Luce che trasfigura e orienta

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4 settembre 2017

Lc  9,28-36

In quel tempo 28 Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. 29Mentre pregava, il suo volto cambiò d'aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. 30Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, 31apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. 32Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. 33Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva. 34Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All'entrare nella nube, ebbero paura. 35E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo!». 36Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.


“Senza interrogarsi sul perché delle cose, non solo non si può capire, ma non si può vivere”: questa semplice frase di Raniero La Valle può essere presa come chiave di lettura del vangelo di oggi, memoria di Mosè profeta.

Gesù, come Mosè, come ciascuno di noi, ha avuto bisogno d’interrogarsi e di dialogare con Dio e con gli altri sul senso del suo cammino per poterlo abbracciare fino alla fine, fino alla morte e alla morte di croce.

È nell’ascolto assiduo delle Scritture, nel dialogo con Mosè ed Elia (che rappresentano la Legge e i profeti) che Gesù ha potuto discernere nelle sofferenze e nella morte dolorosa e ignominiosa, che aveva chiaramente annunciato pochi giorni prima ai suoi discepoli (cf. Lc 9,22), non un fallimento ma un compimento, facendone così non una sorte subita ma un cammino liberamente assunto, non una sconfitta ma un esodo, un’uscita verso la terra promessa, verso il Regno.

E tra Gesù e Mosè ci sono molti punti di contatto, molti tratti comuni.

Gesù si ritira nella solitudine, con pochi testimoni, per pregare, per discernere la volontà del Padre, per comprendere in profondità il cammino che gli sta davanti; Mosè era salito sul monte, nella solitudine, per ricevere da Dio la Legge, il codice dell’amore, le Parole che avrebbero illuminato e orientato il cammino del popolo verso la terra promessa.

Gesù prega Dio come padre, nel dialogo con lui si sente confermato nel suo essere il figlio amato; Mosè aveva pregato Dio faccia a faccia, come un uomo fa con il suo amico (cf. Es 33,11) ed era riuscito a smuovere la misericordia di Dio fino a farlo desistere dal punire il popolo (cf. Es 11-14).

Gesù potrà prendere su di sé il peso della morte in croce per la salvezza di tutti gli umani e Mosè potrà pagare il prezzo del peccato del popolo con la sua personale esclusione dall’entrata nella terra promessa, solo e soltanto perché entrambi resteranno saldamente ancorati a quel Dio che li aveva chiamati e inviati a compiere l’inaudito: Mosè, un uomo balbuziente (cf. Es 4,10), che parla con Dio e che diventa il grande legislatore; Gesù, il Figlio di Dio che si fa uomo e che muore appeso al legno della maledizione.

E se Dio non lo si può vedere senza morire, essi ne divennero trasparenza visibile ed accessibile per chi era vicino a loro, per il popolo e per i discepoli che guardandoli videro quella luce che trasfigurava i loro volti, quella luce che era il riflesso della gloria divina, della presenza del Signore, quella luce che testimoniava della loro comunione intima e profonda con Colui che è la fonte di ogni luce.

Anche noi interroghiamoci sul senso degli eventi che viviamo, delle presenze che ci circondano, sul senso del nostro vivere, e nella preghiera solitaria e quotidiana, fatta di dialogo con il Padre e di ascolto assiduo delle Scritture, fatta di fiduciosa attesa e di discernimento, di ringraziamento e di pentimento, ci sia dato di trovare quella luce che illumina il cammino e che aprendoci gli occhi ci rivela la presenza del Signore accanto a noi.

sorella Ilaria


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