sempre l’agire di Gesù è mosso da due criteri di discernimento: la persona umana e la sua integrità; la volontà di Dio colta nel suo cuore, nella sua purezza sorgiva, a monte delle consuetudini e osservanze che gli uomini ne hanno ricavato.

fratel Luciano


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