Aprire la porta del proprio cuore

Atelier iconografico di Bose
Atelier iconografico di Bose

29 luglio 2017

Lc  10,38-42

In quel tempo mentre Gesù e i suoi discepoli erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. 39 Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. 40 Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t'importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». 41 Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, 42 ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».


Marta offre accoglienza a Gesù: un tetto sotto cui ripararsi, un luogo ove riposarsi (lui che non aveva “dove posare il capo”, Mt 8,20), un pasto buono, una cena preparata con cura (e sappiamo l’importanza che per Gesù aveva il pasto, come luogo d’incontro e di comunione).

Marta ha una sorella, Maria, che subito riconosce in Gesù qualcosa di più del rabbi di grido che sosta nella loro casa. Riconosce che quell’ospite ha qualcosa di importante da offrire.

Sta scritto nell’Apocalisse: “Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20).

Maria discerne che per aprire veramente a quell’ospite  la porta di casa bisogna ascoltare la sua voce. L’ascolto! Maria è sufficientemente libera, sgombra da preoccupazioni e inutili pensieri, per intendere quella voce e aprire una porta, la porta del cuore. E questo le permette forse di intuire chi è Gesù: uno che può offrire lui una cena! Uno che con la sua sola presenza può imbandire un banchetto! Ed è quello che Gesù farà nell’ultima cena, certo, ma dopo averlo fatto per tutta una vita. Sì, perché Gesù per tutta la vita “ha cenato” con coloro che incontrava, offrendo loro non soltanto i pani e i pesci della moltiplicazione, ma molto di più: il cibo della sua Parola, della sua persona.  È questa presenza forte, significativa, benedetta che Maria discerne e giudica preziosa. Ed è a questa presenza che sceglie di offrire tutta se stessa, in un atteggiamento, almeno apparentemente, passivo: quello di chi riceve. La parte migliore!

A volte ci spendiamo per gli altri con fatica e impegno, siamo attivi, super-attivi. Ma nella nostra super-attività (che pretende poi sempre di essere notata e ottenere riconoscimenti) non siamo più capaci di ricevere, di accogliere. Perché l’accoglienza richiede che dentro di noi si faccia un certo vuoto, si crei un luogo, uno spazio in cui l’altro possa entrare e, tranquillamente, dimorare, essere se stesso, offrire quello che anche lui ha da offrire. Niente pretese da parte di chi ospita e di chi è ospitato: c’è un incontro umano nel quale ciascuno accetta l’altro così com’è. E offre quello che ha. Unica tensione: capire di cosa veramente l’altro ha bisogno e offrirglielo, per quanto i propri limiti lo consentono.

La parte migliore è quella nella quale noi non siamo al centro, siamo un po’ in periferia… Al centro ci sono gli altri, ai quali approntiamo uno spazio perché possano manifestarsi per quello che sono. La parte migliore è il risultato di una semplificazione: “Di una sola cosa c’è bisogno…”. Richiede un discernimento, una scelta libera: “Maria ha scelto la parte migliore”.

La festa di Maria, Marta e Lazzaro, questi amici e ospiti del Signore, è la festa dell’ospitalità. Aprire le porte della propria casa, invitare alla propria tavola, aprire il proprio cuore per accogliere la novità che sempre bussa alla nostra porta, anche nelle persone del nostro quotidiano, quelle delle quali pensiamo di sapere già tutto… e poi mettersi in ascolto, liberati dalla voglia di dimostrare quanto valiamo attraverso quel che facciamo… tutto questo ha un valore immenso nel mondo di oggi: questo vangelo è veramente controcultura.

sorella Laura


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