Il comando di vivere

Atelier iconografico di Bose
Atelier iconografico di Bose

3 giugno 2017

Gv  17,11b-26

In quel tempo Gesù disse: «11 Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi. 12 Quand'ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. 13 Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. 14 Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 15 Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. 16 Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 17 Consacrali nella verità. La tua parola è verità. 18 Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; 19 per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità. 20 Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: 21 perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. 22 E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. 23 Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me. 24 Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch'essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo. 25 Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. 26 E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».


L’evangelista Giovanni immagina che queste siano le parole dell’uomo che quella notte stessa si consegnerà per la salvezza dei suoi compagni, dei suoi discepoli. Quell’uomo lo sa già che lo farà, e lo ha annunciato ai suoi più e più volte, e durante quest’ultima cena lo ha detto con chiarezza simbolica attraverso dei gesti e delle parole.

Un uomo con questa consapevolezza, con questo disegno, uno che desidera la vita per gli altri anche a prezzo della propria, non può non desiderare l’integrità di tutti costoro, e non solo la loro integrità personale, ma anche quella sociale, comunitaria; secondo le immagini che quest’uomo ama, egli desidera che il gregge che gli è stato affidato resti integro, che nessuna delle sue pecore vada perduta. E, tuttavia, io credo che quell’uomo non abbia pensato solo all’unità dei suoi; credo che abbia pensato a un’unità più ampia, perché quell’uomo fu qualcuno che sentì rivolte a sé parole come questa: “È troppo poco che tu sia mio servo [pastore], … io ti costituirò luce per le genti” (Is 49,6).

Il vangelo di Giovanni parla di separazioni: tra Gesù e il mondo, tra i discepoli e il mondo. Si procede per distinzioni e saremmo tentati di concludere che a ogni distinzione si creano degli scarti. E invece possiamo dire che a ogni distinzione qualcosa viene creato, portato alla luce dal caos informe e deserto, come ci racconta il testo dell’“In principio” (Gen 1,1-2,4a).

È una cosa un po’ buffa il fatto che traduciamo l’aggettivo aghios del v. 11 con “santo” e poi traduciamo il verbo aghiazo ai vv. 17 e 19 con “consacrare”. Forse avremmo dovuto leggere “santificare”, e intendere bene cosa significhi questa parola. E come dobbiamo intendere “santificare”? Chissà come lo intendeva l’evangelista Giovanni, che usa questo verbo solo qui e in 10,36? Là si istituisce un parallelo, attraverso il passaggio dal concetto più semplice a quello più profondo, tra i figli di Israele, chiamati “dèi” perché hanno ricevuto la parola di Dio, e così sono stati messi da parte, separati dagli altri popoli della terra come eredità per il Signore, e il Figlio separato da prima della creazione del mondo e quindi inviato nel mondo. Ecco: penso che si tratti qui dell’idea biblica del “mettere da parte”, “separare”. E questa idea del “separare” ci rimanda alla creazione di tutto, perché facendo distinzioni il Creatore ha creato il tutto.

La preghiera di Gesù per l’unità dei suoi non è semplicemente la preghiera di Gesù per l’unità dei cristiani: è la preghiera perché sia costituita un’integrità più ampia, quella della creazione, un’integrità della quale l’unità dei credenti in Cristo è testimonianza.

A quelli a cui ha allungato la vita, consegnandosi al loro posto, Gesù non ha dato l’opportunità di sopravvivere, ma il comando di vivere. Altrimenti quelli si sarebbero accontentati di restare in Galilea a pescare, e invece hanno capito di dover continuare a camminare dietro al Signore, il Risorto. “Come tu, Padre mi hai mandato nel mondo” per essere luce, “anch’io li ho mandati nel mondo” perché siano luce: vivere, per la vita del mondo, dell’umanità intera. Dio comandò: “Sia la luce”, e la luce fu. Vivere: è come un comandamento.

La luce di chi
muore alla vita
m’investe
santificare:
sgranare gli occhi dolenti
fino alle stelle

Marta Anice

Fratel Stefano


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