Inventare la storia

Atelier iconografico di Bose
Atelier iconografico di Bose

17 giugno 2017

Gv  14,12-14

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «12 In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. 13 E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. 14 Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.»


Pochi versetti quest’oggi, tratti dal lungo discorso che Gesù rivolge ai suoi discepoli poco prima della sua passione e morte ai capitoli 13-17 del quarto evangelo, chiudono la settimana dedicata al tema della preghiera. I brani liturgici di questi giorni ci hanno offerto una traccia per imparare a pregare: nel silenzio e nel segreto della nostra camera (lett.: “dispensa”) (cf. Mt 6,5-8); non blaterando parole selvagge verso un Dio astioso e lontano ma indirizzandoci con libertà e tenerezza filiale all’Abba, Padre di tutta l’umanità (cf. Mt 6,9-15); non cedendo a una deriva privatistica ma invitandoci a un accordo corale (cf. Mt 18,19-20); sfidandoci a credere che del Dio di Gesù Cristo ci si può fidare e che la prassi di preghiera genera cammini di responsabilità e di perdono inattesi nei confronti di chi ci è accanto (cf. Mc 11,22-25); non ponendo limiti all’“invadenza” dell’amore capace di generare vita lì dove sembra trionfare la morte (cf. Lc 11,5-13).

Se questo itinerario ci sembra difficile, a volte impossibile da praticare nel nostro quotidiano, a causa del nostro cuore di pietra, le parole che Gesù ci rivolge quest’oggi sono una politica della speranza: chi crede in lui compirà le opere che lui ha compiuto e ne farà di più grandi. Gesù sta per lasciare i suoi, è avvolto da un’atmosfera disumana che lo porterà alla morte e alla morte in croce, eppure continua a credere all’amore del Padre e esorta i suoi amici a mettere fiducia in lui. Il futuro non è chiuso. Gesù ci invita a “inventare” la storia, a essere collaboratori di una creazione sempre in atto.

Gesù ha vissuto operando il bene, ha compiuto gesti di liberazione, ha guarito i malati, ha ridato la vista ai ciechi, ha risuscitato i morti, ha demitizzato il tempio divenuto un covo di ladri, ha offerto l’acqua che zampilla per la vita eterna e il pane alla folla che accorreva a lui, ha parlato apertamente e con parresia denunciando l’ipocrisia dei potenti… Che cosa possono fare i suoi discepoli di più grande? Che cosa possiamo operare noi, che tentiamo di credere in lui? Nient’altro che chiedere nel suo nome, sussurrare il suo nome, lasciare che ogni nostra fibra ospiti lo spirito che lo ha plasmato, invocare giorno e notte quel nome santo, Gesù, che proclama all’umanità che Dio salva, perché è amore, tenerezza, perdono, riconciliazione, pace.

La nostra preghiera è piena di logorroiche liste di desideri a volte banali, spesso è blasfema, servile e stucchevole. Gesù ci invita a purificarla. Pregare è entrare nella sua vita umana, è pensare ciò che lui pensa, chiedere ciò che lui chiederebbe, penetrare il suo cuore vivo e palpitante d’amore per ogni essere vivente e per ogni donna e uomo immerso nella tenebra. Il suo nome non è un talismano, la preghiera non è una magia. Non è un’opera che noi facciamo, ma una risposta a ciò che Dio sta operando in noi e nel creato. Pregare è affidarsi a una speranza a caro prezzo, esigente e difficile.

Il nome di Gesù faccia tutt’uno con il nostro respiro.

Fratel Giandomenico


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