La piccolezza evangelica è follia

Atelier iconografico di Bose
Atelier iconografico di Bose

19 giugno 2017

Lc  10,21-24

In quel tempo 21 Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 22 Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». 23 E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. 24Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».


Se ogni giorno ci è chiesta la capacità di leggere il vangelo con la vita e la vita con il vangelo, quando facciamo memoria di un santo dobbiamo contemplare la sua vita come una pagina del santo vangelo di Gesù Cristo. Oggi la chiesa, e in particolare i monaci e le monache, celebrano la memoria di san Romualdo, padre dei monaci camaldolesi, una delle figure più singolari e affascinanti del monachesimo occidentale.

Oggi la liturgia ci indica la pagina di vangelo che è stata la vita di Romualdo: la lode di Gesù al Padre perché si rivela ai piccoli e non agli intellettuali. Dopo mille anni, la folle vita di Romualdo ci dice ancora in cosa consiste davvero la piccolezza evangelica: a vent’anni si fa monaco al monastero benedettino di Sant’Apollinare in Classe a Ravenna. Poco dopo va a vivere con l’eremita Marino nei pressi di Venezia, dove incontra l’abate Guarino, uno dei più importanti monaci dell’epoca, che lo convince a seguirlo al monastero di Cuxa in Catalogna. Dopo dieci anni torna a una vita eremitica nei pressi di Ravenna, poi fonda un monastero a Verghereto fino a quando il giovane imperatore Onorio III, di cui è nel frattempo diventato intimo amico, lo convince a diventare abate di sant’Apollinare in Classe. Dopo appena un anno lascia la carica e si reca da prima a Montecassino e poi vive un tempo in una grotta presso Parenzo in Istria. Successivamente fonda l’eremo di Sutri in Umbria dove vive per circa sette anni tacente lingua et predicante vita come scrive di lui Pier Damiani. In seguito a calunnie è gettato in prigione per più di sei mesi. Raggiunge Camaldoli e morirà il 19 giugno 1027 nel monastero di Valdicastro.

La vita di Romualdo rivela che la piccolezza evangelica non è piccineria, limitatezza, mediocrità, paura e angustia di spirito, ma passione per la vita, libertà e inquietudine interiore che si fa continua ricerca e itineranza. Romualdo è stato piccolo secondo il vangelo sfuggendo agli stereotipi di una regolare vita di monaco e di eremita, eppure è diventato padre di una grande famiglia monastica com’è quella camaldolese. Romualdo è uno di quei rari uomini e rarissimi monaci che non si lasciano imprigionare da alcuna forma di vita per quanto valida e santa possa essere. Una di quelle persone che istintivamente sfuggono a ogni genere di categoria perché incatenati solo a quello Spirito di cui non è dato mai sapere da dove viene e dove va, a conferma che “dove c’è lo Spirito del Signore là c’è libertà” (2Cor 3,17).    

È un paradosso tutto evangelico che, con la singolare vita che ha fatto, la tradizione sia giunta a chiamare Romualdo “l’esicasta d’occidente”. L’esicasta è l’eremita, il monaco che nella solitudine vive l’hesychia, che è lo stato di quiete, di pace e di tranquillità alla quale si giunge calmando ogni forma di agitazione interiore ed esteriore. Nella Piccola regola che Romualdo ha lasciato a un suo discepolo si legge: “Siedi nella tua cella come nel paradiso. Scordati del mondo e gettatelo dietro le spalle … Svuotati di te stesso e siedi come una piccola creatura, contenta della grazia di Dio”. Ecco chi è il piccolo secondo il vangelo, chi si è svuotato di sé stesso. È la follia del vangelo!   

Fratel Goffredo


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