Pregando, aderite!

Atelier iconografico di Bose
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15 giugno 2017

Mc  11,22-25

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Abbiate fede in Dio! 23 In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: «Lèvati e gèttati nel mare», senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. 24 Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. 25 Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe».


Fede, preghiera, perdono: fede nel Padre che è nei cieli e preghiera fatta con piena fiducia, che abilitano il credente a vivere da riconciliato relazioni improntate al perdono. Il vangelo non consacra altre forme “religiose” di culto.

Il Padre nostro, l’Abba, non è una divinità pagana cui bisogna strappare benefici, magari per mezzo di sacrifici, fossero anche preghiere! Non è questo il culto spirituale “santo e gradito a Dio” (Rm 12,1), il culto esistenziale indicato da Gesù come decisivo.  Pertanto quando preghiamo non serve sprecare parole (cf. Mt 6,7), dobbiamo piuttosto accorgerci che il Padre, pure lui, prega: prega noi di prendere sul serio quel che diciamo e di credere al suo dono.

Gesù ce lo assicura: “Tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà” (v. 24). Alla lettera: “Tutto quello che pregate e chiedete …”. Probabilmente si tratta di una semplice ripetizione che non comporta alcuna progressione. O forse si può rimarcare qualcosa di implicito: anzitutto c’è la preghiera, che non è solo domanda; il chiedere viene dopo.

Tutto può trovare posto nella preghiera, ma non tutto arriviamo a chiedere. Perché se la preghiera è anzitutto ascolto, questo ascolto cambia lo sguardo che portiamo su ciò che viviamo e su ciò di cui – noi e le persone per le quali preghiamo – abbiamo bisogno. La preghiera, se non è parlarsi addosso (cf. Lc 18,11), purifica ciò da cui prende le mosse.

Così ricondotti all’essenziale giungiamo a chiedere ciò che sicuramente non ci è negato: lo Spirito santo, nuovo respiro in ogni nostro affanno. Magari l’affanno non ci sarà tolto, ma potremo attraversarlo con altro respiro. Di volta in volta otterremo forza per amare e perdonare, crescere in libertà e responsabilità, fare nostre la docilità e l’umiltà di Gesù…

Il problema è crederci davvero. Perché noi ci incamminiamo per le vie che il Signore ci indica con animo doppio. E questo persino quando questo incamminarci sulle sue vie è frutto della preghiera. Sono vie diverse dalle nostre (cf. Is 55,8) sicché, invece di perseverare convinti nel domandare, noi esitiamo. Ma le Scritture ci avvertono: “Un uomo così non pensi di ricevere qualcosa dal Signore. È un indeciso (dípsychos), instabile in tutte le sue vie” (Gc 1,7-8). O come appunto traduce la Vulgata: Vir duplex animo inconstans in omnibus viis suis. Uomo dall’animo doppio, dal cuore diviso. Manca di coerenza e costanza, è incapace di aderire pienamente a ciò che chiede.

André Chouraqui, nella sua originale traduzione, rende il verbo “credere” con “aderire”. Lo fa per riportare il credere più vicino all’idea che c’è dietro all’ebraico usato per esprimere l’aver fede (’aman): aderire a ciò che è solido, degno di fiducia. Qui l’effetto è interessante: “Pregando, in tutto ciò che chiedete, aderite!”. Sì, il primo problema sta in questa nostra incapacità di aderire a ciò che diciamo nella preghiera.

È curioso che al v. 22 si parli della fede “di Dio”. Si può infatti ugualmente tradurre: “Abbiate la fede di Dio!”. Guardiamo a lui! Sin dall’in-principio la sua parola aderisce pienamente a ciò che dice. E ciò che dice avviene (cf. Gen 1,3). Se nella preghiera aderiamo, anche la nostra parola non tornerà a noi senza risultato (cf. Is 55,11).

Fratel Fabio


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