Ricercare l'essenziale

Atelier iconografico di Bose
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11 luglio 2017

Lc  18,18-30

In quel tempo 18 un notabile interrogò Gesù: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. 19 Gesù gli rispose: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 20 Tu conosci i comandamenti:  Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non testimoniare il falso, onora tuo padre e tua madre”. 21 Costui disse: “Tutte queste cose le ho osservate fin dalla giovinezza”. 22 Udito ciò, Gesù gli disse: “Una cosa ancora ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; e vieni! Seguimi!”. 23 Ma quello, udite queste parole, divenne assai triste perché era molto ricco. 24 Quando Gesù lo vide così triste, disse: “Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio. 25 È più facile infatti per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio!”. 26 Quelli che ascoltavano dissero: “E chi può essere salvato?”. 27 Rispose: “Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio”. 28 Pietro allora disse: “Noi abbiamo lasciato i nostri beni e ti abbiamo seguito”. 29 Ed egli rispose: “In verità io vi dico, non c’è nessuno che abbia lasciato casa o moglie o fratelli o genitori o figli per il regno di Dio, 30 che non riceva molto di più nel tempo presente e la vita eterna nel tempo che verrà”.


Ancora una volta vorrei commentare il vangelo dicendo qualcosa di un grande monaco, un amico di Dio, Benedetto. Egli fu tale per nome e per grazia: fu Benedetto per nome, cioè gli uomini lo chiamarono così perché riconobbero la benedizione di un nuovo umano venuto al mondo (e negli anni essi poterono confermare questo nome), e fu Benedetto non per i suoi meriti, ma per l’amore gratuito del suo Creatore (che poi negli anni cercò di imitare con un certo successo). Dovrebbe essere così anche per ciascuno di noi, senonché il mistero del male ci fa perdere quota e venire meno alla comune vocazione di essere una benedizione per tutta la creazione. Ci può essere utile allora specchiarci nella vita di Benedetto, per specchiarci nel vangelo eterno dell’amore gratuito di Dio.

Dice Qohelet: “Dio ha posto nel cuore degli uomini il molteplice, senza però che gli uomini possano trovare la ragione di ciò che Dio compie dall’inizio alla fine” (Qo 3,11). Non credo che Qohelet voglia dire che viviamo nello scherzo organizzato da un dio che si prende gioco di noi. Penso che voglia dire questo: il senso dell’eternità è il grande dono del nostro Creatore, e si tratta di un dono così grande che occorre una grande umiltà per esserne all’altezza.

Abbiamo giusto il tempo per vivere una vita eppure abbiamo in testa idee per mille vite, e sogniamo di poterle vivere tutte, specialmente quelle che non sono la nostra. Ma il senso del molteplice, dell’eternità, vissuto senza umiltà, diviene una prigione, l’angusta depressione delle aspirazioni frustrate.

Benedetto, ci racconta Gregorio Magno, comprese presto come liberarsi da quella prigione, usando il potente antidoto della scelta dell’essenziale, della rinuncia a ciò che lui non era: “[Benedetto] era nato da nobile famiglia ... Pensarono di farlo studiare e lo mandarono a Roma dove era più facile dedicarsi agli studi ... Lo attendeva però una grande delusione ... Aveva capito che anche una parte di quella scienza mondana sarebbe stata sufficiente a precipitarlo intero negli abissi. Abbandonò quindi gli studi, abbandonò la casa e i beni paterni e partì, alla ricerca di un abito che lo designasse consacrato al Signore. Gli ardeva nel cuore un’unica ansia: quella di piacere soltanto a Lui. Si allontanò quindi così: aveva scelto consapevolmente di essere incolto, ma aveva imparato sapientemente la scienza di Dio” (Dialoghi II, prol.).

Il testo è un po’ antico, bisognerebbe decodificarlo passo per passo, ma non ne abbiamo lo spazio. Però in questo racconto il vangelo lo si vede benissimo in filigrana: “Una cosa sola ti manca: vendi tutto quello che hai ... e vieni, seguimi!”. Quello che ci manca non è quello che non abbiamo, quello che ci manca è scorgere l’essenziale in tutto quello che pensiamo di avere. La rinuncia sembra una cosa triste, ma non lo è. È la rinuncia a quello che non siamo, per essere quello che si è.

Avendo seguito il Signore, anche noi come Pietro pensiamo di avere acquisito dei meriti. E invece abbiamo solo rinunciato all’illusione di essere padroni del molteplice. Così, nell’essenziale della nostra unicità, riceviamo come centuplo le vite di chi ci sta accanto e come caparra di eternità la moltitudine che ci sta attorno.

“C’è un sole perfetto, ma io voglio la luna”

(da La fine dei vent’anni di Francesco Motta, stesura pre-produzione).

fratel Stefano


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