Non abbiate paura!

Atelier iconografico di Bose
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4 luglio 2017

Mt  8,23-27

In quel tempo Gesù 23 Salì sulla barca e i suoi discepoli lo seguirono. 24 Ed ecco, avvenne nel mare un grande sconvolgimento, tanto che la barca era coperta dalle onde; ma egli dormiva. 25 Allora si accostarono a lui e lo svegliarono, dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». 26 Ed egli disse loro: «Perché avete paura, gente di poca fede?». Poi si alzò, minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia. 27 Tutti, pieni di stupore, dicevano: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?».


“Chi è mai costui, che persino i venti e il mare gli obbediscono?”.

Di fronte alla narrazione dei prodigi compiuti da Gesù nei vangeli, abbiamo cessato di stupirci, dando quasi per scontato che quest’uomo di Galilea fosse il Figlio di Dio. Eppure questa domanda ci deve scuotere dalla passività come furono scossi quei discepoli che, pur seguendolo e assistendo alle guarigioni da lui operate, continuavano a domandarsi chi fosse quell’uomo che non avendo dove posare il capo li chiamava a seguirlo fin oltre la morte, al di là della morte.

Chi è costui che ci spinge a prendere il largo, ad avanzare su acque profonde affidandoci a una parola, la sua parola? Quante volte affaticati dal peso della vita, quando la sofferenza e il dolore o forse solo la fatica di ogni giorno sembrano travolgerci come acque impetuose, siamo tentati di dubitare di quella parola, finché non comprendiamo che essa non ha il potere di toglierci il dolore, eliminare gli ostacoli, le contraddizioni che lacerano le nostre esistenze. Ma se osiamo l’inaudito della fede, dell’affidarci quando tutto o noi sembriamo perduti, allora essa ha il potere di sollevarci dagli abissi per condurci attraverso le acque impetuose del male, della sofferenza che ci minacciano verso un porto sospirato.

Nel concreto e quotidiano della vita sovente ci scopriamo uomini di poca fede, ma forse il solo riconoscerlo senza la pretesa di voler comprendere e controllare tutto, riconoscerci perduti è già grido di aiuto, accorata supplica: “Salvaci Signore!”. Quand’anche fosse grido di rivolta o aspro rimprovero come nella redazione secondo Marco di questo episodio, anche allora potremo sperare che egli tenda la sua mano e ci afferri dal vortice delle acque.

Cos’è questa fede che il Signore ci chiede, se non un grido di aiuto a volte flebile appena percettibile: “Salvaci, Signore”. Nei momenti di oscurità, nel dubbio, schiacciati dalle colpe, oppressi dall’angoscia, osiamo ancora rivolgerci a lui: aiuta la nostra poca fede! Per ascoltare quella voce che non cessa mai di ripetere al nostro cuore: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!” ( Mt 14,27). “È il Signore!” ( Gv 21,7), la sua parola salva e guarisce, è il Signore che riposa nel profondo del nostro cuore, chinato sul nostro petto (cf. Gv 21,20), lui che non aveva dove posare il capo, ha scelto di dimorare in noi, lui l’amore che non viene mai meno anche nei momenti estremi del dubbio, del tradimento fino alla morte.

Non abbiamo paura di inoltrarci nelle profondità degli abissi, verso acque profonde, non abbiamo paura anche quando fatichiamo giorno e notte senza prendere nulla (cf. Lc 5,5), oppressi dalla stanchezza non abbiamo paura di riprendere il cammino sulla sua Parola, sull’amore che salva le nostre vite ogni giorno perché possiamo rendere grazie al Signore per il suo amore, per le meraviglie operate verso l’uomo (cf. Sal 107).

Non abbiamo paura di attraversare il dolore, la separazione , la morte che come abisso tenta di inghiottirci perché né morte né vita, né presente né avvenire, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù ( cf. Rm 8,38-39).

 

fratel Nimal


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