Una radicalità di sequela

Atelier iconografico di Bose
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27 luglio 2017

Mt  13,10-17

10 In quel tempo i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: “Perché a loro parli con parabole?”. 11 Egli rispose loro: “Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. 12 Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. 13 Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.14 Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice:
Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
15 Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!
16 Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. 17 In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!”


Parole dure, quelle di Gesù nel Vangelo odierno. Cecità, incapacità di ascolto e di comprensione, durezza di cuore, mancanza di conversione e della guarigione che ne deriva… Un muro si erge tra gli uditori di Gesù e la Parola di Dio, che Gesù è e annuncia: ma chi o che cosa ha costruito quel muro? Il disegno imperscrutabile di Dio di dare agli uni e togliere agli altri? Oppure il rifiuto della profezia da parte di un popolo indurito? O l’uso immiserito dall’abitudine degli organi della vista e dell’udito?

Eppure la domanda posta dai discepoli non solo sembra dare per scontato quel muro – che invece Gesù è venuto per abbattere (cf. Ef 2,14) – ma furbescamente cerca di spostare il problema sugli altri: “Perché a loro parli in parabole?”. In realtà Gesù parla in parabole a tutti, discepoli compresi, e tutti, compresi gli stessi apostoli, danno prova di incomprensione, di durezza di cuore, di incoerenza tra ciò che odono e ciò che fanno. Solo che a quanti hanno avuto il dono di stare con Gesù, non per i propri meriti ma per la chiamata amorosa di Gesù stesso, viene dato in abbondanza, viene offerta la possibilità di penetrare nel non detto delle parabole, viene affidata una responsabilità più grande: “A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più” (Lc 12,48). Parole queste che non a caso Gesù pronuncia in risposta a una domanda di Pietro sgorgata proprio da una parabola che si vorrebbe evitare di capire in tutta la sua portata: “Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?” (Lc 12,41).

Allora, per una volta, lasciamo perdere “loro”, gli altri, le conseguenze di quello che fanno o non fanno, e dedichiamoci a “noi”, a quello che noi cogliamo nelle parabole di Gesù, alle parole che a noi sono rivolte. Sono estremamente chiare ed esigenti e forse anche per questo vorremmo spostare l’attenzione su quelle rivolte agli altri: “A voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli … Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano”: vedono e ascoltano eventi e parole che profeti e giusti hanno invano desiderato vedere e ascoltare, essi che pur non avevano il cuore indurito e la mente accecata. Conoscenza dei misteri e beatitudine, queste le parole per i discepoli di Gesù, questo il senso delle parole per noi che cerchiamo di camminare dietro a lui. La conoscenza dei misteri del regno non fa dei discepoli di Gesù un manipolo di iniziati, bensì una comunità tesa alla comunione trinitaria. E la beatitudine del vivere il tempo che si è fatto breve con la venuta di Gesù, la stagione di grazia tanto a lungo desiderata da generazioni di figli di Israele non è privilegio escludente, ma impegno a rendere conto della speranza deposta nei cuori. Perché, appunto, conoscenza e beatitudine comportano una radicalità di sequela e un’assunzione di responsabilità, richiedono un riprendere il cammino là dove lo avevano spinto profeti e giusti: un sentiero che conduce alla croce, quella croce che è essa stessa parabola dell’amore di Dio per l’umanità, croce che è conoscenza della sorte del giusto in un mondo ingiusto ed è beatitudine della vita ritrovata da parte di chi ha saputo liberamente scegliere di perderla.

fratel Guido


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